“Volevo solo salvare il bambino…”

 

 

 

 

 

 

 

L’alimentazione come forma di ossessione avvelena la vita più dei cibi contaminati. Ma la violenza nel piatto in cui si mangia è il prodotto di un nuovo millennio in cui contraffazione e adulterazione sono i presupposti di una lotta che non risparmia nemmeno il cuore dei nuclei familiari. Mariti e mogli. Il cibo è terreno di scontro, non più di confronto. E ciò che ne deriva è l’altrui prevaricazione.

Hungry hearts di Saverio Costanzo, è l’esempio deteriore e al tempo stesso esemplificativo di queste tensioni. Mina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver) si incontrano nel bagno di un ristorante cinese, fanno amicizia e, nel tempo, anche un bambino. Le loro strade si uniscono così attraverso un matrimonio che promette sintonia e armonia ma, all’arrivo del bebè, sorgono taciti scontri. Il piccolo non cresce perché la mamma è timorosa di contaminarlo con gli agenti patogeni contenuti nella carne. Lo alimenta così con i vegetali coltivati sulla terrazza ed evita perfino di farlo uscire dall’appartamento, temendo che possa contrarre qualche malattia. Sarà Jude ad accorgersi che le condizioni del bimbo stanno precipitando. Si affida a medici di fiducia, assistenti sociali e arriva a sottrarre il figlio alla moglie per affidarlo alla propria madre, affinché possa nutrirlo con le sostanze necessarie alla crescita. La situazione degenera perché Mina si riappropria del bambino, ma stavolta è la nonna a reagire e a uccidere.

Il film mette sul piatto una densa quantità di tematiche importanti. In primo luogo la degenerazione di un confronto dialettico importante fra vegetariani e onnivori. Mina in realtà appartiene a una sorta di oltranzismo vegano che la porta al terrore perfino di uscire di casa. Tuttavia, se si vuole, essa non è nemmeno il ritratto sbiadito del veganismo. E’ solo una malata in preda a timori e ossessioni tanto devastanti da fare il male del proprio bambino pur con l’intenzione di fare il suo bene.  Jude ne è il contraltare. Il loro rapporto è costruito su silenzi e rampogne. Interventi clandestini. All’oscuro della moglie, Jude porta in chiesa il neonato per potergli dare da mangiare. All’oscuro del marito, la moglie lo porta in bagno per dargli unosciroppo che ne inibisce il metabolismo e l’assunzione del cibo. Ancora di nascosto, Jude porta il bimbo da un pediatra. E di nascosto lo sequestra per affidarlo alla madre. I due genitori, portatori di opposte istanze in tema di alimentazione, non si confrontano mai direttamente, ma si ostacolano con mosse e contromosse. Il cibo, puro o inquinato, non è un ingrediente della trama. E nemmeno delle riflessioni.

L’insorgere di una forma indotta di anoressia che frena la crescita neonatale è la conseguenza dell’esasperazione di paure irrisolte perché mai affrontate direttamente e sempre osservate con l’occhio di chi sceglie strade secondarie e alternative. Fino alla conclusione più drammatica. L’omicidio. Frutto di un’esasperazione incontrollata del braccio di ferro, il delitto è la conseguenza di un piccolo mondo manicheo fatto di buoni – gli onnivori che mangiano carne e alimentano senza parsimonia i loro figli – e i cattivi, ossia i vegani, ai quali l’ossessione della purezza vegetale impone limiti che si traducono in handicap a livello fisico. Ma lo sparo che, di fatto, impone anche la conclusione del film è metafora di una tendenza che avvelena un’epoca in cui, in difesa del mangiare onnivoro, non ci si esime nemmeno dal gesto più intollerante e intransigente. Ammazzare.

