Non va dipinto ciò che si vede, ma ciò che non si vede.

Claude Monet

 

 

Non è un film per tutti, Adieu au langage – Addio al linguaggio di Jean Luc Godard, indiscusso maestro della Nouvelle vague già dai tempi di André Bazin e Francois Truffaut con il quale, nel tempo, ebbe più di uno scontro. Oggi Godard è orfano. Sia dell’uno, sia dell’altro. E forse l’assenza di un dialogo, un confronto, è più forte di una malinconia. E’ indubitabilmente solo e nessuno sa se questo sia il motivo di tanto ripiegamento filosofico, tuttavia è chiaro che la sua ultima fatica, non sia appetibile a chiunque. Non per sottovalutare l’acutezza del pubblico, quanto per sottrarre da esso chi al cinema cerca evasione. Adieu au langage è un film senza capo né coda, ma ciò non vuol dire che sia inutile. E’ un film esistenzialista che a più d’uno spettatore potrebbe stufare e dar noia. Per questa ragione non è un film per tutti.
Diviso in due filoni – “La natura” e “La metafora” – la pellicola è una giustapposizione di diversi quadri completamente scollegati tra loro con una voce di sottofondo che distribuisce citazioni. Commenti. Spiegazioni. Si va da filmati rivoluzionari al popolo nazista negli anni della salita al potere di Hitler. Si oscilla fra scene di libero svago come un traghetto che approda al molo di un lago svizzero alle scene domestiche di due amanti. Nudi. Vestiti. In bagno. Durante un litigio. Prima dell’amore. Fino a Mary Shelley. Agli scontri di piazza del ’68 francese. E alla vita sociale di un cane “l’unico essere vivente capace di amare l’uomo più di se stesso”. Parola di Godard. E non solo sua. Tuttavia questa successione di elementi scollegati ha un collegamento e un filo logico che lo stesso regista enuncia all’inizio dell’opera. “Può il non pensiero contaminare il pensiero…”.

In questo scacco sta un’attività mentale e logica espressa per immagini come il collage costruito da Godard in questa apparentemente sconclusionata collezione di episodi, certo discutibile nella sua resa cinematografica. Il non pensiero è infatti rappresentato dall’affiancamento di ritratti privi di ogni logica plausibile e consequenziale, tuttavia essa stessa  rappresenta comunque – secondo una lettura probabile di un film molto più che ermetico – una sorta di pensiero. Anche il frammento. Anche la precarietà. Anche la parentesi costituisce a suo modo una forma di attività mentale. Sembrerebbe di concludere che effettivamente il non pensiero possa contaminare il pensiero, ma come questa risposta incida nella vita dell’individuo resta un quesito irrisolto. Godard sembra addentrarsi in meandri forse irrisolvibili dagli stessi filosofi e in questa prospettiva si può azzardare una spiegazione anche per la citazione tratta da Monet.

Dipingere il non rappresentabile, cioè non ciò che è sotto l’occhio di tutti, è una modulazione diversa per applicare all’arte pittorica il teorema-interrogativo se il non pensiero contamini il pensiero espresso in apertura. Il film è un museo di immagini in movimento. Una serie ininterrotta e accavallata di sprazzi di esistenze semplici. Tanto semplici da accrescere il fondato dubbio di un’opera onirica che abbia sminuzzato ogni forma logica depauperandola completamente a vantaggio di una non comprensibilità. E, come un semplice pensiero, Adieu au langage dura poco ma lo si avverte molto. E’ una misura del tempo, a suo modo. Un’ora e dieci minuti che impegnano in modo proporzionale molto più della loro stessa effettiva quantità. Ma, in fin dei conti, un pensiero non è eterno. Ha una durata limitata. E’ un’espressione. Un attimo. E spesso, come nel film di Godard, non si congiunge direttamente con il pensiero successivo. E, come il film di Godard, non risolve con chiarezza l’assunto iniziale. E a nulla dell’opera omnia del regista si ricollega né trova un suo precedente. E’ un pensiero, insomma. Sconnesso dall’universo.

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