Tieni sempre un panino di scorta nel cappello…

 

 

 

 

 

La magia del Natale al cinema ha il volto paffuto e simpatico di un orsetto. Un tondo dagli occhi alle fauci che ricorda un cagnolino, sul muso di un grizzly alto due metri. Eppure lui è un cucciolotto. Tenero come tutte le creature innocenti. Ingenue. E convinte che il mondo sia popolato da uno sconfinato esercito di buoni. Così l’orsacchiotto, reduce da un terremoto che distrugge il suo habitat, approda alle latitudini europee per cimentarsi con quella bestia chiamata uomo.

Paddington di Paul King è la storia di questo pacioccone che fa innamorare alla voce e allo sguardo. Ma lascia pensare. Arriva nascosto alla bell’e meglio e si ritrova sulla banchina della stazione ad aspettare qualcuno che si prenda cura di lui. Nell’indifferenza generale tocca a una famiglia offrirgli un tetto purché se ne vada la mattina successiva. Storie della proverbiale generosità umana, ma lui Paddington, battezzato così proprio perché era seduto allo scalo londinese che porta questo nome, ne combina di tutti i colori. Naturalmente il pasticcione fa rabbia, ma al tempo stesso intenerisce. E la variegata famigliola, in disaccordo al suo interno sul da farsi, accetta che all’improvviso l’orsetto si sia perduto. Tuttavia, quando comprende che sulle sue tracce c’è la cattiva Millicent (Nicole Kidman), decisa a metterlo in una teca del museo naturale, dichiara guerra alla perfida ma bellissima rivale.

Con l’aiuto di un provvidenziale panino nascosto nel cappello, una nonna battagliera e la neve, il tenero Paddington terrà piccoli e grandi spettatori con il fiato sospeso prima di lasciarli tornare a casa un po’ più sereni. E’ Natale e, si sa, nulla può finire male. Soprattutto per l’orsacchiotto Paddington, che però se la vede brutta assai, come chiunque finisca catapultato dal Perù all’Inghilterra senza apparente ragione. E fa niente se l’orsacchiotto sembra un intruso sia in Sudamerica, sia in Nord Europa perché forse lui, Paddington, con quella vocina e quella dolcezza, sarebbe fuori luogo un po’ dappertutto. Eccetto che nel cuore dello spettatore. In un mondo di supereroi con spade mirabolanti ed effetti speciali, questo animaletto che usa l’ombrello come Mary Poppins, ha la valigia dell’emigrante e un buffo cappellaccio sulla zucca, intenerisce più del disneyano Big hero. E di tante altre creature di cartone e non soltanto.

Il film affronta più di una tematica, di alto valore didattico nei confronti dei più piccini ai quali è principalmente rivolto. In primo luogo il motivo dell’altro che capita o s’insinua – talvolta suo malgrado – nelle nostre vite. In una vita che nemmeno è la sua. In un mondo nemico e avverso dove, oltre ad adattarsi, deve conquistare la simpatia di chi non appartiene alla sua stessa specie. Il senso metaforico di questa lettura è chiarissimo in un mondo in cui l’intolleranza si fa strada tra gli adulti e anche i ragazzini scoprono e frequentano la tracotanza. Il ricatto. L’indifferenza. La perfidia. La malizia. La sottile arroganza del peccato. Paddington insegna a comprendere che non sempre chi arriva ha progettato il suo percorso. Talvolta approda dove la vita o il destino lo conducono. Non sempre per sua gioia. Non sempre a suo scorno.

La cattiva Millicent è l’ostacolo che si frappone alla vita e insidia il raggiungimento di qualsiasi ambizione. E’ la pervicacia nello sbaglio. E’ violenza e abbandono. E finisce sconfitta perché Paddington ha un suo modo specifico di educare grandi e piccini. Il valore dell’umanità per lui che umano non è ma che, con gli umani, si confronta. E riesce a far leva sul loro cuore perché “uniti si vince”. E non è solo un motto sportivo. Poco importa infine se gli orsi non vivano in Perù e non si capisce perché, proprio da lì, i creatori di Paddington vogliano decidere la provenienza del loro eroe senza lame rotanti. Con un cervello fatto di impulsi e istinti, non di bit di improvvisate quanto assurde schede di memoria già proiettate nel quarto o nel quinto millennio. Anche per questo, Paddington è l’unico e vero cartone animato natalizio del 2014. L’unico almeno che sappia che cosa significa la magia della festa più dolce dell’anno.

 

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