“C’è sempre qualcosa che si può fare con successo”

 

 

 

 

 

Vita e speranza. Parole coordinate in uno dei detti più abusati e retoricamente consunti hanno rappresentato per lo scienziato Stephen Hawking molto più che una semplice bussola, per orientarsi in un’esistenza dimostratasi per lui ben più che complicata. Vivere consente di alimentare ambizioni. E non darsi per vinti. Tutto scontato, fin qui. Molto meno scontato è tutto questo se fa parte degli orizzonti di un uomo che, ad anni ventuno, subisce la diagnosi più terribile. Una malattia rarissima. Degenerativa. Una di quelle che divorano lentamente lasciando inalterato l’uso del cervello, ma distruggendo tutto il resto. Si pensava fosse Sla, che nei primi anni Sessanta – era il 1963, per la precisione – si chiamava ancora morbo di Gehrig dal nome del campione di baseball che per primo la contrasse. E ne morì. Ma la sclerosi laterale amiotrofica non era padrona del fisico di Hawking. Né lo sarebbe diventata. Una delle sue declinazioni, denominata la malattia del motoneurone, si sarebbe invece rivelata la sua nemica, anche se ad oggi i medici si interrogano ancora scientificamente. A Hawking furono garantiti due anni di sofferenze, prima della fine. Ma non andò così, perché “c’è sempre qualcosa che si può fare con successo”.

La teoria del tutto di James Marsh racconta la storia di una battaglia. Vinta. Anche quando quel tutto sembra un articolato e imbattibile avversario. Stephen Hawking, che oggi ha 73 anni, di cui 52 vissuti in una mobilità limitata fino all’immotilità e all’impossibilità di parlare, ha avuto due mogli, tre figli. Ha scritto decine di libri vendendo milioni di copie. E ha compiuto scoperte uniche nel campo dell’astrofisica. Ma non è stato ritenuto degno del Nobel. Non ancora, almeno. Il film ripercorre la vita dell’uomo e dello scienziato in un duplice parallelo. L’amore della fisica. E la fisica dell’amore.

-Ci vediamo domenica mattina

-Sono occupata

-Ah sì, c’è Lui…

 

 

 

Il tema della fede attraversa la vita. Due vite. Quella di Hawking (Eddie Redmayne) e della giovane Jane Wilde (Felicity Jones), la ragazza di cui si innamorò sui banchi dell’università. Mente scientifica lui, intelligenza classica e letteraria lei. Ma al cuore non si comanda, neppure se lei è devota in chiesa e lui è ateo. Il confronto in realtà non si limita alla differenza di due educazioni e climi sociali diversi. Scoprire l’architettura dell’universo secondo le leggi scientifiche significa andare oltre la prospettiva fideistica e religiosa del Creatore e cercare di far luce sull’origine del mondo secondo basi dimostrabili, senza cioè affidarsi alle sacre scritture. Studiare i testi della classicità vuol dire invece confrontarsi con le idee. Le culture. L’antropologia e la religione. Muoversi fra divinità opposte  e fra le inestinguibili lotte degli uomini per affermare i propri valori confessionali. Il proprio credo. Stephen e Jane sono il recto di due medaglie diverse. Sul verso sta il vero volto del pluralismo e dell’obiettività di uno scienziato che, pur non credendo, entra in chiesa per avvicinare il maestro di canto e invitarlo nella propria famiglia. Una birra davanti all’altare. Un brindisi ateo. Unico. Ma emozionante. L’espressione della tolleranza. La diversità che unisce.

-Combatteremo questa battaglia insieme

-Non sarà una battaglia, ma una pesantissima sconfitta…

 

 

 

La malattia è un banco di prova. La rassegnazione all’ineluttabile è la resa di chi non ha fiducia. E’ vedovo della speranza. E ritorna quel valore che regge gli esseri umani e guida i comportamenti. Il padre di Hawking è la vera vittima della patologia. Rinuncia a combattere prima di aver messo a punto una strategia. Più che non credere, non ci crede. E pensa a come sopravvivere in quei due fatidici anni con lo spirito di chi è stato sferzato da un dramma ma se ne fa una ragione. La madre di Jane è inconsapevolezza. Nel vedere la figlia, travolta da pensieri, angoscia e fatica, ma immenso amore, ha solo la forza di dirle “…sai, Jane, pensavo… Avresti proprio bisogno… di prendere lezioni di canto in parrocchia”. La frase più britannica che si potesse trovare in un campionario sconfinato è il ritratto di chi non si rende conto. Guarda, ma non vede. Jane non si sottomette alla diagnosi dei medici. E regala a quell’uomo, prostrato in mille funzionalità compromesse, la parabola completa di un’esistenza che si sforzi di avvicinarsi alla normalità. Benché normale non sia.

