Non è un voto contro di te. Mi servono quei mille euro.

 

 

 

 

L’esclusione votata a maggioranza. Espulsione all’unanimità. O quasi. Comunque espulsione. Dal mondo. Da un mondo. Dal suo mondo. Il debole cacciato. Rifiutato dalla comunità. Respinto. Con l’aggravante della crudeltà. E’ l’universo del lavoro in anni di crisi. La morte del pesce piccolo diventa salvezza per gli altri pesci dell’acquario. Tutti gli altri. L’acquario è il lavoro. Mistero di un microcosmo dove non ci si sceglie, ma ci si trova. Dove ci si sopporta. Forse. Dove si odia. Si invidia. Si augura la morte. Professionale. E allora che importa, in fondo, se quella donna, appena uscita da una crisi depressiva profonda viene mandata via.

Sandra (Marion Cotillard) lavora in una fabbrica che costruisce pannelli solari. Le commesse mancano. La crisi morde il freno. Il datore di lavoro offre un bonus di mille euro ai dipendenti se avessero votato a favore del licenziamento della loro collega reduce dal “male oscuro”. Non pago, minaccia. La salvezza di Sandra significa comunque che qualcun altro prima o poi perderà il posto. E’ un plebiscito. La donna è fuori. Dal lavoro. E dentro. Una nuova angoscia depressiva. Fatta di pillole e Xanax. Pianti e umiliazioni. Chiede e ottiene una replica della votazione, perché viziata da quella minaccia. E ha un week end per far campagna elettorale. I colleghi sono un campionario delle diversità. Reazioni e giustificazioni. Decisioni e dichiarazioni di voto.

Ci fermiamo qui. L’esito di Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne lo svelerà solo il grande schermo. L’unica cosa che si può aggiungere è che forse l’unico cavallo vincente è il compromesso. Ma quale compromesso… Il titolo è il tempo a disposizione di Sandra per un sondaggio porta a porta tra i colleghi. Elemosinando voti che significano cibo per la sua famiglia. E significano vita. L’interrogativo vero è rivolto a te. Tu che leggi. Tu che forse hai visto. Tu che avrai pur pensato. E allora. Voti per Sandra o per i mille euro? Sei uno squalo o un samaritano… In realtà poco importa che tu sia. Se la tua immagine allo specchio farà paura ai tuoi stessi occhi. O se ti sentirai orgoglioso del tuo cinismo. E avrai lasciato Sandra su un strada. E avrai lasciato una donna su una strada. E avrai lasciato una persona, appena guarita dalla depressione, in mezzo a una strada.

Il film dei fratelli Dardenne è tutto qui. Sembra poco e non lo è affatto. Perché nella claustrofobica frenesia di ingoiare farmaci che arrestino le lacrime e la disperazione c’è l’angoscia di un mondo in cui sbranarsi può non essere reato. Una galassia fatta di situazioni opposte. Chi conosce la gratitudine. Chi offende. Respinge. Esibisce la propria povertà. Abbandona il marito insensibile. Difende il debole. O divora il morente. I due registi belgi tornano a scandagliare un tema a loro particolarmente caro. Era il 1999. Il millennio scorso. Eppure fece storia. Rosetta fu un film, poi divenne addirittura una legge. Regolamentava l’impiego giovanile. La gestione del precariato. La pellicola era una storia di fantasia, ma la fantasia non era volata troppo lontana dalla realtà se molti all’epoca, nel dignitosissimo Belgio vi si era riconosciuto. Finché in uno sciopero generale, i manifestanti gridarono uniti “Siamo tutti Rosetta”. E il governo si sentì in dovere di mettere a punto una legge e chiamarla con il nome del film. Finì che Rosetta divenne un cult movie di tanti che si sorpresero analogamente a proprio disagio come quella ragazza dal nome di una colf e con un destino insopportabile sulle spalle. Oggi Rosetta è diventata Sandra e molto è cambiato. In peggio. I padroncini che un tempo reclutavano truppe di lavoratori in nero per sfruttarli e sottopagarli sono ancora lì. Sotto mentite spoglie. Con l’identica diabolica crudeltà. Un assegno in cambio della testa di una collega. In nome della crisi. Con il pretesto della crisi. Solidarietà calpestata. La selezione naturale. La soluzione finale. La bellezza del piranha.

E tu? Voti Sandra?

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