“Non dimentichi quelli che non hai salvato. Sono proprio quei volti e quelle situazioni che faranno parte di te per sempre…”

 

 

 

Se la guerra non dura per l’eternità, per l’eternità durano le tracce che essa lascia nell’animo umano. Gli Stati Uniti, per chi ne abbia conosciuto la terra e la gente, sono una galleria vivente di reduci che mai hanno smaltito i postumi tragici del proiettile. Sparare e veder crollare a terra un uomo e una vita. Sparare e sapere che è inevitabile. E se non cadrà quell’uomo, cadrà chi si è rifiutato – o non ha saputo – premere il grilletto per primo. I morti. Senza età. Senza sesso. Perfino senza motivo. Agguati e incursioni. Scolpiti in una memoria che di essi e per essi si ammala. Inguaribilmente.

American sniper è l’ultimo film di Clint Eastwood, 84 anni suonati alla fine di maggio e tuttora attivissimo. E’ la storia di un uomo, Chris Kyle, morto a 39 anni, nel febbraio 2013, dopo essere sopravvissuto alla guerra in Irak. Kyle è stato un cecchino infallibile, il più letale della storia militare a stelle e strisce. Pluridecorato. In servizio per dieci anni – dal 1999 al 2009 – per proteggere le spalle dei suoi commilitoni nella guerriglia a Falluja. La sua fama ha avvolto gli Stati Uniti, prima di estendersi oltre i confini. Sedurre e rapire perfino i nemici. Kyle, soprannominato “Leggenda”, aveva una taglia sopra la sua testa. Ad apporla furono gli irakeni, ma non venne mai pagata perché nessuno riuscì a neutralizzare l’american sniper. E questo divenne il titolo dell’autobiografia che Chris Kyle scrisse sulla sua vita in generale e la propria esperienza bellica in particolare, prima che un suo ex commilitone, affetto da un disturbo post traumatico da stress, lo uccidesse con un colpo di rivoltella in un poligono di tiro del Texas mentre prendeva lezioni di tiro.

Nulla, nell’opera di Eastwood, si ferma all’elementare contenuto narrativo. Arrestarsi sulla soglia della vicenda di un uomo diventato celebre per aver sparato a centinaia di nemici in guerra sarebbe riduttivo al punto da non rispecchiare il significato di American sniper. La trama diventa dunque il punto di partenza di un’analisi più profonda in cui il confine fra Bene e Male viene superato e scandagliato in più occasioni. Innanzi tutto nel linguaggio cinematografico scelto dal regista. Portare avanti parallelamente, su un doppio binario, l’attività di Kyle cecchino, alternata agli stralci delle licenze che ritraggono invece un Kyle, marito e padre. Tutt’altro che i due volti contrapposti di ciò che si deve e non si deve fare. E tutt’altro perfino dal voler vedere gli occhi miti del mostro. Perché il Bene e il Male che Bradley Cooper attraversa nei panni di Kyle non sono valori assoluti e filosofici, ma le sponde opposte di un fiume che rappresenta la vita dell’uomo e le cui acque sono implacabilmente destinate a lambirle entrambe le rive.

Dio, patria e famiglia, unica reale bussola di Kyle uomo, rappresenta lo spirito chiave che consente al protagonista di sparare e sentirsi sotto tiro. Di uccidere e di sollevare in aria il proprio bambino. Di rispondere all’appello di una malvagità asettica, sapendo che essa – pienamente – tale non è mai. E la benevolenza riscatterà l’obbligo di uccidere. Mai fine a se stesso. Sempre e solo in funzione di difesa militare. Esemplare, oltre che esemplificativa, la scena in cui il cecchino ha sotto tiro un bambino arabo, nel momento in cui solleva una granata più pesante di lui. Kyle prega che il moccioso non lo faccia. Che la lasci a terra, accanto al corpo senza vita dell’uomo che voleva una strage, ma pagò per primo. In caso contrario toccherà a lui eliminare un ragazzino che a stento tocca dieci anni. E quel bambino, dopo attimi che durano un’eternità, lascia a terra l’esplosivo.

In questo scacco si contrappongono ruoli e destini. Chi deve sparare sapendo di non sbagliare per evitare la morte di decine di connazionali. Sacrificando un bimbo. Più in dimestichezza con un razzo che non con l’altalena. E’ guerra tra nemici e fratricida. La rivalsa araba contro gli arabi che chiedono pietà agli americani. La “Leggenda”, primatista di uccisioni e per questo decorata, è anche un buon padre di famiglia. Tenta di allevare due figli. Di soddisfare l’anelito della moglie (Sienna Miller) a una vita serena. L’ambizione più naturale di un essere umano e talvolta la più difficoltosa da raggiungere. Kyle se ne rende conto a conflitto finito. A licenza ottenuta. Al rompete le righe. E lo spettatore con lui.

