Una canzone è più potente di una schioppettata. Arriva dritta al cuore

 

 

 

 

 

La vita di un soldato vale dieci lire e una licenza nel bel mezzo di una notte al chiaro di luna. Quando la neve scintilla. E per chi deve uscire dalla trincea è una maledizione. Si vede tutto. Ma soprattutto. Il nemico vede tutto. E sa dove sparare. E’ una notte d’inverno del 1917 sul fronte di Asiago. Gli eserciti si fronteggiano nascosti nel nulla. Ma odorano la puzza della morte. Sentono le pulsazioni della paura. Ascoltano le voci della notte. Finché tutto tace e un soldato napoletano non ha paura di uscire allo scoperto. Forse era proprio quella boccia di luce nel cielo terso la “Fenesta ca lucive” che quel semplice soldatino intonava in piedi tra la neve. “Canta ancora, soldato”. Ma dopo di lui, furono i mortai. A cantare. Gli illuminanti ad abbagliare la volta sotto cui si svolgeva l’azione militare. Mentre un commilitone strisciava come un verme per raggiungere una postazione dove arrivava la nuova linea telefonica. Ma intanto bombe scoppiavano. E giovani morivano. Finché non giunse la ritirata.

Tutto in una notte. Torneranno i prati di Ermanno Olmi è tutto qui. Un’ora e venti minuti di rimembranze su quello che realmente fu la Grande Guerra. Una miniera di morte di giovani che spesso non conoscevano nemmeno la ragione dei combattimenti. Razze diverse. Ragazzi spediti alla morte. Penitenti tra assoluzioni prima di lasciare le casematte della trincea. Accenti opposti. Olmi ne lascia indelebile traccia. I dialetti italiani. Gli accenti austriaci. Militari contro. Ipnotizzati da quella “Fenesta” e da “Tu ca  nun chiagne”. E invece, eccome se chiagnevano. Perché “ci sono momenti in cui i gradi non contano nulla”. Perché in una licenza estemporanea si può scoprire che lei attende a letto con un altro. Perché dopo una notte di paura e la morte che lambisce il tuo braccio un tenente non può ordinare al soldatino di cantare. Perché “signore, per cantare ci vuole l’animo felice. Sennò che canti a ‘ffà…”. E nella notte, sotto la luna, lui non ci era ritornato.

Torneranno i prati è l’omaggio di Olmi al centenario dell’”inutile strage” per usare la definizione che ne diede l’allora pontefice Benedetto XV. “Dobbiamo ancora spiegare a quei giovani perché li mandammo al fronte . E perché morirono”. Una prospettiva tutt’altro che nuovissima visto che proprio nel 1917, proprio Lenin, prendendo il potere dopo aver rovesciato lo zar, cercò per primo inutilmente di spiegare perché fu combattuta quella sanguinosa guerra, in nome della quale furono lasciate sui campi 17 milioni di persone. Ne esce dunque un film retorico, per quanto bello, che nulla aggiunge a ciò che lo storiografia cinematografica ha già detto nei decenni sul conto di questa guerra celebrata da varie pellicole di diverse nazionalità. Sottolinearne l’internazionalità. Una sorta di mundialismo ante litteram che si ritrovò sul campo di battaglia. Eserciti “l’un contro l’altro armato” senza un futuro, appaiono spunti visitati e rivisitati.

E’ questo il difetto del film di Olmi. A differenza di Fango e gloria di Leonardo Tiberi che aveva trovato uno spunto originale per affrontare il tema del primo conflitto mondiale, scavando nei retroscena del Milite ignoto, qui non si compie nessuna operazione innovativa. Torneranno i prati, tuttavia è figlio del suo tempo. Questo capitolo storico sul grande schermo è quasi sempre stato preso in considerazione dalla prospettiva di chi quella guerra la combatté in trincea. Fino agli interrogativi più generali che emergono nel finale di Westfront 1918 di Georg Wilhelm Pabst del 1930, per quel tragico punto di domanda affiancato alla parola “Fine?” che conclude il film, dopo le agghiaccianti sequenze belliche. Torneranno i prati è l’ennesimo capitolo di una saga infinita, eppure a Olmi si deve un’importante pellicola che risale al 1970, I recuperanti, dove i protagonisti sono una banda di opportunisti che, per sconfiggere crisi e difficoltà economiche, non esitano a fare mercato dei cimeli e vestigia belliche raccattati nelle trincee che furono. E sembra più attuale oggi di quei tempi di Pil alle stelle. Anacronismo beffardo. Già allora erano tornati i prati. E nessuno aveva dimenticato. Inutile quindi la chiosa dell’ultima fatica di Olmi. Perché porre un interrogativo al quale la storia ha già dato risposta…

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