“Se torna, la ammazziamo…”

 

 

 

 

 

 

Difret è una parola che in lingua amarica – idioma di origine semitica parlato da 27 milioni di persone sparse tra Etiopia, Egitto e Israele – ha due significati per molti versi differenti. Vuol dire infatti “coraggio” e al tempo stesso indica chi è rimasto “vittima di violenza”. Non sempre, la seconda implica che la sfortunata protagonista abbia dimostrato la dote indicata dal primo. Meno che mai, l’ardimento comporta essere stati bersaglio della furia di altri. Infine, l’esperienza di brutalità ai propri danni tende a rendere deboli oppure, in caso subentri un meccanismo protettivo di se stessi, più aggressivi. Contrari coincidenti e al tempo stesso alternativi. Certo è che l’irruenza a scopo di autotutela nulla ha in comune con l’audacia.

 

Difret è anche un viaggio. Un Paese a due volti. Una campagna in cui il passato di selvagge tradizioni resta vivo e non è capace di convivere con i minimi passi avanti, compiuti da una città che insegue metropoli ben più evolute e civilizzate. Difret è anche e soprattutto un crimine oggi scomparso, ma ben vive purtroppo sono le conseguenze provocate da millenni di tradizioni che tollerano sequestri e stupri. Difret – Il coraggio di cambiare di Zeresenay Berhane Mehari è un film che racconta una storia vera, quella di Hirut, 14 anni, rapita all’uscita da scuola da un uomo che l’aveva chiesta in sposa ottenendone un rifiuto. Il pretendente ne aveva poi abusato e intendeva, con questo gesto, costringerla alle nozze. La ragazzina tuttavia riuscì a fuggire dalla sua prigione, rubando un fucile dimenticato dai suoi sbadati rapitori e, una volta inseguita e raggiunta, esplose un colpo che uccise il “promesso sposo”.

Il delitto valeva, secondo l’accusa, la pena di morte e per Hirut, figlia di una famiglia poverissima, non c’era speranza di giustizia. A difenderla si impegnò un’avvocatessa che gestiva uno studio legale per non abbienti in un Paese in cui nessuno era abbiente. Ma il miracolo avvenne. In tribunale fu dimostrato che Hirut aveva agito per legittima difesa ottenendo così proscioglimento e assoluzione. Ma i compari d’anello e testimoni dell’uomo da lei assassinato le giurarono eterna vendetta con minacce reiterate e implacabili e Hirut non poté mai più fare ritorno al suo pur misero villaggio.

Al centro della vicenda sta dunque una consuetudine – denominata Telefa – largamente in uso nelle zone abitate delle campagne del Paese africano, se si pensa che il 40 per cento delle donne ha avuto a che fare con essa. La prassi prevedeva che un uomo, vedendosi declinare la propria richiesta di matrimonio dalla donna, poteva rapirla e stuprarla sancendo così l’obbligo della ragazza a sottomettersi alle nozze. In altro caso essa, trovandosi priva della verginità, sarebbe stata privata della vergogna e un’uguale maledizione di svergognata sarebbe ricaduta anche sulla sua famiglia. Nel 1957, una legge stabiliva che la Telefa fosse un crimine punibile con tre anni di reclusione ma, nel caso in cui il rapitore avesse accettato di sposare la rapita, sarebbero cadute le accuse penali a suo carico. La tradizione era largamente in uso nelle zone rurali, mentre era ignorata e misconosciuta nelle città etiopi e ciò creava una frattura immensa tra le due facce di un Paese che si trovava alle prese con forme di giustizia differente e differenziata. Addirittura, nelle aree agricole, il consesso dei vecchi e dei maggiorenti del villaggio decideva e sanciva il corretto rispetto di questa legge non scritta se non nell’uso corrente.

Una norma incivile secolarizzata e tramandata di generazione in generazione che è entrata in crisi solo alla fine del secondo millennio per merito proprio del caso di Hirut, alla quale si deve se oggi la Telefa è una pratica in progressivo disuso. Mehari, regista etiope trapiantato negli Stati Uniti, ha voluto raccontarlo attraverso Difret, un progetto cinematografico molto particolare. Il film ha i pregi di una costruzione americana che sa valorizzare il lato avvincente della trama senza impoverirne i contenuti e il tocco africano di un’ambientazione, una trama e personaggi profondamente legati alla nazione di cui è il ritratto. Non per nulla Difret è finanziato con i dollari di Angelina Jolie e di altri produttori a stelle e strisce ed è diretto a un pubblico mondiale come paradigma della lotta contro la violenza sulle donne in particolare e sull’essere umano in generale. Il destinatario vero di Difret però è proprio la platea etiope nel tentativo di inculcare nella testa, dopo millenni di Telefa, che il matrimonio e l’amore seguono percorsi e regole diverse. Anche oggi che l’Etiopia è maturata nel suo percorso di civilizzazione. Sono ancora moltissimi i Paesi dove la gestione dei sentimenti e del cuore è tutt’altro che libera da intrighi. Interessi. E soprattutto violenza.

IL RETROSCENADifret nasce nei primi anni del XXI secolo, quando Mehari conosce l’avvocatessa Meaza Ashenafi. Dalle loro chiacchierate viene alla luce il caso di Hirut Assefa, avvenuto nel 1996. Gli sforzi di portarlo sul grande schermo si scontrano con la crisi economica che fa fuggire gli investitori. Poi, nel 2010, la svolta. Dapprima attraverso l’artista etiope-americana Julie Mehretu e l’australiana Jessica Ranking che hanno devoluto fondi individuali aprendo la strada a nuovi finanziatori. Il progetto ha così preso piede e il regista Mehari ha potuto completare il casting. Essendo diretto in primo luogo agli etiopi, sono stati scelti attori africani quasi tutti all’esordio. Era al debutto Tizita Hagere, la bambina che ha interpretato Hirut. Individuata durante una sessione, Mehari ha chiesto dei genitori per chiedere loro il permesso, scoprendo che la bambina era orfana di padre e la madre – sieropositiva – era in una comunità, mentre lei stessa viveva in un orfanotrofio. Dall’istituto al set, il passo è stato breve ma la giovanissima si è dimostrata un’attrice che poco aveva da invidiare a tanti illustri colleghi. Non era nuova al cinema Meron Getnet, una delle attrici etiopi più popolari, chiamata a vestire i panni dell’avvocatessa. Tutti gli altri, 71 ruoli secondari e 300 comparse, erano indigeni, non professionisti, mai alle prese con la recitazione. Infine Hirut, quella vera. A quasi due decenni dai fatti, la ragazzina che oggi ha 33 anni, vive in esilio. Lontano dalla famiglia con cui il regista non è mai riuscito a parlare. Un muro granitico ha separato Hirut dai suoi familiari ed entrambe le realtà dal cinema. Nessuna collaborazione, dunque, se non i racconti dell’allora legale di Hirut. Il motivo sta nella protezione della donna. Contro di lei, tuttora vige la minaccia di morte da parte dell’entourage dell’uomo a cui lei sparò. Se tornasse al suo villaggio e qualcuno tentasse di ucciderla, la polizia e gli abitanti non la proteggerebbero. La vita di Hirut oggi è legata alla solitudine e all’anonimato. Quel colpo di fucile, di fatto, ha eliminato anche lei.

 

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