Ora capisco. Vi ho fatto davvero del male a unirmi a voi…

 

 

 

 

Frank è un nome. Un uomo. Soprattutto, è una speranza. Forse un’illusione. La gioia di sentirsi liberi. L’ambizione di essere normali. Frank è una maschera. E dietro quel faccione di cartapesta con due occhi sgranati sul mondo e le orecchie a sventola c’è… La ricerca di quella speranza. Il gusto di sentirsi normali. Essere a proprio agio fra gli altri con quel paravento permanente in mezzo a tanti volti qualunque. Frank è l’unicità manifesta. Ma è anche il mistero. Quello che si vuole rivelare. E forse spiegare. Eppure talvolta i chiarimenti non ci sono. O, semplicemente, non sono. Frank è solo. Controfigura di se stesso. Perfino con se stesso. Davanti allo specchio splende il faccione di cartapesta. Sul cuscino riposa il faccione cartapesta. Frank è il volto della genialità, che spesso fa rima con follia. L’importanza di sentirsi normale.

Frank è un film di Lenny Abrahamson. E comincia nelle pieghe di un posto qualunque. Dove Jon (Domhnall Gleeson), un ragazzo terribilmente normale ma dal talento creativo, coglie l’occasione della vita. Entrare in un gruppo musicale che ha perso il tastierista su quella desolante spiaggia grigia in una giornata d’autunno. Suicidio tentato. E fallito. Avanti un altro. E tocca a Jon. Il giovane, così squisitamente ordinario da non emergere fra i più, ha sufficiente intuito per capire che quello sgangherato complesso ha un complesso. Ma lo tutela. Lo nasconde. Sembra vergognarsene. Pur tuttavia non può celarlo all’infinito. Clara (Maggie Gyllenhaal, la sorellina maggiore del Jake di Brokeback mountains), metà badante e metà aguzzina “aggredisce” senza motivo. Lo scopo è pilotare Frank, frontman creativo, di una batterista schifata e un bassista francese, tanto supponente quanto antipatico. Oltre a Don, ex tastierista depresso.

Vince chi scopre il passato di Frank (Michael Fassbender) e che cosa nasconda quella maschera indistruttibile. Ma forse la verità è che non vince nessuno. E la realtà è difficile da accettare. Perché la faccia brutta non piace. Respinge. E’ triste. Anche per questo si indossano maschere. Vere o finte. Filtranti. O trasparenti. Ma pur sempre. Maschere. Quella di Frank è la stessa degli altri bislacchi eroi di un complesso litigioso e inconcludente, ma a suo modo ricco di talento. E quando quel muso di cartapesta finirà in mille pezzi per un bizzarro incidente, Frank si ritroverà faccia a faccia con se stesso e con gli altri. E allora l’unico ad andarsene sarà Jon.

Frank è la storia di un doppio impatto. La normalità sulla follia. E la follia sull’arte. La via terapeutica alla malattia mentale, attraverso musica o teatro, diventa dimensione alternativa. Il soggetto acquista valenza individuale, il suo status in un mondo. E’ parte integrante di quel mondo. E’ realtà altra. Ricostruita. Acquisizione di un’identità nuova. Scambio. Immedesimazione. Per qualche verso, una sorta di transfer. E dietro la maschera si nasconde il volto che non si vuole mostrare. Per sentirsi normali. Alla stessa stregua di altri. Degli altri. Tutti gli altri. Loro, i normali. Quelli che – tuttavia – quando entrano nel seminato della psichiatria e della schizofrenia non sempre fanno il bene. Più spesso fanno il male. Nell’impenetrabile cortina della follia che impone un faccione finto a Frank, spinge al suicidio Don, porta al tentativo di annegamento il tastierista, trasforma Clara in una maliarda asessuata, Jon non c’entra nulla. E’ l’elemento esterno. L’altro che non può integrarsi. L’unico che possa tuttavia restituire Frank, ormai senza maschera, alla “sua” dimensione di artista. Sul palco con i rimanenti pezzi della sua band. E il suo vero volto. L’equilibrio sopra la follia, come la “Sally” della Mannoia. Ma in quel microcosmo dove la pazzia sta in bilico ma in piedi, il normalissimo e ordinario Jon non può più restare. Lui è semplicemente un ordinario. Non un malato. Viene da un’altra galassia. E sulla pedana del locale  l’onore del microfono è per Frank. E i suoi ragazzi. Anche se in fondo, visto da vicino, nessuno è normale.

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