-“Saremo mica fidanzati, vero…”

-“Certo che no”

 

 

 

 

 

L’amore sarà anche una cosa meravigliosa, ma di guai ne porta in quantità. Tuttavia, misteriosamente, è sempre l’amore a offrire l’ancora di salvezza ai guai d’amore. Al di là del viluppo che aggroviglia termini e dinamiche, la bella e sbandata Shasta verifica sulla sua stessa pelle che, a cavarla d’intralcio dalle sue faccende di cuore e portafogli, è un vecchio fidanzato. Storia attualissima, per tanti versi. O forse, sempre la stessa storia. Sentimenti. Denaro. Droga. Adulteri. Usura. Miscela esplosiva ieri come oggi.

Vizio di forma di Paul Thomas Anderson li inserisce in una cornice vintage, fine anni Sessanta. Figli dei fiori e basettoni. Vestiti abbondanti e sesso libero. Da non capire il confine tra sentimento e gioco. Sandali e spinelli. America demodé. Reminiscenze d’affetti. Aspirazioni e fallimenti. Doc Sportello (Joaquin Phoenix) era un hippie che, pur trasformandosi in detective privato, non ha smesso il guardaroba dell’epoca. Ha amato Shasta (Katherine Waterston) e quando lei si presenta in un vestitino corto a chiedere aiuto per essersi innamorata di un latifondista, sposato con una donna che lo tradisce, Doc aggrotta le sopracciglia. Ma quando viene a sapere che quella maliarda della moglie è traviata da un fidanzato che la spinge a far internare il marito in manicomio, per impossessarsi dei suoi soldi, solo allora Doc comprende che il gioco è davvero difficile e duro. Tuttavia il paradosso è che Sportello ripristina gli assetti originari più per intervento del fato che per meriti personali. Ma tant’è. Ogni cosa al suo posto e Shasta sul divano con Doc. E rassicurazione annessa. “Tranquillo, non siamo fidanzati”. Pur sapendo di esserlo. L’unico modo, forse, per rendere inoffensivo perfino l’amore.

Due ore e mezzo di un tuffo negli anni che precedettero la contestazione e la introdussero. Il film di Anderson è una galleria di volti da mettere i brividi, non soltanto per ragioni puramente estetiche. Vizio di forma, nato sulle ceneri del romanzo di successo di Thomas Pynchon, è un universo di espressioni e di storie che si incrociano e si intersecano, componendo un mosaico policromo in cui è facile perdere la bussola. Il disorientamento fuorvia l’attenzione dello spettatore da molti temi che meriterebbero approfondimenti specifici. Il tipo di storia affrontata ha una durata perfino eccessiva e contribuisce a rendere più aggrovigliata la trama e la decifrazione da parte del pubblico. Il tema della non corrispondenza fra apparenza e sostanza è affascinante e nel film emerge con una inequivocabile nitidezza di contorni. Tutti i personaggi che esteriormente risultano respingenti o poco affidabili e minimamente raccomandabili si rivelano nei fatti il loro esatto contrario, mentre i personaggi “in doppiopetto” sono, nella realtà della finzione, i meno lineari e corretti.

Il riferimento a un perbenismo di comodo è molto più che un accenno e la satira di una società tutt’altro che elegante dietro una veste inappuntabile emerge nel contrasto di atteggiamenti decisamente sopra le righe. O totalmente illegali, pur essendo ammantati dalla correttezza della legge. Così il vero detective è di fatto uno strozzino e un aggressivo tutore del disordine, mentre Doc – suo omologo con i capelli sporchi – diventa la faccia impresentabile di un mondo genuino e ruspante che si accontenta del poco che raggranella in un’esistenza dozzinale, ma mai contraria al rispetto dell’individuo. Sesso, droga e denaro risultano le componenti che inquinano vite e deteriorano rapporti. Invadono famiglie e rendono destrutturata una società in cui non c’è nulla di esemplare anche quando vorrebbe essere il paradigma della buona borghesia di provincia. Il tono ironico, satirico e paradossale che rende il film sicuramente più leggero e digeribile, nasconde tuttavia il senso più profondo che Anderson cerca di mettere in scena. Ne esce così un film che sembra altro da ciò che vuol essere. E, in fondo, forse è proprio questa la sua natura e la sua funzionalità. Apparire è raramente lo specchio della natura reale.

IL RETROSCENA – Alzi la mano chi ha riconosciuto il modello ispiratore del trucco che trasforma il compassato Joaquin Phoenix di Lei in Doc Sportello di Vizio di forma… L’attore, figlio di una coppia che visse per anni l’esperienza delle comuni hippie prima di convertirsi alla setta dei “Bambini di Dio” in Sudamerica, ha letto – ma non riletto – il romanzo di Pynchon da cui il film è adattato. Ha rifiutato una successiva rilettura più approfondita per evitare – per sua stessa ammissione – di conoscere troppo bene la storia, preferendo così lasciarsi trasportare dalla confusione della vicenda che lo stesso Phoenix ha dichiarato di non aver mai compreso del tutto. Ma tornando al trucco che lo ha trasformato nel discusso protagonista del film, l’attore era orientato ad assumere la fisionomia di John Lennon o quella di Charles Manson, cantautore e fondatore della setta “I bambini di Satana”, responsabili dell’eccidio nella villa di Roman Polanski in cui uccisero quattro persone, compresa Sharon Tate moglie, incinta, del regista. Era il 1967. All’uomo, oggi ottuagenario, tuttora in carcere per scontare una condanna all’ergastolo come mandante di quella strage, sono state rifiutate dodici domande per la concessione della libertà vigilata. Ebbene, tornando alla domanda iniziale, a chi è ispirato il trucco di Doc Sportello… Per chi non lo avesse indovinato, a una foto degli anni Settanta di Neil Young. Che, in vita sua, ha scritto grandi canzoni e non ha ucciso proprio nessuno. L’idea è firmata Paul Thomas Anderson.

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