images-5“Lei non è mio marito. Lei è… è.. è…”

 

L’amore ai tempi della Rivoluzione culturale. L’angosciante poesia di una memoria che impallidisce. Fino a scomparire. L’amore ai tempi di una dittatura contesa. L’ortodossia marxista-leninista sotto le insegne della quale nasce la repressione maoista. E il progressismo rosso che sa di prove tecniche di un futuro tutto da scrivere. E da intuire. In mezzo sta la paura. La delazione. L’obbedienza all’astratto. Il capo chino davanti all’ombra.

images-2Lettere di uno sconosciuto di Zhang Yimou è la storia di un amore bersagliato dalla malasorte. Prima politica. Poi patologica. Una madre (Gong Li) non vede il marito da dieci anni. E’ stato rinchiuso nei campi di lavoro del grande timoniere. La loro figlia è boicottata alla scuola di danza perché un giorno quell’uomo fugge. Viene riacciuffato mentre tenta di ricongiungersi alla famiglia. Ed è nuovamente prigionia. Dopo molto tempo infine è liberato. Rilasciato. E riabilitato. Ma quando torna a casa non trova più la fanciulla che ormai vive sola. E la moglie non lo riconosce. E urla. Rientrato in contatto con la ragazza, apprende da lei che la madre è ammalata. Una psiche devastata le ha lasciato una memoria  compromessa. Per questo, la donna lo caccia di casa. Al marito non resta che la scrittura. Le parole. Scritte, più che dette. Le parole del passato. Un racconto a ritroso. Un tempo capovolto. Un drammatico ieri che diventa oggi. Una serie di lettere dalla prigionia. Catapultate dai misteri di un decennio buio. Alla luce fioca e drammatica del presente.

images-4E le parole non tradiscono le attese. Mano nella mano con l’inchiostro, lentamente si ricompone il mosaico di un sentimento ucciso. Tra un goccia di tè. Uno sguardo molle. E un fiocco di neve. Riannodare i fili di una memoria ferita è compito in cui solo l’amore può riuscire. E quell’uomo, che tanti anni di un’insolita ma impietosa detenzione non hanno piegato, trova la pazienza per raccontare e raccontarsi. Come uno scultore che, tessera dopo tessera, ricomponga il proprio mosaico, anche lui tesse la sua tela fatta di pennellate. E sentimento. Qualcosa che non si vede. Eppure esiste. Qualcosa in cui è impossibile metter mano. E toccar con mano. Eppure restituisce la luce alla mente obnubilata di quella madre che nemmeno la figlia riusciva più a vedere come un pezzo di se stessa. Un prolungamento di sé. Il proprio perpetuarsi nel tempo e nel mondo.

imagesLettere di uno sconosciuto non è un racconto. Ma un quadro. E, come tale, non ha trama. Ha un inizio, ma non una fine. Perché la fine, in fondo, è quel tornare all’inizio da cui tutto prese le mosse. Pur senza essere mostrato. Da uno stadio di iniziale felicità che le tappe di una vita stravolta avevano mutilato. Decapitato. Attraverso la sofferenza dell’internamento. La reclusione e la fatica. La cattura. Solo allora le parole, tanto inutili all’apparenza, rotolano verso il cuore. Riabilitano i sentimenti. E rinfrescano una memoria ferita a morte. Perché l’amnesia è cancellazione. Abolizione. Sbianchettamento dell’esistente. Una sorta di cassazione superiore e implacabile. Trasversale. E ciò che non viene ricordato, ciò che passa, è ciò che muore davvero. Proprio quelle frasi proibite dalla dittatura, azzerate dalla prepotenza saranno i raggi che solcano le tenebre.

images-3Il film di Zhang Yimou non è dei più agevoli ai quali assistere. Atmosfere di angoscia in un passato lontano nello spazio e nel tempo e una cornice storica non facilmente immaginabile per gli occidentali rendono quest’opera come una sorta di corpo estraneo in cui è difficile farsi strada. Yimou conferma il suo interesse nel raccontare vicende individuali, quotidiane, legate – e spesso contaminate – dall’influenza dell’epoca maoista negli anni della Rivoluzione culturale. Una tecnica che era già emersa in Vivere! (1994) dove le trasformazioni della Cina popolare venivano indagate attraverso le disavventure e i cambiamenti intercorsi nella vita di un uomo dall’adolescenza alla vecchiaia. E come già erano emerse in Lanterne rosse (1991) seppur attraverso una differente cornice storica. La condizione contadina negli anni Venti. E prima ancora, nel film d’esordio, Sorgo rosso (1987). Ne esce un’opera impegnativa, ma dall’ineguagliabile poesia di un sentimento che pervade  tutta la seconda parte in cui l’uomo, al suo ritorno, trova la più sconcertante delle sorprese. Una famiglia dilaniata da un male oscuro. E davanti a quell’angoscia spunta la più tenera delle reazioni. Accompagna quella donna ammalata attraverso i ricordi fino alla luce del presente. Frugando tra i giorni trascorsi. E dipingendo la speranza di domani. Perché per certi disagi psicologici non esistono farmaci. E in fondo l’amore è questo. Sofferenza. Ma sapersi prendere per mano e uscire dal buio. Verso la gioia. Verso la luce.

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