La parole sono bugie. E trappole.

 

 

 

 

 

 

La sfida è di quelle infinite. Irrisolvibili. Con due eterni schieramenti pronti a spendersi per difendere il potere della parola. O quello dell’immagine. Competizione senza vinti. Né vincitori. Ma soprattutto, senza nemmeno un pareggio. Perché se nel primo testo a stampa delle opere di Shakespeare, l’autore ammoniva di non fermarsi alla riproduzione del suo viso in copertina, ma raccomandava di addentrarsi nei contenuti, ovvero nelle parole, Picasso rispose ai politici detrattori di “Guernica”  con una frase lapidaria. “Quest’orrore non lo ho fatto io, ma voi”. Il riferimento alla distruzione della cittadina si specchiava in un quadro dal sapore di testimonianza. Picasso cronista per immagini, insomma. Fin troppo chiaro quindi perché nessuno possa vincere. Ma nemmeno perdere. Semplicemente ognuno usa il mezzo più congeniale. Penna. O pennello. E il bello può venire dall’una come dall’altro. “Il medium è il messaggio”, parafrasando McLuhan.

Words and pictures di Fred Schepisi è questo e altro ancora. Molto altro ancora. E, se il film ha un limite, è proprio quello di avere un bagaglio ricchissimo di spunti e tematiche da non riuscire ad esaurirle tutte. Due insegnanti, uno di letteratura inglese (Clive Owen) e l’altra di arte (Juliette Binoche), si ritrovano sotto lo stesso tetto scolastico  in strenua difesa delle rispettive discipline. Entrambi celebrità appannate. Uno scrittore dall’originale vena esaurita e una pittrice ormai capace solo di scarabocchiare caoticamente sulla tela. Entrambi hanno una sofferenza fisica. Uno è alcolista, l’altra convive con un’artite reumatoide che la divora. Uno è esuberante. Estroverso. Espansivo. L’altra è gelida. Scostante. Lapidaria. Non a caso viene soprannominata “ghiacciolo”. Tutti e due hanno un ascendente fatale sulla classe. I ragazzi faticano a decidersi. Meglio inglese o arte… Insomma Words o pictures.

E la sfida è la proposta di un prof all’ultima frontiera. Più in dimestichezza con una boccia di wodka che con le parole stesse. Non a caso, in sala professori, nella singolare gara a trovare il vocabolo con il maggior numero di sillabe, perde sempre. E per dare lustro ai suoi trascorsi è costretto a rubare una poesia al figlio. La donna invece rimprovera i ragazzi. Spiega loro che cosa debba avere un quadro. Ma, quando tocca a lei pasticcia con i colori. E’ una gara tra due sconfitti che, dietro la scorza dell’alcol e del caratteraccio, in fondo si sentono attratti. E siccome al cuore è ben difficile dare ordini, finiscono sotto le lenzuola. In un incrocio di sentimenti e ambizioni. Di aiuti. E speranze. A ostacolare quel legame sono i nemici. Ovvero le tare. L’alcolismo che porta lui, barcollante, a sfregiare l’unica tela decente dell’artista negli ultimi anni. L’artrite che frena lei e la rinchiude nel suo io, fatto di rifiuti del mondo esterno. Si salveranno. L’uomo grazie a un trattamento disintossicante. La donna per merito di una cura che la rimette in piedi. Fino all’appuntamento finale. Parole contro immagini. Words and pictures.

Piacevole commedia, solo all’apparenza disincantata. In realtà il film propone tanti motivi di riflessione. L’affascinante contrasto fra il significato verbale e quello visuale, in un’alternanza di citazioni letterarie e poetiche di grande sapore culturale. Da Shakespeare a Emily Dickinson. Ma soprattutto la capacità di reazione a circostanze estreme. La perdita di ispirazione per un artista – penna o pennello, poco cambia – è un dolore difficilmente risolvibile che tocca l’anima. La infetta peggio del peggior virus. La mette ai margini del mondo della sensibilità e della sensazione. La svuota. La impoverisce. La rende un simulacro di se stessa. E di ciò che fu. Mesto crepuscolo. Afasia poetica. E sconfina nella tragedia di una discussa e discutibile incapacità a dare quel qualcosa in più che distingue un insegnante da un lettore. La passione dell’arte. L’entusiasmo e il coinvolgimento nel parto letterario e pittorico. Il proprio. E quello suscitato nell’uditorio. I richiami a un altro film di ambito scolastico, al “Capitano, mio capitano” de L’attimo fuggente di Peter Weir, sono palpabili e frequenti.

Sentirsi creature. Plasmate da un Pigmalione demiurgico. Fusi in un tutt’uno con l’altro e con gli altri. Mantenendo tuttavia il proprio spessore. Il proprio valore. Le proprie caratteristiche. La sfida tra parole e immagini arriva così all’atto finale. Prendendo per mano due contendenti timorosi di vedersi sconfitti che invece scoprono di volersi. E, in fondo, di volersi bene. Perché il mistero vero forse è proprio tutto lì. Poco importano le parole. Poco importano le immagini. Quando è il cuore a disegnare attimi. E a raccontare emozioni. Ora qualche scuola proverà forse a mettere in piedi la propria singolare contesa facendo sfidare Words and pictures all’amatriciana. C’è da scommetterci. Ma nessuno riuscirà a spiegare per quale ragione una professoressa che ha in uggia un colleg,a possa difenderlo davanti alla commissione d’istituto, decisa a liquidarlo senza tanti complimenti per quel vizietto di alzare troppo il gomito. Nessuno. Se non il cuore.

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