“Dimostrerò con una singola equazione che il tempo ha avuto inizio”.

 

 

 

Dal Big bang ai buchi neri. Il mistero del tempo. E delle origini. In una gioventù malata. Con il bastone. Su una sedia a rotelle. Davanti a un computer che traduca versi e smorfie in suoni comprensibili. Stephen Hawking non si dà per vinto. Studia. Sperimenta. Scrive. La teoria iniziale della nascita dell’universo e la dimensione del tempo acquistano fisicità. Materialità. La conoscenza prevale sulla patologia. Nulla può fermare un cervello che ha scoperto l’ombelico della creazione dal punto di vista scientifico. Fede e scienza si ignorano ancora. “Quello in cui non credo è irrilevante in fisica”. Hawking lascia da parte le riflessioni. Le opinioni. La scienza procede per teoremi. Dimostrabili. Anche da una sedia a rotelle.

-“Assumi un’infermiera. Te la puoi permettere, sei famoso in tutto il mondo…”

-“Sono famoso per i buchi neri, non per i concerti rock…”

Il denaro non va d’accordo con lo studio e la ricerca. E la stessa fama ha colori diversi a seconda delle discipline che la portano. Hawking è il modesto che sogna di alzarsi da una carrozzella per andare a raccogliere una penna, caduta di mano all’interlocutore. Miraggio di una felicità semplice, ma talvolta impossibile. Condanna all’immobilismo che obbliga a dipendere anche per poter fare una gita al mare. Pur essendo famosi. Per i buchi neri. Celebrità che apre la strada di Buckingham Palace, ma causa il rifiuto di quella decorazione del cavalierato che, agli occhi dello scienziato, rappresenta qualcosa di molto più lontano dei buchi neri. Nel tempo e nello spazio.

Film biografico, La teoria del tutto è un frastagliato ventaglio di temi e riflessi che s’intersecano e si incrociano. Il difetto sta in un’impostazione che sorvola un po’ troppo sui contenuti scientifici. Certo, renderne la sostanza in maniera accattivante e non stancante per il pubblico è compito arduo, data la complessita della materia. Tuttavia il lato della ricerca è poco più che abbozzato. E di fatto l’amore per la fisica si scioglie nella fisica dell’amore, ma mentre il primo è spiegabile, il secondo resta un mistero. Paradossi del manuale e del cuore. Hawking ha vissuto una storia d’amore lunga trent’anni prima di scoprire che un sentimento si era affievolito. O era morto davvero. O forse erano finite le forze capaci di sostenerlo. Ha trovato altre braccia ad accoglierlo. E per un’altra decina d’anni è vissuto con la propria infermiera-logopedista. Poi, nel 2006, ha divorziato anche da lei. Jane Wilde oggi per lui è un’amica. Sposata al maestro del coro della parrocchia con cui aveva subito un turbamento sentimentale durante gli anni accanto allo scienziato, che forse aveva intuito quel legame in incubazione, ma mai sbocciato. L’amore della fisica ha portato “La teoria del tutto”. Origini e destino dell’universo. Teoremi. Razionalità della scienza. La fisica dell’amore non è teorizzabile. Non c’è formula. Nemmeno per Hawking. Ma c’è stato amore.

IL RETROSCENA – Profondamente britannico nella costruzione, ambientazione, regia, scelta degli interpreti e soggetto, il set de La teoria del tutto ha ricevuto la visita e l’attiva collaborazione della famiglia Hawking nella scelta dei luoghi che hanno visto nascere la storia d’amore fra lo scienziato e Jane Wilde. Hawking ha assistito alle riprese della sequenza della scena del ballo in compagnia di Lucy e Timothy, due dei figli avuti con Jane. Fortissimo l’impatto dello scienziato su Eddie Redmayne che lo interpreta sul grande schermo. “Ho notato come il sì sia una sorta di sorriso e il no sia una smorfia che in lui si manifestano solo con un paio di muscoli facciali che ho imparato a isolare” ha detto l’attore, in grande difficoltà nell’interpretare il fisico, perché le riprese non si svolgevano in sequenza. Quindi per ogni scena è stato costretto a consultare gli appunti che descrivevano i vari stadi della malattia nelle diverse occasioni. Il regista James Marsh – meritevole di aver portato al cinema un’altra vita poco conosciuta in Man on wire sul funambolo Philippe Petit che nel 1974 attraversò i due grattacieli delle Torri gemelle su una fune sospeso nel vuoto – ha ricevuto aiuto anche da Jane Wilde e Jonathan Hellyer Jones, il maestro di coro che compare nel film e che oggi è il suo secondo marito. Entrambi hanno accompagnato Marsh per le strade di Cambridge indicandogli gli scorci più pertinenti nella vita di Hawking e della donna che divenne sua moglie.

 

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