z6“Un allenatore è un padre. Un mentore. Un fratello. Un amico. Un confidente. E io voglio che siate ottimi atleti e perfetti cittadini”.

 

Il valore dei valori. L’imperscrutabile costo di un’emozione. Una sensazione. Sentirsi davvero proprietario. Perché possedere persone non è come possedere oggetti. E’ un confine. Un limite. Una soglia non oltrepassabile. E’ ciò che non si può ottenere. E’ ciò per cui forse vale la pena combattere. E morire. Ma non uccidere. E’ responsabilità e vertigine. E’ il capogiro di un’altezza troppo bassa per non guardarsi oltre la punta delle scarpe e accorgersi che in fondo è possibile. Ma al tempo stesso irraggiungibile.

z5Foxcatcher di Bennett Miller è questo frullatore di sensazioni, applicate allo sport. Come una metafora. Come mezzo dialettico. Come semplice artificio. In una triplice sfaccettatura. Un campione di wrestling, dall’animo fragile. Il fratello, allenatore, dolce e severo al tempo stesso. Il pigmalione, ricco ambizioso che vuol comprare il dna psichico degli uomini. E dalle palestre, tra pesi ed esercizi di potenziamento muscolare, tra combattimenti d’allenamento si passa agli scontri veri. E non sono quelli sul tappeto del palazzetto ai campionati mondiali o chissà cos’altro, ma quelli dove in palio è il possesso di un uomo. Foxcatcher è una tenuta, ma di fatto un serraglio. Affollato di minorati. Non mentali né fisici. Atleti nerboruti in difetto di personalità. E autostima. Per questo Dave (Mark Ruffalo), il fratello del campione, snobba quel centro dove Mark (Channing Tatum), il toro di cristallo, sembra trovare energia per la sua debolezza.

Johnz3 Du Pont (Steve Carell) è uno che ha tutto. Perfino il kit con la cocaina. E tutti compra. Mette il cappello su ogni trionfo. Arricchisce la bacheca con trionfi veri e fasulli. Compra l’ammirazione dei ragazzi. Il loro futuro. Le aspirazioni di successo. Compra perfino la veste che – per se stesso – non ha. Non è un mentore. E nemmeno un guru. Non è un fratello. E nemmeno un amico. Non è il confidente. E l’esempio di un mostro non alleva angeli. Du Pont si accorge ben presto che non tutto è in vendita sul banco dell’umana bancarella. E talvolta occorre arrendersi. Convincersi che esserci e condividere è il massimo traguardo raggiungibile. E non tutto si può possedere. Perché nessun uomo potrà mai diventare il trofeo da mettere sotto vetro.

Come ogni innamoramento, tuttavia, anche invaghirsi di un principio porta alla follia. Du Pont compirà il gesto più ardito e sconsiderato per conquistare tutto. Da atleta mediocre o forse da aspirante atleta che mai fu mette in gioco anche se stesso. Vuole vincere ma non ne conosce la strategia. E’ convinto che il denaro possa ogni cosa, ma non sa che gli esseri viventi non si comprano al chilo. Si affida a un colpo di rivoltella. E perde tutto. Sul tappeto del ring resta la sua sconfitta. E un dramma che esce dalla palestra e abbraccia il mondo di chi non ha compreso che una persona la si può condividere. Non acquistare.

z8Foxcatcher racconta una storia vera, fatta di sport. Sangue. Lacrime. Sorrisi. E cupe profondità. Una storia sotterrata dai ricordi e dal passato. Dalle pieghe di una cronaca spesso sepolta nel tritacarne della quotidianità e che il regista Bennet Miller riesuma con l’aiuto del retroterra familiare di Dave e Mark Schultz. Tuttavia, a parte gli agganci con la realtà trascorsa, poco nota alle latitudini italiane, il film ripropone una sorta di indiretto braccio di ferro fra tre diversissime personalità. Il robusto condottiero dalla fragile psiche. Suo fratello – l’allenatore – dall’equilibrio più consolidato. E il ricco schizofrenico e perfido aspirante trainer convinto di poter acquistare anche i beni umani.

z2Foxcatcher non è solo un confronto fra tre diverse tipologie, ma si trasferisce subito nell’ambito dei cosiddetti thriller psicologici e tale si rivela anche questa pellicola dove il vero scontro non si combatte mai sui tappeti di palestre anguste o lussuose ma nei rapporti umani. Nelle capacità di costruire una relazione con l’altro. Rapportarsi a lui. Comprendere che i propri sogni non necessariamente sono gli stessi di altri. Nondimeno il rispetto e l’ambizione a raggiungere traguardi resta comune. Il reticolo di incompatibilità che mettono a confronto anche tre diverse situazioni familiari. Il campione è scapolo, ha soltanto un fratello cui sentirsi legato. Quest’ultimo oltre al minore e psicologicamente minorato cui tenere a bada ha moglie e figli. Il ricco ereditiere è succube mascherato di un’anziana madre che ne domina la personalità e ne pretende una statura morale sempre più alta. Guerra di individualità e di singoli che coinvolge inevitabilmente ciò che sta loro attorno in una dinamica spesso reversibile. Se quanto accade a Dave coinvolge la sua famiglia, il contrario avviene a Du Pont che si trasforma in qualcosa che va oltre se stesso per ciò che succede nel suo ristretto focolare. Ciononostante, forse comprende. Non si acquistano i valori. E la vittoria, come il prestigio, non hanno prezzo in virtù di un logorato detto, ma in conseguenza al fatto che per certe ricchezze i soldi non servono.

z4IL RETROSCENAFoxcatcher, che ha conquistato la Palma d’oro a Cannes per la miglior regia ma è rimasto a secco di Oscar nonostante le cinque candidature, ha una gestazione molto lunga che affonda le sue radici al 2006, anno in cui John Du Pont era ancora vivo. La sceneggiatura è arrivata nelle mani di Bennett Miller in modo inconsueto quanto strano. Stava firmando copie del suo vecchio documentario The cruise in una videoteca quando è stato avvicinato da un estraneo che gli ha consegnato una busta chiusa. “Ho di ritti per una storia che può interessarla” ha soltanto detto prima di scomparire. Miller ha preso la busta l’ho portata a casa e non l’ha aperta. Anzi. L’ha dimenticata. Solo tempo dopo si è deciso a curiosare e vi ha trovato la storia dei fratelli Schultz. L’uomo misterioso era Tom Heller ex compagno di scuola e di lotta del campione. E, a distanza di anni, il racconto ha preso corpo. Tuttavia non è mai scoppiata la scintilla. La storia è stata guardata con un certo distacco anche dai protagonisti. Carell ha confessato di essere stato contento di aver girato il film in Pennsylvania. “Sono contento di non aver lavorato a Los Angeles. Un personaggio come Du Pont disturba e sono felice di averlo potuto tenere lontano dalla mia famiglia”. Channing Tatum, un cuore dietro i muscoli, gli ha fatto eco. “Non è stato un film facile da girare. Il finale è tragico e i personaggi sono ossessioni”.

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