ima3“Ti amo come non hai mai sognato”.

 

In francese Bélier significa montone. La campagna con i suoi ruspanti segreti e le sue piatte verità. Nel sentimento. Nella quotidianità. Nel parlare e nel parlarsi. Nella mediata e articolata capacità di comunicare. Le scarpe grosse del contadino e la lingua di chi può articolare i suoni. Non ci sono diversità a casa Bélier. Troppo facile nascondersi dietro questa etichetta, mai tanto a sproposito come in quest’occasione. Benché se ne sia abusato. Diversità è tale quando impone un diaframma che impedisca di interagire. Il contrario di quanto avviene tra quelle mura.

ima1La famiglia Bélier di Éric Lartigau è infatti composta da quattro persone di cui tre sordomute. Il padre, la madre e il fratellino di Paula, la protagonista dotata della facoltà di udire e pronunciare parole. A ben vedere, la trama potrebbe finire qui. Ciò che ruota attorno ad essa sono episodi di vita, ognuno dei quali sottolinea un tema particolare. A un primo sguardo, il film potrebbe essere liquidato come il non originale e ritrito tentativo di frugare che cosa stia dietro i rapporti familiari. Complessi anche quando sono semplici. Ma la realtà è una dolcissima e raffinata famigliola ruspante quanto l’aia della fattoria. Nondimeno, amabile. La novità dell’opera di Lartigau sta in qualcosa che diventa prioritario e prevale su dinamiche familiari frequentatissime, seppur giustificate. A queste ultime tocca il dover superare le asperità di una comunicazione ardua. Tuttavia essa non soccombe mai. L’handicap che sembra frenare i congiunti di Paula è soltanto una caratteristica differente da altri. Mai un vero e proprio ostacolo limitante e castrante.

ima4Lo dimostra la candidatura di Rodolphe Bélier a sindaco e al fulminante batti e ribatti tra il primo cittadino uscente e Paula che fa da interprete al genitore. Si giunge così alla seconda frontiera di un’acustica menomata. La necessità di un appoggio. Un sostegno che mai è interamente tale perché il nucleo di sordomuti riesce comunque a farsi notare e a intrattenere relazioni con il resto della comunità. Ciò non esclude la necessità di un traduttore e toccherà a Paula fare da tramite fra l’universo muto e quello chiassoso. Emergono a questo proposito infinite sfaccettature. Dapprima la sua doppia veste. Ha sedici anni e scopre la vita. Un corpo femminile che inizia a funzionare da donna, benché in ritardo non fisiologico. Le percezioni di una ragazzina che diventa adulta. I suoi sogni. Il suo agire e vedere. Tutto in stridente contrasto con la raggiunta e consolidata maturità che traspare nella censura di certi brutali concetti, espressi dall’universo sordomuto. Cioè da quella bislacca famiglia.

ima2La difficile mediazione davanti al ginecologo in cui è costretta a penetrare l’intimità fisica dei genitori o quella davanti alle telecamere cui si offre il candidato Bélier rappresentano la divisione fra due galassie. Chi parla e chi, oltre a non poterlo fare, non può nemmeno ascoltare. Ma l’interazione e l’integrazione non sono mai in pericolo. Si tratta solo di due modi di approccio ai contatti umani. Generalmente diretto e rude, al limite della maleducazione, quello dei sordomuti, più diplomatico e cauto quello degli altri. Paula si trova in un universo che è quello del talamo nuziale. Sotto le lenzuola in cui i figli di solito vengono concepiti, ma non assistono al divertimento dei protagonisti. Gestione del disagio. E sorpasso di ogni frontiera con la beffa di una natura che le dona una straordinaria voce, grazie alla quale è incoraggiata a dedicarsi al canto.

