-Perché un padre non sta al suo posto?

-E’ l’unico padre venuto a cercare i suoi figli.

 

 

 

Novemila miglia e un solo bagaglio. L’orientamento. Un particolare tipo di bussola. Saper indovinare dov’è l’acqua. Joshua Connor, australiano, è quel che si suol dire, un rabdomante. E un padre. Disperato. Ha perso una moglie suicida. Distrutta dal dolore di tre figli dispersi in guerra. E’ il 1919 e il primo conflitto mondiale è finito da un anno. La turca Gallipoli è molto lontana dal Mallee, campagna sterminata di uno stato che coincide con un continente. Ma Joshua sa che se ha una speranza di trovare i suoi ragazzi, sta proprio nelle terre di quell’impero Ottomano appena sgretolatosi. I trattati di Versailles hanno disegnato un mondo nuovo su cui pendono tuttavia interrogativi irrisolti. L’”inutile strage” di papa Benedetto era arrivata a colpire anche così lontano. E lui, il rabdomante, parte.

“La speranza è una necessità, da dove provengo”

 

 

 

 

 

Accostamento di culture. E di sentimenti. Anche questo è The water diviner, prima regia di Russell Crowe che ne è pure protagonista. Senza speranza è inutile percorrere novemila miglia. Ma senza speranza – da parte turca – è pretendere di trovare tre corpi su una collina che è un cimitero senza nome. E senza nomi. Il teatro di un massacro. Giovani vite troncate. Mille passaporti. Ossa senza identità. Tramonti a picco su un mare salato da lacrime tristi. Lutti che una guerra ha seminato per il mondo. Tragico preambolo al nuovo sterminio della seconda bufera bellica. Ma nella prima, più che nella successiva, ogni famiglia ha almeno un morto sul quale la voce si incrini dalla commozione e dal rimpianto. Connor è convinto di non avere tre cadaveri da riportare a casa. “La speranza è una necessità” ma si sposa con la collaborazione. A Joshua serve aiuto. Universale. E l’universalità ha il volto di una donna, Aisha (Olga Kurylenko), che piange il suo status di donna islamica, vedova del marito e ostaggio del cognato sotto cui ricade la tutela. E di Hasan, ex generale ottomano, altra anima musulmana, al quale il neozelandese d’anagrafe Crowe concede la sensibilità umana di comprendere. “E’ l’unico padre venuto a cercare i figli”. E tanto basta per descrivere i confini della speranza.

«Un detto persiano dice “Possa tu sopravvivere ai tuoi figli”. Sembra un augurio, ma è la peggior maledizione».

 

 

Il tema della sopravvivenza dei genitori ai figli mette a nudo una delle più immani crudeltà ai danni di un essere umano. Perché è contro natura. Illogico. E Hasan rende omaggio alla pietà. Aiuta Connor in una ricerca che è l’ossessione anche di Aysha e del suo bimbo piccolo. La ricerca, stavolta, di un padre perduto. Nel cuore del nulla di una guerra atroce, che quando mette a tacere le armi non sa cancellare il dolore. La donna nutre un amore con lo stesso sentimento mutilato di chi sa che la sua ricerca è senza speranza. Forme di fede laica a confronto. Senza nessuno che vinca. Ma tutti che perdano un pezzo di cuore. Perché anche la sopravvivenza, a suo modo, può essere un dramma. Connor ne sa qualcosa. Ha perso una moglie suicida. Tre figli. La terra dove è nato. Ma non la speranza di ricostruire, in un qui indefinito o nell’altrove più esteso, qualcosa che assomigli alla vita.

“Giudico un uomo dall’amore che dà ai suoi figli, non da ciò che il mondo ha fatto loro”.

 

 

 

 

Aysha ha la durezza della donna islamica alla quale non è permesso alzare gli occhi su un altro uomo, neppure se vedova. O presunta tale. Ma Aysha ha la sua visione delle cose. Di un universo capovolto che giudica in base a retorica storica non all’individualità di un sentimento. A un amore che si riconosce perfino davanti a quella non arrendevolezza a freddi e asettici bollettini bellici. Disperso. La speranza torna nuovamente ad affacciarsi nelle azioni degli individui che non accettano la realtà con passività, senza tentare di intervenire. Senza voler capire. E la ricerca di quel Connor, senza bussola, lui, che è un rabdomante, le mostra l’uomo in una prospettiva diversa da quella della piatta asetticità di chi ritiene un illuso colui che vuol conoscere la verità. Cerca i figli. Ne vuole i corpi. E pretende di sentirne i battiti.

