La sorpresa Birdman di Alejandro Gonzales Inàrritu sbaraglia gli Oscar portandosi a casa quattro statuette – tra le più importanti: regia, film, sceneggiatura e fotografia – su nove candidature. A pari merito Gran Budapest Hotel di Wes Anderson – scenografia, colonna sonora, costumi e trucco – e, subito un gradino sotto, il magico jazz di Whiplash di Damien Chazelle con tre – attore non protagonista, montaggio e sonoro – mentre gli altri, ovvero i più quotati in partenza sono rimasti a bocca asciutta o quasi. Questi, sommariamente, i risultati, completati dall’attrice di supporto Patricia Arquette (Boyhood di Richard Linklater), il miglior protagonista con Eddie Redmayne (La teoria del tutto di James Marsh) e – al femminile – con Juliannne Moore (Still Alice di Richard Glatzer e Wash Westmoreland).

Tuttavia, mai come stavolta, gli Oscar hanno avuto luci e ombre. Non tanto perché alcuni pronostici sono stati disattesi, in qualche caso pure ingiustamente, quanto perché l’Academy non ha perso l’occasione per dimostrare di essere un bambino che non riesce a diventare grande, portando con sé tare di cui, con l’esperienza, dovrebbe potersi disfare. A tal punto da far assomigliare gli Oscar  troppo – e troppo spesso – a un premio aziendale più che al riconoscimento planetario di cui si picca di essere. Specchio e riflesso del grande schermo davvero mondiale. Ma forse la realtà è che i premi, per loro stessa natura, sono affari di campanilismo e quindi con i César francesi, piuttosto che con i Bafta inglesi, i David italiani e via elencando non si ha a che fare con criteri molto diversi. Gli Oscar appaiono, ma solo appaiono, i più esterofili perché gli Stati Uniti sono un crogiuolo di razze, etnie e nazionalità più di quanto non lo siano Francia e Regno Unito.

Così se si eccettua il messicano Inàrritu e la sua comitiva di connazionali di Birdman e l’inglese Eddie Redmayne, i riconoscimenti più prestigiosi sono andati tutti ad americani. Aziende comprese. Vedasi il caso della Disney che, dopo Frozen l’anno scorso, ha concesso un poco sorprendente bis tra i film di animazione, con il discutibile Big hero 6 che tuttavia quest’anno non aveva rivali, in un preoccupante livellamento verso il basso. E quasi tutti americani sono stati gli artisti ricordati nella sezione “in memoriam”, che comprende chi è scomparso in questi ultimi dodici mesi.

Qui, dimenticanze e pasticci non fanno onore alla Mecca del cinema che oggi suona perfino beffardo definire così. Sia come sia, viene menzionata Virna Lisi ma ignorato completamente Francesco Rosi e l’inciampo è gravissimo. Un filo di nostalgia a stelle e strisce va infatti a chi rifiutò le lusinghe di Hollywood per non lasciare marito, famiglia e Italia ma non a un regista, autore di opere scarse come l’ultimo documentario Sacro Gra, più romano che italiano, ma riferimento di cineasti di alta autorialità – come Scorsese e non solo – che ai capolavori di Rosi si sono rifatti a più riprese. Gli scivoloni non finiscono qui. Nella galleria viene rievocato Alain Resnais, indiscusso maestro della “Nouvelle vague” a più di un anno dalla morte perché dimenticato lo scorso anno e non incluso nella stessa sezione memorialistica. A differenza di Philip Seymour Hoffman, morto al momento giusto, verrebbe da dire senza offesa, perché trovato morto un mese esatto prima della consegna delle statuette.

Insomma una gran frittata che non si ferma certo qui. Perché se il nazionalismo sembra fin qui trasparire, subito Hollywood si smentisce sacrificando i suoi eroi al mattatoio politico. Così Chris Kyle viene sacrificato al mattatoio politico che, oltre oceano, fa vittime illustri. Mentre oggi il tribunale dirà se l’assassino dell’eroe di guerra va giudicato come malato di mente oppure come persona normale – la differenza è fondamentale perché, nel secondo caso, rischia un ergastolo quasi certo – Clint Eastwood, mito vivente che raccoglie onori nel red carpet prima della cerimonia, vince un Oscar tecnico con il montaggio sonoro. Ciò vorrebbe dir poco se il regista non fosse stato già estromesso dalla cinquina dei migliori registi come punizione, inflitta dalla democratica Hollywood al repubblicanissimo ispettore Callaghan, pluri ammirato, che non ha spiccicato parola, ha evitato convenevoli, interviste, autografi, gossip e falsi sorrisi ed è stato buono e zitto per tutta la cerimonia inquadrato a più riprese. E poco è importato, all’Academy e all’industria cinematografica, che alla cerimonia fosse presente dietro invito perfino Taya Kyle, vedova dell’uomo sul quale è stato confezionato American sniper.

