E’ facile dare la colpa a chi grida, mentre chi sputa veleno in silenzio è innocente…

 

 

 

 

Lucida follia di un matrimonio perfetto. Dove tutto sembra funzionare ma in realtà nulla funziona davvero. Dove un uomo rifiuta di concedere il divorzio alla donna che ancora dice di amare. O meglio, di non saper rinunciare a possedere. Cronaca di un divorzio mai annunciato. In salsa ebraica. E la sintesi della vicenda sta tutta in questi pochi e semplicissimi cenni.

Viviane dei fratelli Elkabetz – Ronit recita anche nella parte della protagonista femminile, mentre Shlomi è solo regista – è un film di parola, più che di immagine. Se si può dir così, è una pellicola da ascoltare, più che da vedere e questa sembra già una provocazione. Un paradosso. Eppure Viviane è una torrentizia alluvione di frasi. Una dosata alternanza di presenze e assenze. Uno stillicidio di tempi diluiti all’infinito. Per la cultura ebrea il divorzio può essere approvato solo dal rabbino e consegnato, sotto forma di un documento, all’uomo che, a sua volta, dovrà farlo cadere nelle mani della moglie, riunite a conchiglia. Gli sforzi di ricomporre l’unità familiare è il passo preliminare. L’obbligo dell’”onorevole rabbino” è la shalom beit. Pace familiare. Tradotto, è l’obbligo di salvare tutti i nuclei familiari ebrei. Il divorzio è la direzione opposta. E, per Viviane, quei tentativi durano cinque lunghi anni di continui rinvii di udienza per i motivi più diversi. E a volte più banali. Eppure, già da un lustro vive fuori casa. Quel passo è una sorta di atto formale. Chiede che la comunità ne riconosca l’onestà e le confermi i suoi diritti. Ma l’”onorevole rabbino” appare restio perfino davanti a una sfilata di originali quanto singolari testimoni. La dimensione tempo è uno dei tratti più importanti. La legge non ha mai avuto emendamenti e il caso di Viviane è attualità. Perché ancora oggi il problema non è il quando. Ma quanto tempo durerà la sospirata procedura. E gli intervalli sono scanditi a più riprese. Sottolineati. Marcati dalle didascalie e dalle espressioni dei protagonisti. Volti scolpiti che incidono. Volti segnati che segnano. Volti che riportano alla Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dryer. O a certi personaggi di Robert Bresson.

Sono le parole, dunque, ciò che colpiscono nelle due ore di questa pellicola che scorre via con una certa agilità,  pur rivelandosi opprimente nell’ambientazione di un anonimo locale, all’interno del quale si svolgono le udienze del tribunale rabbinico. Un luogo chiuso in cui incombe paurosamente uno dei concetti lanciati verso il pubblico già nelle scene iniziali. “Tutti sono imputati, ognuno risponde della propria vita”. Un monito diretto ai protagonisti, ma indirettamente rivolto all’animo di ognuno. Perché prendere le parti della donna o del marito è inevitabile. Nella sua apparente staticità Viviane mostra un dinamismo insospettabile, dovuto forse a quegli stralci di vita raccontati disordinatamente e col contagocce, come peraltro è logico che avvenga in un mosaico in via di assemblaggio. Tessera dopo tessera. Tuttavia, al di là di una concordanza o discordanza di vedute, rimane lo spaccato di un’esistenza coniugale fratturata. Fra suocere indesiderate e indesiderabili e un marito dispotico. Silenzioso e rinunciatario. Tuttavia innamorato. A suo modo. E geloso. Incapace di ammettere, anche solo razionalmente, che il divorzio consente alla donna di legarsi a un altro uomo senza incorrere nell’adulterio.

Quella di Viviane è incompatibilità di carattere. Assenza di sentimento. Non attrazione per altri. Quello di Viviane è l’anelito a uno status perduto per imposizione. E qui spunta l’altro tema di promettere in matrimonio figli o altro. Nozze diplomatico-sociali. Nozze fittizie. E il desiderio di ritrovare la propria dimensione sociale avrà il simbolo della svolta. La promessa. Viviane assicura di non legarsi a nessuno in futuro. E con il divorzio ottiene la libertà dalla schiavitù coniugale. Non si pensi tuttavia che l’opera degli Elkabetz sia solo un logorroico fiume di iper verbalità. C’è spazio per qualche risata che stempera la cupa atmosfera generale.

E ci sono luci e ombre. L’assenza della donna. Nelle prime scene non è mai inquadrata, benché il dialogo fra il rabbino e il suo avvocato la coinvolga apertamente. Occorre tempo, prima che essa faccia ingresso in scena. Poi profili. Primi piani. Viviane è un’eco più che una protagonista. I registi ne hanno studiato un ingresso che ne sottolinea la trasparenza. Esiste, ma si eclissa. Poi lotta. Rivendica. Per lungo tempo è in silenzio. Quasi sempre è vestita di nero, salvo in un’occasione in cui indossa il rosso. E’ un cammino. Un itinerario. Un viaggio verso un traguardo. L’attimo in cui si scioglierà i capelli. Per la cultura ebraica la voce e la capigliatura sono l’arma di seduzione più intensa di una donna. Per questo non sono ammessi canti. Tanto meno il capo scoperto. Obbligo di velo. Con il trascorrere del tempo Viviane inizia a parlare. Poi arriverà a dare libertà alla chioma corvina. Attributo equiparato all’esibizione di nudità sessuali. Per questo, liberare i capelli davanti al rabbino è molto più di un gesto sfrontato. E’ libertà ritrovata.

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