Storie di tracce indelebili. I volti dei caduti. Di quanti non è stato possibile salvare. E una parola – quel “salvare” appunto – che sa di beffa e bontà al tempo stesso quando sottrarre alla morte qualcuno si coniuga con il simultaneo dare la morte a qualcun altro. I volti, quei volti, restano impressi in una memoria che nessuna forbice può recidere, per dirla con Montale. E il Kyle uomo che torna a casa non riesce a cancellare i lineamenti di quelle vittime. Non è un superficiale e vuoto valore di pace, venduto a buon mercato sulle bancarelle della retorica. E’ il ritratto del trauma. L’incubo che non passa. L’impronta che condiziona. L’angoscia che non si dissolve nemmeno a conflitto finito.

Chris Kyle, insomma, non è il cecchino che attraversa la guerra in Irak per un Clint Eastwood, repubblicano fervente, ma lontanissimo dal cercare di attribuire ragioni storico politiche a una qualche fazione. Chris Kyle è l’uomo, l’ennesimo carattere umano, che si inserisce nella cinematografia del regista, alla stessa stregua di Kowalski, anch’egli un reduce, in Gran Torino. O i soldati che spedirono Lettere da Iwo Jima, non a caso. O dei goffi protagonisti degli Spietati. O, più lontani dal clima della guerra, attraverso la determinazione della fanciulla pugile di quel capolavoro che è Million dollar baby. E del suo manager. O della madre di Changeling. Non sempre c’è di mezzo la guerra, anche se ognuno di essi vive una guerra. E la combatte contro un nemico. Talvolta reale, tal’altra impalpabile. Ma sempre metaforico. E’ una galleria di caratteri. Di quell’oggetto da laboratorio che si chiama uomo anche quando è una donna. E di cui Clint Eastwood continua a nutrirsi. Oltre ogni guerra. Fatte di proiettili o di intime devastazioni.

IL RETROSCENAAmerican sniper è film dal retroterra complesso, non solo perché tocca un tasto, la guerra, sempre indigesto agli americani. La pellicola nasce da un’idea e un progetto di Steven Spielberg che, dopo aver individuato perfino gli attori, preferisce però tirarsi indietro e lasciare la regia a un amico, forse più a suo agio di lui con i temi bellici. Clint Eastwood. L’operazione, per giunta, completerebbe una trilogia che aveva già avuto in Flag of our fathers e Lettere da Iwo Jima i primi due atti. Il “padre” di ET, Lo squalo, Jurassic park e Schindler list avverte così Bradley Cooper, già individuato come protagonista, rassicurandolo che il mutamento di intenti non lo coinvolgerà, come infatti poi avviene. L’attore coglie quindi le rassicurazioni per stringere conoscenza con l’uomo che dovrà impersonare, Chris Kyle, appunto. L’american sniper. Il cecchino pluridecorato.  Riesce a cogliere più segreti possibile dalle poche parole che Kyle, uomo ombroso e riservato, gli regala. E’ un tesoro prezioso perché di lì a poco, prima che inizino le riprese, Kyle viene ucciso. Il film segue il suo iter ed esce negli Stati Uniti il 25 dicembre 2014, ultimo giorno utile per un’eventuale candidatura agli Oscar. A questo punto l’America è divisa. Soprattutto negli ambienti cinematografici di Hollywood e dintorni. Non solo perché la guerra in Irak è una ferita recente, ma soprattutto perché l’autore del film è Clint Eastwood, repubblicano convinto in un mondo in celluloide, da sempre a maggioranza democratica. Colleghi e membri dell’Academy, pur riconoscendo all’autore di Million dollar baby, l’onestà intellettuale di non aver proposto una chiave di lettura politica del film, non gli hanno però perdonato la freddezza verso la Casa Bianca. In particolare, un discorso pronunciato da Eastwood al congresso repubblicano di un paio di anni fa, in cui parlò di una “poltrona vuota”, espressione con cui condì sbrigativamente, da par suo, Obama e la discussa statura politica del presidente. In America ben pochi hanno dimenticato e ora sarebbero pronti a farla pagare al regista, rifiutandosi di votare una sua nomination di categoria e di premiare il suo film con una statuetta. La frattura potrebbe andare a vantaggio di Bradley Cooper sul quale potrebbero convogliarsi i consensi dei nemici di Clint Eastwood, sempre nascosti nell’ombra.  Entro il 15 gennaio si sapranno le candidature. Il verdetto il 22 febbraio.

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