In buona sostanza, il patriottismo ha figli e figliastri. Onore a Chris Kyle e pollice verso a Clint Eastwood, che non è certo una signorina. Ma nel braccio di ferro è finito perfino Bradley Cooper, accolto come sex symbol e subito rampognato per una barba rasata non del tutto, ma non del tutto cresciuta. L’attore che si è schierato subito al fianco dell’eroe “spaghetti western” della trilogia del dollaro è rimasto a bocca asciutta, forse quando pensava che il caso Kyle potesse essere risarcito con un titolo al film o all’attore visto il rancore verso Clint Eastwood.

Invece, la sorpresa che non ti aspetti. Una pattuglia di sombreri messicani, l’anno successivo alla conquista dell’Oscar del connazionale Cuaròn per lo scadentissimo Gravity, si ripresentano con un bel sorriso e fanno incetta di premi. Mentre l’America rende omaggio a un giovane, Damien Chazelle e al suo Whiplash, snobbato con arrogante sufficienza dalle platee italiane che hanno preferito il sesso – peraltro modestissimo e tutt’altro che appagante – di Cinquanta sfumature di grigio al più sano jazz. A casa nostra, nel primo weekend di programmazione, 83mila euro di incasso per la musica e 8 milioni e mezzo per le frustate e il bondage sessuale, replicato la settimana successiva da 92mila euro per uno e 3 milioni e 800 per le malriuscite perversioni erotiche da strapazzo. Complimenti alla platea italiana visto che Whiplash si è aggiudicato tre statuette con una miscela perfetta tra arte – il premio a Jonathan Kimble Simmons come attore non protagonista nei panni del perfido maestro – e tecnica, attraverso il montaggio e il sonoro. E’ noto infatti che gli Oscar hanno due volti anche sotto questa differente prospettiva. Mentre le statuette per le categorie artistiche restano le più opinabili e spesso le più soggettive, dettate dall’emozione suscitata nel pubblico dalla visione del film alla confluenza fra temi, ricordi, piaceri o attori idealizzati, le specialità tecniche – considerate in partenza minori, perché meno legate a nomi spendibili e familiari – misurano invece l’effettiva qualità del film e la cura con cui è stato pensato e realizzato.

Un criterio che va anche a vantaggio di Gran Budapest Hotel ma risulta più evidente con Whiplash perché il primo ha già completato il suo percorso nelle sale, dove è sbarcato quasi un anno fa.

Una parola andrebbe spesa infine sulla retorica. Anch’essa a due facce. I premiati hanno tutti ringraziato madri, padri, mogli, mariti e figli. Tutti. E poi dicono che solo l’Italia è un Paese di eterni adolescenti legati a doppio filo alle sottane di mammà. Sarà. Ma vedere un sessantene che saluta e ringrazia mamy fa impressione. Fa ridere. E sconcerta un po’. Il riferimento non è a Simmons soltanto, ma a tutti. C’è stato perfino chi è arrivato con la lista dei nomi scritti per paura che l’emozione faccia scherzi perfino tra i familiari. Bah… Altro volto in chiaroscuro della retorica sono i temi sociali dati in pasto alla commozione generale perché fa moda e spettacolo. Lo sceneggiatore Graham Moore (unico Oscar di The imitation game di Morten Tyldum) ha raccontato la sua esperienza personale di mancato suicida perché si sentiva diverso e fuori luogo in ogni angolo  del mondo. Poi con la salvezza è nata una consapevolezza di se stesso che lo ha portato a superare problemi esistenziali nei quali non entra l’omosessualità, ma il proprio individuale porsi in rapporto all’esterno. Pianti, naturalmente. E incoraggiamento a chi vive eguali angosce. Infine, John Stephens e Lonnie Lynn, vincitori per la colonna sonora con “Glory” di Selmadi Ava DuVernay. Hanno detto che la lotta per i diritti civili non è ancora finita. E nelle carceri americane stanno più neri oggi di quanti ce ne fossero nei campi di cotone nel 1850. Commozione generale e lacrime a go-go fra Oprah Winfrey e David Oyelowo, che nel film impersona Martin Luther King. Restiamo convinti che il discrimine tra chi sta in carcere e chi sta fuori, sia la coscienza non il colore della pelle. E rimaniamo dell’idea che quella frase fosse stata studiata più che sentita. Pronunciata da due mulatti che, giustamente, stanno a metà strada fra bianco e nero. Cosa non si farebbe per una standing ovation…

Patricia Arquette legge il suo discorso

Lo sceneggiatore Graham Moore

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