Io non sono quella donna, è una costruzione della sua fantasia

 

 

 

 

Proiezioni della fantasia. Riflessi della letteratura. Immagini della passione. Spasmi della sensualità. Suggestioni romanzesche e romanzate. Emma non è Gemma. E madame Bovary non è madame Bovery. Ma quella sposina un po’ annoiata, in carne più che in ossa, sembra uscita direttamente dalle pagine di Gustave Flaubert. E l’innocente e rassegnato panettiere della Normandia si trova alle prese con un decennio di tranquillità sessuale spazzato via all’improvviso da quel candido viso gentile, insospettabilmente british, che si affaccia dirimpetto alla sua villetta, con tanto di cagnolino al seguito. Pedante marito compreso.

Gemma Bovery, nome e cognome della protagonista che danno il titolo al film di Anne Fontaine, accende d’incanto il torpore di quel fornaio accompagnato da un’arcigna moglie e da un figlio con la testa nei videogiochi. Tra una baguette e un pane alle olive, una sigaretta con vista sul mercato in piazza, Joubert (Fabrice Luchini) sogna Emma-Gemma (per colmo di paradossi, nome di battesimo anche dell’attrice che la interpreta, Gemma Aterton. Appunto) . Travolto da una passione che accoppia al tempo stesso il classico dell’Ottocento francese e quella femme fatale. Perché, in fondo, Gemma come Emma non ne può più. E’ stanca. Sospira per amore. Ciondola distratta tra il panettiere innamorato che non si accorge di avere ai suoi piedi e un giovane rampante di un’aristocratica famiglia che allo studio intervalla le gioie del corpo. Tra un marito incupito preda dei suoi restauri e un faccendiere ambiguo e imbroglione, anch’egli conquistato da quella femminilità prorompente. Il finale è un colpo di genio più che un colpo di scena. Vietato spingersi oltre perché da solo vale il prezzo del biglietto di un film che ripaga ampiamente chi lo ha scelto. Gemma è Emma e se stessa al contempo. Confusione di cuori e di destini.

C’è un momento in cui la vita imita l’arte

 

 

 

 

 

L’ineluttabile. L’accadimento cui è impossibile resistere. Il sapore delle analogie. Gemma profuma di Emma. Ha la stessa noia. La stessa scarsissima autostima. La medesima trasandata distrazione. E l’inclinazione per un amante giocattolo. Se il bello – come diceva Stendhal – è una promessa di felicità, il parallelo fra vita e arte è il momento in cui quest’ultima rende paradisiaca la prima. L’eden terrestre. Ma Gemma non è Emma. E il film di Anne Fontaine non è il traslato cinematografico di un’opera letteraria che ha sconfitto il tempo. Pur ricordandone gesti e trame. Quegli amori alluvionati. Coinvolgenti. Ma così distaccati da apparire pure parentesi chimiche. La Gemma di celluloide è insomma più vicina alla Gemma di carta, perché la pellicola prende le mosse da una novella illustrata di Posy Simmonds. E la Aterton è il calco di quella protagonista. Una donna che interagisce con un uomo, il panettiere, lontano dal precedente della disegnatrice. Più defilato nel fumetto, ma presentissimo in Gemma Bovery. Il cinema imita poco l’arte. Ha le sue licenze. Ma quella Gemma vista attraverso gli occhi di Joubert è Emma di Flaubert. E simultaneamente Gemma di tutti gli altri.

Come uccidere una storia d’amore che vi fa morire. Lascialo, Gemma, lascialo!

 

 

 

L’amore ha tempi e bersagli. Per chi li capisce. E il fornaio soffre nel vedere quella donna, tacco dodici, a spillo, biancheria intima e cappotto al polpaccio entrare nella villa del figlio di papà. Lasciar cadere il soprabito e concedersi spoglia alla passione. Al proprietario terriero, odiato a prescindere. Almeno dal panettiere. Il grido soffocato in gola. “Lascialo, Gemma, lascialo!”. E in quello stesso momento la folgorazione. Emma come Gemma. E Gemma come Emma. Un sillogismo che si chiude. Se Gemma sta a Emma, Gemma rischia di morire. Per amore. Ma allo stesso tempo Joubert vuole quella donna. La vuole per sé. E la invita a lasciarlo. A dimenticare quell’insipido giovanotto che ai codici alterna le femminili curve dei sensi. Finzione romanzesca. Immaginazione cinematografica. Prosa francese che nulla ha di teatrale, ma ricorda da vicino quel Molière in bicicletta che proprio Luchini aveva vissuto in primo piano.

Ridurre la Francia al vino e al camembert è deprimente

 

 

 

 

Immagini da cartolina. Stereotipi geografici e di costume. Se Flaubert mise in ridicolo la borghesia, Gemma Bovery deride gli spocchiosi inglesi. E la partecipazione di due attori britannici al progetto – la Aterton e Pip Torrens – la dice lunga. Tuttavia, se è vero che l’ispirazione proviene dal fumetto della Simmonds, originaria del Berkshire e quindi britannica anch’essa, il cerchio si chiude. Nel nome del francese Flaubert che teorizzava. “L’importante non è scrivere di sé. Bisogna essere nelle proprie opere come Dio nella creazione, sempre presenti ma mai visibili”. E infatti Flaubert ha dato una pennellata di colore sulla borghesia, ma non ha mai detto cosa egli pensasse di quella classe sociale. Gemma un po’ come Emma.

Stasera potrebbe piovere. Non andrò alla festa. Venderò la casa e tornerò con Charlie. Mi mancano troppo quegli autobus rossi

 

 

Un diario. Resta oltre il tempo. Oltre i tempi. E’ l’icona della nostalgia. Malinconia di ciò che è stato. E fu. Un diario sottratto al fuoco. Blindato in un cassetto. Come i sentimenti. Come quel fiore colto in un prato. Simbolo d’amore. E di sensualità. O quel pane impastato davanti al forno. Guardando gli occhi verdi di Joubert. Sognando l’amore. E di che pasta è fatto.

IL RETROSCENA – La regista Anne Fontaine (Coco avant Chanel – L’amore prima del mito e Two mothers) è stata la prima vittima del fascino straripante di Gemma Aterton. Quella che sarebbe diventata la protagonista del film, sapeva poco del francese, ma abbastanza per leggere un testo scritto di suo pugno alla regista nel loro primo incontro. Tuttavia l’attrice che ha subito conquistato la Fontaine, dovendo recitare nella lingua transalpina, ha trascorso tre mesi a Parigi incontrando due volte alla settimana la regista, ma si è trovata in assoluto disorientamento con Fabrice Luchini, il protagonista maschile che interpreta il panettiere. Espansivo e ridanciano, dotato di raffinato senso dell’ironia, Luchini che parla solo la sua lingua natale e qualche mozzicone di italiano, ha speso moltissimo tempo a raccontare aneddoti e storielle che tutto il cast condivideva con molto divertimento… tranne la Aterton. Poi la sintonia è progredita come la dimestichezza con l’idioma latino, grazie alla vicinanza della Fontaine che le ha fatto ripetere, senza intonazioni o inflessioni, la maggior parte delle sue battute. Tre mesi sotto la Tour Eiffel hanno fatto il resto su questa ragazza, giustamente spaesata per interpretare una donna annoiata che si trasferisce da Londra alla Normandia.

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