Sono cambiati i tempi. Ora i bianchi ci fanno anche da autisti…

 

 

 

 

Carolina del Sud. Anni Trenta. Qui nasce un bambino nero figlio di due genitori in perenne lite, tra i quali esiste un solo sistema di collegamento. Il sesso. Non è amore. E’ quasi violenza. Poi la donna si allontana nei boschi. E, di lì a poco, quel bambino strappatole dal padre a colpi di rivoltella esplosi in aria, viene abbandonato in un saloon fatto di whiskey e ragazze da sbattere. La matrona catechizza subito quel piccolo intorno ai dieci anni. “Procurami uomini e sarai ricompensato”. Ogni mini comitiva, mezzo dollaro. Non inteso come cinquanta cent. Ma come una banconota. Strappata a metà. L’altra, all’arrivo del nuovo gruppo. Ma a quel bimbo nulla interessava di alcol e donne dappoco. Gli premeva la musica. E divenne il padrino. The godfather of soul. Il padrino del soul. Quel bambino era James Brown. Get on up di Tate Taylor ne racconta la controversa e passionale, ma difficile esistenza, durata da quel 1933 – anno fatale nei destini d’Europa, ma insignificante in quelli d’America, dove pur tuttavia un bambino nero non nasceva certo con la camicia – al 2006. Giorno di Natale. Settantatre anni di funk e rythm’n blues. Spesso in vetta alle classifiche per lunghissimi periodi. E una vita alle prese con la giustizia. Per piccoli furtarelli di gioventù, un vestito. E le fughe da adulto ai posti di blocco. Per la violenza sulle tre mogli che in realtà furono quattro ma uno dei matrimoni non fu mai valido per la giurisprudenza. James Brown è stato un lavoratore instancabile della musica. Un pedante e pretenzioso re del palcoscenico. Un tiranno per la band che, alle sue dipendenze, guadagnava in fama e visibilità. Non sempre abbastanza per chi non riusciva a far quadrare il pranzo con la cena. E molti se ne andarono. James Brown rimase solo e al contempo ritrovò vecchi sodali. Compagni di strada. E di pentagramma. Di viaggi. Perse figli. Soffrì i dolori atroci che una vita implacabile gli impose. Combatté la droga da giovane salvo poi ritrovarsi schiavo di essa, ormai avanti negli anni, per merito della terza donna che divise la sua vita. Ma fu sempre un esempio per l’abnegazione totale con cui si concedeva al lavoro. E per quel concerto – memorabile – il giorno dopo le pallottole contro Martin Luther King. Il popolo nero era in subbuglio. La serata era a rischio. New York non voleva saperne di rischi da correre. Ma fu James Brown a farsi garante. E quando a metà dello spettacolo i neri sotto il palco iniziarono a impadronirsi della scena, salì la febbre. La polizia faticava a contenerli e fu Brown a farli ragionare. A insegnare la compostezza e l’educazione. A sopire gli esagitati e gli impazienti. Costi quel che costi. Get on up è tutto questo in una cornice appariscente di raso e strass. Bolidi e aerei. Belle donne e il fumo dei vecchi saloon, convertiti al bivacco di una soldataglia sempre in cerca di caldi corpi in cui affogare. L’umido piacere di un sesso mercenario ambiguo. Splendide canzoni. E la speranza nera. Un cammino che nel corso degli anni restituisce agli afroamericani diritti sempre più ampi. “Ora i bianchi ci fanno anche da autisti” dirà Brown sottovoce all’amico Bobby, schiavo pur sempre. Ma della moglie. E sorpreso a fumare di nascosto fuori di casa. Il film di Tate Taylor è un intelligente e abilissimo collage di tutti questi episodi. Più di due ore e un quarto che non stancano perché ciò che affascina e colpisce di più è proprio il montaggio. Rutilante. Veloce. Accelerato. Imprime un ritmo che si sposa perfettamente con il soul di James Brown. Oscilla tra il passato e il presente con disinvoltura, senza disorientare chi guarda. Stacchi e raccordi proiettano lo spettatore da ieri a oggi, collegando magistralmente le mille storie narrate in uno schema di assemblaggio che per certi versi ricorda The milionaire di Danny Boyle. Là il filo conduttore era il gioco a quiz. Ogni stadio, una sfida e una scommessa. Qui è un artista dalla vita burrascosa. Un racconto lungo quarant’anni perché il crepuscolo si scrive. Non si mostra. E quello del padrino del soul fu un’ultima battaglia contro un male incurabile. E non vinse Brown. La curiosità sta nella scelta di Dan Aykroyd come impresario del giovanissimo cantante. Un tocco di nostalgia che riporta indietro con il tempo. Era il 1980 e si stava girando i Blue’s brothers. Nel cast, il regista John Landis aveva inserito un predicatore nero accalorato ed effervescente. Era James Brown, quello vero. Oggi Dan Aykroyd che in quell’occasione aveva conosciuto il re del soul, torna a confrontarsi con lui. Nei panni del pigmalione. Lui che aveva vent’anni di meno. E James Brown era già un mito.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , ,