Ci servono le illusioni per vivere. Nelle menzogne eri molto più felice.

 

 

 

 

Il confine tra illusione e astrazione. Magic in the moonlight di Woody Allen è una piuma sospinta dal vento tra ciò che si vede e ciò che si vorrebbe non fosse visto. Il mago Wei Ling Soo è una celebrità birbante. Scompare in un armadio e riappare su una poltrona. Si presenta con un elefante alle spalle e all’improvviso il pachiderma non c’è più. Il re delle apparenze simulate resta attonito come un bimbo innocente davanti alla bellezza di una giovane sensitiva che indovina tutto. Lo smascheratore di professione di finti medium è ammaliato dalla seduzione. L’introverso e arrogante campione dei prestigiatori è beffato. Come se non fosse lui a dissolversi in un armadio per riapparire miracolosamente seduto su una sedia di velluto poco distante. E assapora l’insostenibile leggerezza dell’illusione. Perde la faccia garantendo da esperto in buona fede ciò che autentico non è. Il re è nudo. E deve scendere dal trono di cartone, con la sua supponenza. Si stava meglio quando si stava peggio. La verità fa molto più male delle bugie. E nelle menzogne, in fondo, c’è la felicità. Ma per scoprirlo serve la realtà. Quella vera.

Non c’è niente di genuino, né il tavolo a tre gambe, né il Vaticano…

 

 

 

 

Tavolini che si sollevano. Candele che fluttuano nel vuoto. Spiriti che battono colpi. E un perenne dilemma. Giochi di prestigio o poteri soprannaturali… Wei Ling Soo, in borghese si chiama Stanley Crawford (Colin Firth) ed è uno scorbutico inglese che si picca di riconoscere a distanza i falsi medium. Ma stavolta Sophie (Emma Stone), ambita da un giovane e insignificante rampollo della miliardaria nobiltà francese anni Venti, seduce il cinquantenne. Lo stupisce. Lo ammalia. Sparpaglia brandelli di storia e di storie su un cammino disinvolto. Naturale. Non è genuina. Come il tavolino che si solleva mentre i partecipanti alla seduta uniscono le mani. Cerimonia di plastica. Falò di paglia. Anche per lo specialista Stanley, ribattezzatosi Taplinger per non farsi riconoscere dall’ignara signorina. Tuttavia nemmeno lui è genuino. Laurea davanti all’opinione pubblica quella fanciulla che indovina perfino ciò che non conosce. E ne sigilla una genuinità inesistente.

 

 

Quando il cuore controlla la testa, il disastro è sicuro.

 

 

 

 

Omnia vincit amor. Nemmeno il romanticume d’antan è genuino. Il borioso e altezzoso Stanley s’innamora. Ma non vuol uscire allo scoperto. Sophie illusa e beffata. Nessuno vuol saperne di arrendersi. Schermaglie tra finzioni e pulsazioni. Ma forse la vera magia al chiaro di luna è la saetta di Cupido. Dritta al cuore. Scoccata dall’arco di una mistificatrice non identificata. Gioco di prestigio del sentimento. Illusione o verità… Anche questo, in fin dei conti, è l’effetto bizzarro di una bacchetta magica invisibile. Prestidigitazione del cuore. E Sophie che si atteggia al rifiuto di quello spasimante brizzolato, è l’ennesima risposta non genuina. Il falso che si fonde con il vero. La realtà apparente che dona più infelicità di una splendida illusione. Snobbata come tutti i desideri rimasti a metà strada fra ciò che potrebbe essere e ciò che invece non è. “…E se lei arrivasse all’improvviso, Stanley..”.

 

Aspettiamo tutti qualcuno con i superpoteri. Ma l’unica che abbia superpoteri aveva una falce.

 

 

 

La rivelazione viene da una vecchia zia (Eileen Atkins) che ha sconfitto la morte. E ha trasformato un arresto cardiaco in un falso di origine controllata. Miracolo di un’arte medica che ripristina i cuori. Quelli che battono per vivere. E quelli che vivono per battere. I superpoteri di chi possiede una falce spariscono. Come l’elefante di Wei Ling Soo. E la vera fatina dei sentimenti è una vegliarda d’altri tempi che conosce il sentire degli uomini. E tutti quei no femminili che invece significano infiniti “lo voglio”. L’uscita dalla clinica è l’uscita dal tunnel dell’illusione. Preghiere sparse a un cielo mai davvero osannato. Culto e religione che diventano la cedevole superstizione dell’ateo Stanley. Il debole che si attacca al salvagente divino per non perdere l’affetto. I superpoteri della falce si dissolvono. Quelli della coriacea zietta trovano rinnovato vigore.

 

Il mondo può essere privo di scopo, ma non di magia.

 

 

 

 

L’importanza della magia è una costante del repertorio di Woody Allen. Ipnotizzatori fanno bella mostra in Broadway Danny Rose e La maledizione dello scorpione di giada. Un guaritore è tra i protagonisti di Alice. Un indovino si cimenta con il futuro in Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Lo stesso regista è un mago in New York stories e Scoop. Il tocco di un’essenza superiore non riconducibile a divinità confessionali è qualcosa più di una semplice componente delle vite umane, nella prospettiva alleniana in cui l’esistenza è cosa complicata. Anche Magic in the moonlight si compone, come quasi tutti i suoi film, di scene molto lunghe e logorroiche. Ricche di dialoghi insistenti. Insistiti. Continuati. Folle, o magica ricerca di un bandolo in una matassa inestricabile.

 

Ho sempre pensato che l’altro mondo sia un posto ideale per aprire un ristorante. In fondo anche gli spiriti devono mangiare.

 

 

Stanley rifiuta l’Aldilà. L’ateo miscredente che pregò nell’astanteria di una clinica per la salute della zia sotto i ferri, vive stregato dalla magia dell’illusione se è lui a pilotarla. La odia profondamente quando invece ne è strumento. Non è lo spettatore. E’ l’artefice. Mille invenzioni. Mille storie che si accavallano. S’intersecano. Come in quasi tutta la filmografia del regista. Come in Zelig. O nella Rosa purpurea del Cairo. Come Midnight in Paris. Dal sapore del passato che torna a farsi presente anche in Magic in the moonlight. Il profumo anni Venti si mescola a un romanticismo già affiorato nel pur banale To Rome with love. Tra tanto amore, nessun amore. Tra tanta magia, stavolta storica, a nessuna magia. Al falso autentico. Nella vita. Nella magìa. Nell’amore. E allora…

 

Perché mai Dio si sarebbe preso la briga, se tutto questo finisse nel niente…

 

Perché vissero. Felici e illusi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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