Il sale della terra? Gli esseri umani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sebastião Salgado ha girato il mondo con una moglie, un bambino e una macchina fotografica. La differenza fra lui e tutti gli altri uomini che hanno solcato i continenti con una donna e un bimbo al seguito è che Salgado il “suo” mondo lo ha fatto vedere a tutti. Fotografo tra i più universalmente apprezzati, stimati e acclamati le sue immagini hanno fatto il giro del mondo. Esattamente come lui. Divisi per temi. Quelli che di volta in volta si è imposto di osservare e registrare. A suo modo. Regalandoci capolavori, ma facendo riflettere per gli spettacoli di dolore. Angoscia. Tristezza. Orrore. Salgado li ha documentati ma è impossibile restare insensibili davanti al fragore di tanti bianco e nero.

Parte di quell’immane lavoro e del profilo di un personaggio straordinario è diventato il soggetto di un documentario, Il sale della terra, che Wim Wenders –al quale si deve tra l’altro L’amico americano, Paris, Texas e Il cielo sopra Berlino – ha confezionato su misura su di lui. Due ore scarse di un itinerario che porta il pubblico tra le miniere d’oro del Sudamerica e i sogni di sfaccendati, speranzosi e disperati. Formicai umani dove si gratta con le unghie un terreno che potrebbe regalare una fortuna. O uno smacco.  Tombola o morte. Un girone infernale popolato di cadaveri che camminano. A piedi nudi nel fango sperando che quel rigagnolo sia fortuna. Sia oro. Sia vita.

Ma l’uomo è anche quello che ha fatto guerre. Ha sparato. Ha incendiato. Ha distrutto. Come i pozzi di petrolio gettati in pasto alle fiamme da Saddam. Un’apocalissi che ha ucciso animali. Avvelenato la terra. Costretto alla morte anche gli esseri umani. Lasciato terra bruciata e un fumo che puzzava di morte. E di vendetta. L’uomo è colui che ha cacciato altri uomini in obbedienza a un principio razziale. Salgado in Ruanda. La lotta senza quartiere fra Hutu e Tutsi. Morte nera. Fame nera. Malattia nera. Epidemie che uccidono sensibilità. E portare il cadavere di un figlio su una catasta di trapassati diventa il gesto più scontato di una realtà che offende occhi e cuori. Nondimeno esiste. Salgado l’ha fotografata con il turbamento dell’uomo ed è questo l’aspetto che esce di un personaggio, ritratto – grazie a Wenders – come un testimone delle malefatte del genere cui egli stesso appartiene. Lontano, lontanissimo, dal cinico ritrattista senza scrupoli quale normalmente appare il prototipo del fotografo.

Carestie, si diceva. E conflitti. Esodi di milioni di esseri umani in preda a un sogno e a una chimera. La speranza e il desiderio di vivere. La morte che trascende. E attraversa esistenze. Le tronca quando ancora potrebbero spingersi oltre. Oltre un confine che si chiama dramma. Ma proprio dopo tutto questo orrore è Salgado stesso a offrire quella speranza che sembra un bene introvabile. “Genesi” è l’omaggio alla bellezza di un pianeta che  ha ancora molto da offrire e dare. Ha un fascino. E promette ospitalità se l’uomo, che è il sale della terra, saprà iniziare a rispettarla. Salgado l’ha fatto per primo. Non soltanto con le fotografie. Splendide. Suggestive. Uniche. Ma anche trasformando la propria fazenda di famiglia in Brasile in un’oasi che ha ricreato ettari ed ettari di foresta pluviale laddove era stata distrutta dai mutamenti climatici e dall’irriguardoso intervento dell’uomo. Oggi è patrimonio naturale. Protetto, ma accessibile a tutti. Perché tutti vedano che, in fondo, si può.

Il cinema è anche questo. Documentazione per capire. Conoscere. Imparare. E comprendere come ciò che appare lontano sia in realtà vicinissimo. Il sale della terra, al cinema, è un titolo di spessore. Nel 1953 fu Herbert Biberman a confezionare un lungometraggio denominandolo allo stesso modo. Non era un documentario, ma era come se lo fosse. Era ambientato nelle viscere del pianeta attraverso le vicende di un gruppo di minatori che avevano organizzato uno sciopero. Era fortemente allusivo. Il film di Biberman era un atto di denuncia. Forte. Sincero. Contro gli inquisitori degli Stati Uniti che perseguitarono i registi comunisti, negli anni del secondo conflitto e dopo la fine di esso. Non ebbe la diffusione che sarebbe stato giusto in nome del pluralismo. Ma tant’era l’America di Mc Carthy. Una sassata a Hollywood.

 

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