Non è un caso che a uccidere siano sempre coloro che, indirettamente, già “uccidono”. Ovvero mangiano carne, ultimo stadio della macellazione di un animale. Così il dualismo vegano-onnivoro si trasferisce su un piano sociale nel parallelo pacifista-guerrafondaio o animalista-antiambientalista. Ciò che è “verde” è simbolo di scarsità di sapori e piaceri. Ciò che è rosso è fonte di soddisfazione e appagamento. La dimensione vegetariana ha cominciato solo da pochissimo tempo ad affacciarsi sul grande schermo. Il cinema è carnivoro senza ripensamenti, ma quello che deve preoccupare è quel colpo di rivoltella, sintomo di una violenza brutale e aprioristica. Unico gesto ritenuto capace di affermare ragioni. Incapacità a scandagliare un argomento con il valore delle idee. Un aspetto emerso anche in Confusi e felici di Massimiliano Bruno dove veniva mostrato un giovane che mangiava un panino disgustoso, davanti a un muro su cui campeggiava la scritta di pessimo gusto “Uccidi un vegano e salverai un albero”.

Il concetto è ripugnante come il proiettile di Costanzo che simboleggia l’incapacità di un dialogo di fatto mai nato né esistito. E se Hungry hearts è un pessimo film fatto bene lo deve proprio alla sua sconcertante e sconfortante superficialità. Il confronto vegano-onnivoro è di fatto afasia di concetti. Non esistono idee che si fronteggino. Rimedi proposti. Tentativi di comprendere se esista un percorso intermedio o quale dei due risulti meno pericoloso o ottimale. Privo di tesi pertinenti alle motivazioni di chi mangia carne e di chi sceglie un’alimentazione alternativa. Come lo stile di vita vegetariano. Si passa direttamente alle conclusioni, imposte con l’arroganza di un’assenza di approfondimento. Superficialità manifesta anche nella figura di Mina, talmente schiava delle proprie paure da non essere assimilabile all’immagine vegana nemmeno pallidamente. La contrapposizione dunque perde significato perché non è nemmeno più considerabile l’antinomia onnivoro vegetariano, ma solo il raffronto tra un marito onnivoro e una moglie con turbe psicologiche evidenti.

Hungry hearts è figlio di un digiuno di cui lo spettatore non avrebbe sofferto l’astinenza cinematografica. Ciononostante è pensato con cura  e attenzione. Le riprese ricordano i film indipendenti degli anni Settanta. La grana grossa dei fotogrammi casalinghi fa rima con i momenti più sofferti delle tensioni fra Mina e Jude in raffronto alla sensibilità ridotta della pellicola nei momenti decisamente più spensierati che risultano più nitidi al pubblico. Un nuovo dualismo respingente. Identica manipolazione per una canzone cult degli anni Sessanta. Tu si’ na cosa grande, in dialetto napoletano, è fatta cantare con esiti a dir poco disastrosi al protagonista americano durante la festa di matrimonio e dedicata alla neo sposa Mina. Successivamente viene fatta intonare nella splendida versione originale di Domenico Modugno, al termine del film dopo lo sparo che conclude il braccio di ferro. Perfezione della musica e del capolavoro partenopeo che accompagna la perfezione del delitto. Meglio una vita troncata da uno sparo che una dedica d’amore al profumo dei fiori d’arancio.

IL RETROSCENA – Vagamente autobiografico, Hungry hearts è, a suo modo, lo specchio di una dolorosa separazione attraverso la quale è passato il regista, Saverio Costanzo. A Venezia dove il film è stato presentato in anteprima, portando i due protagonisti alla coppa Volpi per le migliori recitazioni maschili e femminili, Costanzo era esploso con colorite dichiarazioni in cui sosteneva di sentirsi più affine agli onnivori piuttosto che al mondo veg. Come si è visto, quest’ultimo è rappresentato per quel che non è e tanto basta. Ora invece l’autore si è corretto dicendo di aver voluto rappresentare un confine. Quello di un genitore che, nel tentativo di fare il bene del figlio, sconfina nel fare il suo male. Sterzata dietrofront visto che le file del vegetarismo si ingrossano strada facendo e il botteghino ha le sue pretese. A pensar male si fa peccato… Sosteneva Andreotti.

 

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