A volte sono persone che nessuno può immaginare a fare cose che nessuno immagina

 

 

 

C’era una volta la macchina di Turing. C’era. Oggi non c’è più. Perché ai giorni nostri, quel marchingegno ha perso ciò che di più scoraggiante aveva. E ora lo chiamiamo computer. Ognuno di noi ne ha almeno uno, sotto le più diverse forme. Sia esso un apparecchio stabile, da tavolo oppure un portatile. Un cellulare. O quant’altro. Ma la maggior parte di noi ignora come queste perfezionate tecnologie siano figlie di un uomo dalla mente prodigiosa. Un eroe di guerra. Non tanto per aver debellato eserciti di agguerriti nemici, a colpi di mitraglia o cannone, ma per aver risolto un Enigma. E, grazie a quella soluzione, ha accorciato la durata del secondo conflitto mondiale, risparmiando milioni di morti. Quattrodici, dicono gli storici, per quattro o cinque anni in meno di bufera bellica.

The imitation game di Morten Tyldum è la storia di un genio poco noto che, nonostante le sue imprese matematiche, è stato condannato all’oblio dall’Inghilterra, suo Paese natale. Alan Turing aveva dichiarato una guerra personale. Personalissima. Il suo nemico si chiamava Enigma ed era una macchina. Ad utilizzarla era lo stato maggiore militare nazista che la usava per trasmettere in codice bersagli e modalità di bombardamento ai propri effettivi. Nessuno era in grado di decodificarla e tutti finivano distrutti da quegli ordigni a sorpresa. Il governo inglese mise a punto perfino una squadra di ricercatori affinché operassero per smascherare il metodo seguito da quell’implacabile Enigma. Ma nulla accadde finché a toglierle ogni segreto fu un’altra macchina.

Alan Turing era un ragazzino introverso e fragile. Vittima del bullismo, già allora in voga nelle scuole del Regno unito. Perse per malattia il suo compagno di giochi del quale era segretamente innamorato. E che rimase l’unico grande amore della sua vita. Alan Turing era omosessuale in una nazione in cui questa inclinazione era un reato, non una diversa attrazione fisica. A suo modo, Alan Turing (nel film ne veste i panni Benedict Cumberbatch, già apprezzato nel Quinto potere e Into darkness – Star trek) regalò il cuore a una donna, la collega Joan Clarke (Keira Knightley), ma confessò il suo “peccato” per sottrarla alle indagini sulle intercettazioni di Enigma. Il gesto passò inosservato o semi ignorato fin quando, casualmente, nel 1952 la polizia fu chiamata a intervenire per furto in casa dello scienziato. Turing cercò di glissare sul ciclone che gli aveva messo casa a soqquadro. L’amante occasionale fuggito di soppiatto. Ma la verità venne a galla.

Al prodigioso talento matematico venne offerta una duplice alternativa. Il carcere o la castrazione chimica. Turing optò per la seconda, ritenendosi incapace di oziare per anni al chiuso di una cella, ma i farmaci lo ridussero a una larva incapace perfino di risolvere un cruciverba. Egli se ne rese conto e pose fine alla sua vita. Scegliendo la tragica poesia di una fiaba. Una mela avvelenata. Frutto non casuale che ne aveva scandito e accompagnato gli attimi. Gli unici, in cui il giovane Turing era riuscito a stabilire un contatto umano con il mondo a lui così terribilmente estraneo. E la mela lo avrebbe preso per mano anche nel suo ultimo viaggio. Morì nel 1954 a 42 anni, ma fino a Natale 2013 è rimasto all’indice, nell’Inghilterra che aveva aiutato a uscire vincitrice dalla guerra. Nonostante pressanti appelli del mondo scientifico, la regina Elisabetta ha tergiversato a lungo prima di concedere la meritata riabilitazione.

The imitation game è costruito in forma circolare. Dal preludio alla fine, anticipazione del racconto di un’esistenza per poi ricollegarsi all’inizio. E superarlo, raccontandone il vero e tragico epilogo. Un meccanismo diffuso e frequentato dal cinema che si sottrae in questo modo a una didascalica quanto scolastica narrazione, invitando invece lo spettatore a un’attenzione più specifica. Tre atti dunque, ideati alla stregua di un testo classico con un preambolo introduttivo, il corpus centrale e l’epilogo. Nell’incoerenza temporale.

La parabola di Alan Turing è diventata uno splendido film che esce da qualsiasi categorizzazione, se non l’unica possibile, un’opera biografica. In anni nei quali l’attenzione per la ricostruzione delle vite si fa costante. Attenta. Pressante. Quasi una necessità. Da Diana a James Brown. Dalle sculture anonime e miniaturizzate della quotidianità. Boyhood e Due giorni, una notte. Dalla Teoria del tutto di James Marsh, imminente monografia filmica su Stephen Hawking, ad Unbroken, prima regia di Angelina Jolie che racconta l’atleta Louis Zamperini, prossimo arrivo sul grande schermo. Stavolta, il grande merito è quello di presentare il profilo di uno scienziato, passato inosservato ai più, nonostante le sue rivoluzionarie scoperte abbiano consentito di mettere a punto uno degli strumenti a noi di uso più frequente. Il computer, appunto. E la pellicola oscilla sapientemente proprio su questo confine, toccando i versanti più differenti che coincidono con i temi principali. La pubblica insipienza e ingratitudine dei suoi concittadini che mai gli hanno perdonato quei gusti sessuali diversi e, per l’Inghilterra di allora, fuorilegge. Il genio applicato a scoperte che avevano risparmiato vite umane nello stesso istante in cui ponevano le basi per migliorare una tecnologia oggi imprescindibile, non erano ritenute sufficienti per lavare quella colpa naturale. E sono occorsi sessant’anni perché la più elementare forma di perdono gli fosse concessa. La miopia degli stati e della ragion di stato è evidente anche nel disagio di Turing con le gerarchie. L’incapacità a riconoscere l’unicità dell’uomo. E non saper transigere sulle sue debolezze. Figlie di ogni tempo.

Il nonnismo di oggi come il bullismo di ieri. L’essere forti con i deboli e deboli con i forti. E l’umiltà del genio di fronte alla sua creatura. Il mancato perdono, in virtù di un piglio discutibile ed effimero che mai giustificano l’inflessibilità del giudizio. Mentalità nuda. Ottusità cavernicola. Difetti di un corpo mentale che i vestiti – individuabili attraverso le apparenze e la piatta osservanza di leggi insensate – riescono a malapena a coprire. E il tempo smaschera. I volti ambigui della violenza. Compassata, ma implacabile come la legge che impone e distrugge l’indole. E la natura di un uomo. Reclusione o castrazione per ciò che non è un reato, ma solo un’inclinazione individuale. Intransigente come la gerarchia militare che promuove e boccia. Allontana con il disprezzo. Denigra. E demolisce. Viscida come le ritorsioni dei coetanei. I dileggi. Le esclusioni. Emarginazione costruita con i mattoncini del Lego. “La violenza esiste perché provoca appagamento, ma se le togliamo questo appagamento non ha più ragion d’essere” spiegava Turing.

In pochi, pochissimi, lo hanno ascoltato.

 

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