ima7La vera barriera sembra essere dunque quella che divide l’avvenire della ragazza dall’impossibilità dei familiari di condividerne il successo. E sembra il punto di non ritorno. Quello davanti al quale tutto crolla. Tutto cade. Tutto inevitabilmente finisce in frantumi. Paula è tentata di non rincorrere i suoi sogni, ma poi persiste. E scopre che anche quel diaframma può essere sbriciolato. In sostanza, anche i sordi possono “sentire”. Il saggio scolastico di fine anno è dramma e poesia. L’isolamento raccontato per immagini. La prima tappa di avvicinamento dei tre sordomuti all’eco dei suoni. Il secondo è l’ascolto della canzone da parte del padre con la mano sulle corde vocali della figlia. Il cuore accelera. E batte più delle vibrazioni gutturali della biondina. Infine l’audizione a Radio France dove la commozione è palpabile. Ed esce dallo schermo. Paula sta rischiando l’ammissione a scuola. Ma quella canzone è molto di più. È la sua storia. E i sentimenti. La traduzione delle parole in linguaggio per non udenti in modo da coinvolgerli nel pieno del mondo è l’abbattimento della frontiera che sembra escludere. E dividere. Invece unisce. E spiega quella imperscrutabile concordanza dello spirito e dei versi della canzone di Sardou con le palpitazioni e le ambizioni di quella ragazza.

ima6È evidente da tutto questo che i nodi psicologici connessi alle normali tensioni familiari di casa Bélier, pur esistenti, sono decisamente in secondo piano rispetto a un’analisi innovativa della differenze fra il mondo sonoro e quello ovattato dal silenzio. Due soggetti che alternativamente si compenetrano l’un l’altro, interscambiabili nel ruolo di cornice e protagonista. Fino al culmine. Quello struggente tentativo di far assaggiare agli udenti le sensazioni dei non udenti, equiparando la platea degli spettatori ai familiari di Paula alla recita di fine anno. Si vede cantare. Ma non si sente nulla. Sordità simulata. Sordità indotta. Manipolazione della sensorialità. Grazie a tutti questi ingredienti, La famiglia Bélier  è un film che amalgama dolcezza e simpatia. Ironia e improvvisazione. Poesia ed emozione. Abilità francesi, tanto facili da constatare quanto difficili a realizzare sul grande schermo. Ridere dell’handicap senza offendere la menomazione. O chi è costretta a subirla. E far comprendere che certe diversità forse non sono propriamente tali. E il confine che le divide è più labile di quanto si immagini. In fondo, basta una scena senza volume per scuotere il cuore di chi parla e sente. Come quello di chi non può.

ima9IL RETROSCENA -  La famiglia Bélier è un intreccio di fantasia in cui recita un solo attore realmente e naturalmente sordomuto. Si tratta di Luca Gelberg che interpreta Quentin, il fratellino di Paula. Un cosiddetto “sordo profondo” al quale la recitazione ha donato un carattere gioioso e brillante non sospettabile prima di quest’esperienza che forse lo ha restituito al mondo. Gli altri attori si sono avvalsi di un istruttore, Alexeï Coïca, anch’egli sordo naturale, di origini russe che ha insegnato loro il linguaggio dei segni. Al professore è stata affiancata Jennifer Tederri, di professione interprete. Un esame non facile perché l’insegnante vive da soli cinque anni in Francia e da poco ha imparato la lingua transalpina. Una difficoltà cui si aggiunge anche l’ostacolo costituito da un linguaggio – quello dei segni – che non è internazionale, ma cambia di nazione in nazione. Quello che vediamo rappresentato nel film è insomma la codifica francese in entrambi i versanti. L’apprendimento da Coïca e l’uso dalla Teneri. Un ultimo dettaglio riguarda la protagonista, la giovanissima Louane Emera che recita nel ruolo di Paula e viene dal mondo del canto. L’attrice selezionata al suo posto infatti era perfetta, ma completamente incapace nel canto. In un primo momento il regista ha pensato di doppiarla, poi – su suggerimento di un amico – ha visto in televisione il talent show francese “The voice” in cui si è professionalmente innamorato di Louane Emera.

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