Che cosa c’è di male in una vecchia sala da ballo…

 

 

 

 

 

Si danzava. Si cantava. Si beveva una birra. E si parlava di letteratura. E non solo. Già che cosa c’è di male in quella vecchia sala da ballo. Che cosa c’è di male nell’Irlanda dei grandi silenzi e dei prati sconfinati a offrire un ritrovo a un paese disseminato fra i ciottoli. Fra rustici che sanno di presepe più che di vita vissuta. Che cosa c’è di male a parlare…. A scoprire che, nella musica, scintillano barlumi di felicità. E tu chiamale, se vuoi, emozioni…

Per tutti era Jimmy’s hall, ma in realtà la sala non era di Jimmy. Era di tutti. Tutti quelli che volevano partecipare. Tutti quelli che non restavano murati nella solitudine dei prati. Fissando gli occhi di Dixie. Dolci come quelli dei cavalli da lavoro. Tuttavia, spesso, muti. Jimmy’s hall di Ken Loach è una storia d’amore e libertà. Ma è una storia politica perché, guarda caso, c’è sempre un prete e un reazionario conservatore a isolare in quella sala da ballo i germi della protesta. La contestazione. La Chiesa di padre Sheridan che rivendica la prerogativa dell’educazione e della formazione si sposa con il braccio armato della sicurezza. Quello dal volto truce. Quello che usa la frusta anche tra le mura di casa per fare uscire il sangue dalle vene dell’ingenuità. La figlia del notabile non può entrare in quella sala da ballo. E padre Sheridan che legge l’elenco dei reprobi dal pulpito domenicale ha la faccia del delatore. Davanti a Dio. Ma soprattutto davanti agli uomini.

Jimmy Gralton viene espulso, ma nessuno si dimentica di lui. Estradato per dieci anni a New York, torna ingrigito e ricco di fascino, per assistere l’anziana madre, ormai sola, perché la sorella è entrata in convento. Finirà per riaprire la Pearse-Connolly hall. Insomma, Jimmy’s hall. Ma i nemici di allora hanno la stessa faccia truce di due lustri prima. Lo perseguitano. Incendiano le speranze di una comunità gettando alle fiamme quel ritrovo, approdo di felicità. Lo scovano nel nascondiglio che il paese ha studiato per lui. E lo cacciano nuovamente. Come clandestino. Lui. Jimmy. Nato e cresciuto a Leitrim, tra prati silenziosi e cavalli dagli occhi morbidi.

Il film spazia dal 1922 agli anni Trenta. Periodi di guerre civili in un’Irlanda che non voleva saperne del giogo britannico, ma ne rimase oppressa. Le due fazioni in lotta non scomparvero con la fine delle ostilità e il film è lo specchio di quella frattura sociale e politica, mentre la sala da ballo è l’ostaggio. Jimmy’s hall ha un carattere fortemente ideologico, come del resto le opere di Ken Loach, e in questo aspetto sta il suo limite.  Soprattutto per quella divisione manichea tra Bene e Male che, nella fattispecie, descrive il prete come simbolo di perversione e il comunista come icona di santità. Francamente eccessivo. Tuttavia i temi sviluppati fanno riflettere al di là dell’orientamento. L’amore  e la disponibilità verso un prossimo che abbia la fisionomia dell’altro rappresentano un argomento di confronto e conflitto fra il laico Jimmy e padre Sheridan. Perché non c’è nulla di male in una sala da ballo. E non c’è nulla di male nemmeno ad offrire un’oasi di spensieratezza all’oppressione di una vita senza speranza né riscatto.

Ciò che per Jimmy è un valore, per il prete è una minaccia. Il sovversivo che si annida in quell’ambìto trentenne è un ossessione per il sacerdote. E se il comunista Jimmy è altro rispetto all’uomo di chiesa, traspare dal film come depositario di un sentimento che il ministro di Dio non sa mostrare nemmeno al chiuso del parlatorio confessionale. Opposti che si fronteggiano. Specularmente. Come nella guerra civile che aveva imposto una supremazia, ma non aveva cancellato rancori e rivalità. Non basteranno dieci anni ad attenuare l’attrito. L’altro, il diverso, il sovversivo, continua ad essere una minaccia per l’uomo che predica la bontà e l’altruismo. Al punto da diventare odio. E causare il rogo che brucia le speranze e l’ardimento di Jimmy’s hall. Ovvero la Pearse-Connolly hall. Comunque la libertà e l’amore di quei ragazzi. La trincea clericale e il primo allontanamento di Jimmy sconfinano nel sentimento. La partenza costa a quell’uomo la donna che ama. E quando torna la trova sposata con figlie.

Quella di Jimmy Gralton è una storia vera, alla quale Ken Loach ha restituito vita, tirandola fuori dagli archivi impolverati. Il regista torna così in Irlanda dopo otto anni da Il vento accarezza l’erba con cui vinse la Palma d’oro a Cannes e che a buon titolo può essere ritenuto l’antecedente diretto di Jimmy’s hall, anche perché le vicende rappresentate nel primo precedono di un pugno di mesi la vita sfortunata di Gralton. Un uomo espulso dal suo paese per aver provato a portarvi la gioia. Cacciato come clandestino dalla stessa comunità che lo aveva allevato. Una sorta di madre che soffoca i suoi figli. Saturno e Medea al tempo stesso. Un uomo, definito anticristo e nemico della Chiesa, proprio nell’anno del congresso eucaristico che mobilitò in Irlanda un milione di fedeli. Un uomo che nel 1945 morì a New York. In esilio forzato. Come il clandestino che non fu mai.

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