“Una vita di gloria vale un momento di dolore”

 

 

 

 

La misurazione di un momento. Questione di attimi che, per natura, sembrano circoscritti a parentesi brevissime. Ma possono durare anni. Guerra. Sport. Non è un binomio ma le due facce di una medaglia che, con il cibo, completano quell’istante dalla durata imprevedibile e infinita. E a entrambi i contesti – il conflitto mondiale da un lato, il successo agonistico dall’altro – appartiene il concetto di sacrificio come passaporto per la felicità.

Louis Zamperini è un italo americano, nato povero. Emigrato. Cresciuto nei bassifondi. Senza autostima e con la consapevolezza di un perdente. Solo la fiducia del fratello riesce a infondere in lui la voglia, il desiderio e la capacità di farcela. Gli allenamenti hanno un doppio significato. Aumentare le capacità e la resistenza. A Louis serviranno in battaglia, ma egli ancora non lo sa. Fa in tempo ad imporsi all’attenzione come un talento. La promessa di vittorie. Il futuro re dell’atletica a stelle e strisce, con il retroterra italiano, si trova arruolato nell’aeronautica. Rischia la vita in ogni incursione, ma è un bombardamento a bloccare il motore. L’ammaraggio sul Pacifico lascia due soli superstiti oltre a lui. Zamperini passerà 47 giorni da naufrago prima di essere “salvato”. I nemici, i giapponesi, catturano i due soldati sopravvissuti e li internano nei campi di concentramento fino alla fine della guerra.

La storia dell’uomo attraversa interamente Unbroken, seconda regia di Angelina Jolie dopo il film del 2011, Nella terra del sangue e del miele. La pellicola si inserisce nel frequentato filone cinematografico dei soprusi e sofferenze imposte all’essere umano. L’ultimo esempio in ordine di tempo è il capolavoro di Steve McQueen 12 anni schiavo sulla schiavitù razziale negli Stati Uniti di inizio secolo. La Jolie sceglie invece l’ampio capitolo del secondo conflitto mondiale da una prospettiva inedita. Nei campi di prigionia non sono i tedeschi a recitare la parte dei repressori ma i nipponici, che all’epoca pur stavano dalla stessa parte dei nazisti. E le vittime non sono ebrei ma americani catturati nelle più diverse incursioni.

La Storia resta tuttavia una cornice. Spesso sfumata. Addirittura sfuggente. La Liberazione alla fine delle ostilità è banalizzata fino ad essere impalpabile, eppure gli effetti dell’atomica sganciata proprio dagli americani sulle teste dei giapponesi avrebbe dovuto forse lasciar traccia in maniera più significativa nel contesto delle vicende narrate, per quanto esse stesse vadano a ricomporre il mosaico di una vita. Quella di Louis Zamperini. Il povero. L’italo-americano. Catapultato nell’aviazione e costretto a guardare in faccia il pericolo e la morte. Preambolo ed epilogo incartocciano l’ampia parte centrale che rappresenta le vicissitudini del protagonista. Sopravvivere su un canotto in mezzo all’oceano. Sopravvivere agli abusi e alle violenze dell’aguzzino dagli occhi a mandorla. In entrambi i casi, la capacità di resistere.

Unbroken non è forse un film davvero biografico. In realtà viene raccontato uno spezzone della vita dell’uomo che non riuscì a diventare mai un atleta. La parentesi delle angosce, condite da tematiche mai affrontate a caso. Il cibo ne è aspetto emblematico. Mai evocato direttamente – raramente si mangia in scena – esso è presentissimo e si coniuga con l’ansia di superare le avversità con ciò che più efficacemente simboleggia il mezzo per non soccombere. Le origini italiane di Zamperini traspaiono così, nitidamente, dalle ricette della mamma – gnocchi soprattutto – raccontate ai commilitoni in mezzo a un oceano che sa solo radunare gli squali intorno ai tre naufragi. E quando essi riescono a pescare un pesce di cui nutrirsi, ad accompagnare l’insolito pranzo sarà una frase efficace sia nel doppio contesto bellico nippo-americano sia nelle differenti usanze gastronomiche. “Per me mangiare è il cotto, i giapponesi mangiano il pesce crudo”. L’allusione al sushi è evidente ma marca una distinzione al tempo stesso geografica ed antropologica. Crudo e cotto sono due estremi opposti delle differenti fasi della civilizzazione, studiate da Claude Lévi-Strauss, ma al tempo stesso hanno risvolti che incidono sull’uso etnico dell’alimentazione e della sua preparazione.

Gli stenti in mezzo al Pacifico si coniugano con quelli nel lager. Dove non c’è pietà. Gli americani, icona di vincitori sono i perdenti e i sottomessi. Gli sfruttati. I derisi. Zamperini, malmenato dall’ufficiale e denutrito, non riesce a vincere una corsa nemmeno facendo il giro delle baracche. Il talento noto nel mondo è la caricatura di se stesso. Beffato e denigrato. Umiliato. Mortificato. Sottoposto all’assurda sfida di tenere sollevato un macigno con le braccia. Le inutili arroganze del dominatore ottuso. E la resistenza appresa correndo su un campo di atletica e sui teatri di guerra serviranno al protagonista per superare le difficoltà.

La fine del conflitto non sancirà la fine delle ostilità. Gli stati firmeranno la pace e con essi il perdono, ma lo stesso non faranno gli uomini perché forse non ne sono capaci. A non arrendersi mai fu il suo aguzzino che anche dopo la guerra continuò a nutrire rancore per quel mezzofondista americano. Nel 1940 Zamperini avrebbe dovuto correre le Olmpiadi di Tokyo, ma in Giappone arrivò per altri motivi. Avrebbe dovuto attendere a lungo prima di fare il tedoforo in avanzata età.

IL RETROSCENA – Quando a Zamperini è stato annunciato che una famosa attrice avrebbe diretto un film su di lui è rimasto sconcertato fino al giorno che alla sua porta suonò la Jolie. Ammise di sapere che “era la più bella di tutte” ma le disse candidamente di non averla mai vista perché “al cinema non vado più”. Poi iniziarono a chiacchierare. Louis Zamperini è morto il 2 luglio 2014 a 97 anni e mezzo. Non ha fatto in tempo a vedere il film che parla della sua vita se non in versione grezza proiettatgli in casa dalla stessa Jolie con la quale aveva allacciato un rapporto di profonda amicizia. Il legame ha determinato il riavvicinamento della signora Pitt alla religione. Angelina si è sempre dichiarata atea, ma l’incontro e i racconti con Zamperini l’hanno intimamente cambiata e, alla fine delle riprese, ha rinnegato il suo agnosticimo. Un percorso che ha caratterizzato anche Zamperini. Messo alla prova in moltissime circostanze, il giovane Louis offrì a Dio la sua vita e la sua opera se gli avesse garantito di salvarsi dai flutti dell’oceano. Dagli stenti. Dai soprusi in campo di concentramento. E, alla fine della guerra, prese a frequentare la comunità evangelista insieme alla moglie Cynthia. Nel 1949 si convertì al cristianesimo, diventando a sua volta un predicatore, viaggiando attraverso gli Stati Uniti insegnando il perdono. E mantenendo la sua promessa all’Onnipotente.

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