“Accetto questo premio in nome di tutti i morti di cui è lastricato il nostro cammino”

 

 

 

 

Edmund Winston Pettus non è un nome notissimo nella storia americana, ma laggiù nell’Alabama, significa molto. Da sempre. Perché il suddetto – nato nel 1821 e morto nel 1907 – non fu solo un celebre avvocato o un combattente, prima come luogotenente nel conflitto contro il Messico e poi nella guerra civile, ma fu soprattutto l’uomo che guidò il Ku Klux Klan, l’implacabile setta di incappucciati che dava la caccia ai neri. E li uccideva. Un’eredità consolidata nelle trincee della guerra civile fra le fila degli stati schiavisti del Sud. E che, in un certo senso, non è mai stata dimenticata se tutt’oggi, il ponte sull’Alabama river, a Selma, è intitolato proprio a lui. Edmund Winston Pettus. E se la Storia non avesse deciso che una delle battaglie fondamentali del secondo Novecento, in nome dei diritti civili degli afroamericani, si fosse combattuta e fosse stata vinta proprio lì. Sul Pettus bridge. A Selma.

Il 7 marzo 1965 era domenica, ma nessuno avrebbe immaginato che un celebre film di quattro anni prima, Vincitori e vinti di Stanley Kramer, programmato in televisione, sarebbe stato interrotto per dare notizia di quanto era accaduto da poche ore in quella cittadina. Venne ribattezzata “bloody sunday” e così ricordata. Centinaia di neri che avevano attraversato il ponte diretti a Montgomery per chiedere il diritto di voto erano stati massacrati dalla polizia dello sceriffo e dall’intransigenza dell’allora governatore dello stato, George Wallace. Gli incidenti colpirono l’opinione pubblica e, due giorni dopo, a una marcia simbolica, guidata da Martin Luther King, sullo stesso ponte, ai neri si unirono bianchi, ministri di vari culti, giovani, anziani provenienti da ogni dove. I soldati si spostarono. I neri si inginocchiarono, prima di tornare indietro. La pace aveva vinto. Ma agli afro americani restava vietato il voto. Una settimana dopo, il presidente Lyndon Johnson avrebbe annunciato al Congresso e alla nazione, con un discorso molto forte, che sarebbe stato concesso loro il diritto alle elezioni. Il 6 agosto firma il Voting rights act.

“Tutte le lotte hanno un solo scopo. La nostra vita”

 

 

 

 

Selma – La strada per la libertà di Ava DuVernay racconta una microstoria che è grande Storia. Quella con la esse maiuscola composta da tante storie con la esse minuscola. Un caleidoscopio di frammenti che, tutti collegati, contribuiscono a raccontare ciò che avvenne negli Stati Uniti in tema di diritti civili. Un tema spesso archiviato con leggerezza, oggi che quei problemi sembrano superati e non lo sono. E lo status di cittadino a tutti gli effetti viene avanzato da altri che neri non sono, ma non per questa si trovano nelle stesse circostanze dei neri di allora. Storia e cinema si incontrano per mostrare i colori di un’attualità sviata. Trascurata. Ignorata. Pur tuttavia, reale. E Selma di metà anni Sessanta può essere qualsiasi città delle nostre. Con le sue contraddizioni e i suoi rancori. Con le sue difficoltà e i dubbi. Fra titubanze e conti che non tornano mai. Sociali. Ideologici. Non solo economici.

“Non posso pensare a quello che voglio io ma a quello che vuole Dio”

 

 

 

 

E ieri come oggi la religione ha la sua importanza. Non tanto in una prospettiva di contrasto tra forme diverse di confessionalità quanto nel tentativo di inseguire e realizzare il benessere collettivo e allargato. Un’uguaglianza impossibile in natura, ma certamente perseguibile nell’applicabilità dei principi legislativi. Nella tutela, come nella necessaria pretesa del rispetto dei doveri. Gli stessi per i quali cattolici e ortodossi hanno affiancato la marcia di un pastore protestante e i suoi seguaci. In questa chiave, Selma è un film che insegna, oltre a ricordare. Ad esempio che Martin Luther King è personaggio che il cinema ha frequentato ben poco. E, in questa fattispecie, la regista ha compiuto su di lui lo stesso lavoro che Spielberg qualche anno fa ha condotto su Lincoln. Non tanto una biografia generale quanto un frammento al microscopio della Storia. Sotto la sua lente di ingrandimento. Così gli eventi di sei mesi sono distillati in due ore provocando reazioni diverse. Poco importa se certe frasi fatte pronunciare a Johnson non furono le stesse, effettivamente rivolte al pastore. Una pellicola, come opera dell’ingegno, non è costretta a rispettare rigorosamente i fatti minuti, ma è obbligata invece a restituire – quanto più è possibile – una temperie ideologica, politica e sociale. Come lo fu quell’epoca stessa. In sostanza, il discrimine fra racconto e documento.

“Quello a cui non mi abituerò mai è la costante vicinanza della morte”

 

 

 

 

Tra vita e morte il confine è fatto di uno scacco a colori che improvvisamente vira nel bianco e nero. Sapore di ieri. Le immagini di repertorio si accavallano a quelle della trattazione. Le soppiantano. Ci si trova proiettato indietro di mezzo secolo. E sgorga una lacrima. Forse, più di una.  Perché, solo in quell’attimo, Selma lascia esplodere l’emozione. Il ricordo. La sofferenza. Contro il trito di un argomento che spesso viene toccato per ricordare le faticose tappe dell’affrancamento dei neri da un’etichetta che si chiamava schiavitù. The butler di Lee Daniels e 12 anni schiavo di Steve McQueen sono solo i due esempi più vicini in ordine di tempo.

“Chi ha ucciso Jimmy Lee Jackson… Ogni politico bianco, ogni prete che predica la Bibbia e ogni nero che non si unisce alla protesta”

 

 

 

Tipologie e bersagli. George Wallace, il governatore bianco che sfiorò più volte la presidenza ma non la raggiunse mai. “Il perdente più influente del XX secolo” lo definirono i suoi biografi Dan Carter e Stephen Lesher. Un uomo comunque che andò orgoglioso di aver combattuto e ucciso i fascisti ma non si vergognò mai di consigliare ai suoi detrattori dalla pelle nera la “parola di quattro lettere” che fu rivolta a lui. Soap. Propriamente qualcosa di squallida e terrificante evocazione. Il prete è una categoria. Le parole disunite dai fatti. La teoria senza la pratica. L’auspicio e il disinteresse. Personaggi che invece comparvero eccome. Al suo fianco. Sul Pettus bridge. E infine chi si sottrae al confronto. Il vigliacco. Chi si nasconde e non comprende che si può pretendere anche senza ricorrere alle armi. E il motto “Negoziare, protestare e resistere” ne è testimonianza perpetua. Come il Voting rights act, firmato di lì a poco. E la marcia di Selma. Sul Pettus bridge. Nomen omen.

IL RETROSCENA – Il progetto di Selma è passato attraverso varie mani. La produzione – di cui fanno parte Oprah Winfrey che recita nel film e Brad Pitt – lo ha sottoposto a vari registi fra i quali Stephen Frears (Le relazioni pericolose), Paul Haggis (Crash), Spike Lee (Fa’ la cosa giusta, Miracolo a Sant’Anna), Lee Daniels (The butler) ma tutti si sono chiamati fuori. Tuttavia, mai è stato in dubbio il nome dell’attore protagonista David Oyelowo, inglese di origini nigeriane, che interpreta Martin Luther King verso il quale ha ammesso la sua sudditanza. “E’ stato un uomo molto migliore di me. Non so se sarei capace di combattere così strenuamente in nome delle mie idee al punto da allontanarmi dalla famiglia. Anch’io ho quattro figli, come King”. E’ stato proprio Oyelowo a suggerire il nome di Ava DuVernay alla quale è professionalmente legato dal precedente Middle of Nowhere. La cineasta – che non ama sentirsi definire giovane perché “da quindici anni faccio cinema, non sono certo appena uscita da una scuola specializzata” – si è subito immedesimata nella parte essendo originaria dell’Alabama e, in particolare, di Hayneville, proprio a metà strada fra Selma e Montgomery. Nera lei stessa, si è trovata a girare il film nei luoghi della sua vita e della sua famiglia finendo per sentirsi sempre più parte di essa e della pellicola. Delusa dalla mancata nomination all’Oscar di categoria, Ava DuVernay ha già annunciato di prendersi un riposo sabbatico dal grande schermo preferendo la tv “che permette di sviluppare un’ampia storia nel numero di episodi necessario”.

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