-Chissà perché quei ragazzini sono andati fino in fondo…

-Perché era giusto.

 

 

 

“Ordem e progresso”. La scritta che campeggia sulla bandiera del Brasile è forse la più ambigua che si possa immaginare. Un Paese senza ordine e con un’evoluzione che solo adesso sembra voler iniziare la fase di decollo, ha sempre dipinto se stesso come quel che non è. I tre volti del Brasile. Chi sfrutta. Chi ne è complice. Chi è sfruttato. La storia di Trash di Stephen Daldry ruota tutta intorno a questi protagonisti che si perdono e si ritrovano tra i fetori di una discarica.

Un colletto bianco si sbarazza del portafogli con i documenti, ma viene ugualmente acciuffato ed eliminato. La polizia corrotta cerca di impadronirsi delle prove che ne smascherano gli abusi, senza però trovarle. Tre ragazzini riannodano la storia a ritroso mettendo le mani sul tesoro e incastrano i grandi. Gli adulti. Quelli che non hanno paura di uccidere. Per quattro soldi. La trama potrebbe finire qui, ma il regista – cui si deve Billy Elliot e The reader (A voce alta) – sa utilizzarla da par suo e per non sbagliare ha arruolato in squadra pure Richard Curtis – Love actually, Notting Hill e Questione di tempo – come sceneggiatore. I fuoriclasse  finiscono qui, se si esclude la consulenza di Fernando Meirelles, autore di City of God, perché gli attori – eccetto Martin Sheen e Rooney Mara – sono meninhos da rua. O qualcosa che si avvicina. E nessuno come loro avrebbe saputo cogliere lo spirito di quei piccoli che vivono di espedienti, frugando pezzi di vita tra le pieghe di una discarica. Disposti a prenderle, più che a darle. Ma capaci di raggiungere lo scopo. Un pesce sulla spiaggia. Liberi. Finalmente liberi. Senza i soldi tanto rincorsi ma con una coscienza così leggera da conoscere il valore di un regalo. Perché molto di quel denaro viene gettato al vento in modo che i poveri, tutti i poveri della favela, possano gioirne.

Christian Metz, studioso di comunicazioni sociali e semiologo insigne, che tanto si occupò di cinema nello specifico, sosteneva che il montaggio costituisce la modalità di trasmissione del messaggio della Settima arte dall’emittente al destinatario. Trash può  rappresentare, a questo proposito, un esempio di come viene utilizzata la costruzione del racconto da parte di Daldry. Fin dall’inizio sembra di trovarsi all’interno di un equivoco in cui la voce narrante dei ragazzini sia quella registrata negli interrogatori dalle forze dell’ordine. In realtà la dinamica sarà completamente diversa. I meninhos prendono per mano lo spettatore e lo conducono all’interno di questa maleodorante fazenda in cui tutto puzza di repulsione e ribrezzo. Tra topi e fogne c’è vita. E sotto questo aspetto Trash è un film fortemente olfattivo. Pur in assenza e impossibilità di impressioni sensoriali dirette, si ha la netta impressione di vivere in un marciume che non sia solo vista. Ma soprattutto siano miasmi insopportabili. Terrore di malattie. Contaminazioni batteriche. E resistenza impossibile.

In questa cornice respingente e stomacante, fatta di acque fangose e limacciose, di liquami pericolosi e infettivi, si nasconde un senso di giustizia che nemmeno il prete (Martin Sheen) e un’istitutrice avevano saputo davvero soppesare. Tuttavia sarà proprio grazie alla donna (Rooney Mara) se quella registrazione consentirà ai ragazzini di raccontare e raccontarsi. E al tempo stesso consentirà a Daldry di narrare, tramite la loro voce, una storia che nasce, prospera e finisce in una discarica. Dove non tutto ciò che vi si trova è realmente da buttare. E dove nemmeno chi vi sopravvive è poi davvero uno scarto umano. Così dalle registrazioni si scoprirà che i rifiuti umani sono altri. Vanno vestiti in doppiopetto e non visitano le cave di spazzatura. Eppure non c’è povertà che limiti il valore e il senso della giustizia. Tre ragazzini di pochi anni anagrafici, ma di lunga esperienza accumulata fra le smagliature della miseria, riescono a utilizzare le proprietà del computer per raccontare all’universo la loro verità. Una di quelle verità in cui tutto il mondo è paese ma, se non emergono, il mondo diventa un quartiere malfamato, destinato a restare in mano ai criminali in smoking.

In questa prospettiva un pesce agitato in segno di felicità su una spiaggia bianchissima è il traguardo raggiunto della semplicità felice. Perché in fondo può bastare un pesce appena pescato a mettere tranquillità nell’animo di chi vive la tragedia dei bassifondi. Delle baraccopoli. Dell’indigenza. Dell’ignoranza. Dello sfruttamento. Della prevaricazione. E della violenza. Al punto che i soldi possono rivelarsi solo un mezzo per fuggire. Una strada verso la libertà. Non la libertà stessa. Tanto è vero che i soldi vengono fatti piovere su tutti. Perfino sulla discarica dove sta solo ciò che va buttato. E le ricchezze accumulate con l’inganno e i soprusi sono sterco del demonio. E meritano una discarica. Libertà è saltare seminudi sulla spiaggia. Felici per avere in mano un pesce da mangiare sotto il sole. Mentre la pubblica informazione si compiace e si domanda come mai tre ragazzini abbiano deciso di rischiare le loro vite.

“Perché era giusto”.

 

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