The water diviner è un film che attraversa differenti generi cinematografici. E’ un’epopea, ma al contempo è storia. Il primo dopoguerra amaro di chi combatté e ritrova i nemici in un’insolita prospettiva di dialogo. Compassato e rispettoso. Al di là degli strascichi che il rombo delle armi hanno lasciato. “Perché la guerra – come ha detto Russell Crowe – non ha vincitori né vinti. Ma solo vittime”. In questa chiave è importante sottolineare il taglio offerto dal regista. Un racconto visto nella chiave dell’uomo più che in quello delle nazionalità. L’armata australiano-neozelandese veniva vista come un’accozzaglia di invasori e questa prospettiva è chiaramente rappresentata, a testimonianza che in un conflitto, a perdere è solo la civiltà.

The water diviner è anche pellicola di sentimenti. Profondi. Un amore che non è solo quello dell’uomo per una donna, ma quello di quest’ultima per i suoi figli o suo figlio. Quello dell’uomo per i suoi ragazzi. Quello delle convenzioni islamiche che non si sposano con vedute occidentali. E’ interpretazione storica. Morti senza una spiegazione. Come quella dell’Anzac – l’Australian and New Zealand army corps – che spedì i suoi giovani a difendere uno straccio di terra turca, contesa, quando un impero stava crollando. A migliaia di migliaia di miglia da casa. Senza apparenti logiche che non siano la ragion di Stato e di equilibri politici.

The water diviner è avventura e scommessa. Il fiato sospeso di una ricerca da cui ci si aspetta qualsiasi possibile epilogo. Ma la fine sta scritta nell’acqua. E il rabdomante trova nell’acqua la sua rinascita. Film di colori saturi, pieni, anche sotto l’aspetto cromatico riesce a creare una connessione tra due contesti geografici lontani quanto inconciliabili. Australia e Turchia hanno in comune tinte sature, mai pallide. E fra Turchia e Australia vengono girate le scene che alternano gli scorci di Istanbul ai deserti sconfinati. Le oasi di aridità dove l’acqua è un miraggio. E il compito del rabdomante è più arduo.

IL RETROSCENA - Ad inizio millennio, dopo tanti capolavori già alle spalle, Russel Crowe aveva già avuto intenzione di mettersi dietro la macchina da presa. Il tentativo era quello di rappresentare una storia realmente accaduta in quel di Sydney dove l’attore vive. Particolare che, a suo modo, è già ghiotto in quanto Crowe è neozelandese e tra lo Stivale al contrario e la patria dei canguri c’è una sentita rivalità di campanile. Quel film non vide mai la luce e The water diviner è l’esordio di Crowe regista. “Meglio così – ha commentato lui – perché penso che me lo avrebbero fatto fare come ricompensa dopo Il Gladiatore e A beautiful mind, non perché pensavano che ne sarei stato capace”. Tanto è vero che Russel Crowe è già rientrato nei ranghi e sta girando la prossima pellicola agli ordini di Ryan Gosling The nice guys, una detective story da anni Settanta. Storia di sangue e rivoltelle. The water diviner invece è una storia nata su un fatto realmente accaduto. Lo sceneggiatore di Melbourne, Andrew Atanasios, ha scoperto una lettera di di Cyril Hughes, colonnello della commissione “Imperial War Graves”, incaricato di ripristinare l’ordine nel campo di Gallipoli, all’indomani della fine della guerra. A fermare l’attenzione di Atanasios una riga apparentemente poco significativa. “Un vecchio è riuscito ad arrivare qui dall’Australia per cercare la tomba di suo figlio”. Quello sconosciuto, disperso nella memoria del primo dopoguerra, oggi ha un corpo. Un’anima. Una voce. Quella di Joshua Connor.

 

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