Unknown-1“Ti licenzieranno. Ma non ti arresteranno. Hai milioni di attenuanti”.

 

Una morte accidentale che toglie spiragli al futuro. Lo appiattisce. E’ solo tenebra tutt’attorno. Come quel ponte sull’oscurità, dove gettare la vita in una notte di fiocchi di neve. Una nascita in cambio di un piccolo angelo che vola lontano non aggiusta i cuori spezzati da una tragedia. Ma se riuscisse nel suo diabolico quanto innocente intento infinite altre angosce saprebbe procurare.

images-1A second chance di Susanne Bier, già premio Oscar per In un mondo migliore (2010) e apprezzata regista danese di Non desiderare la donna d’altri (2004) e Una folle passione (2014), torna sulle conseguenze fatali dell’amore e del sentimento più radicato. Andreas ha appena avuto il piccolo Alexander dall’adorata moglie Anne, ma il neonato in una disgraziata notte, muore nel sonno. La disperazione s’impadronisce della donna che impedisce al marito di chiamare i soccorsi per paura che le venga portato via il bimbo. Il marito cede così al tentativo, più velleitario che concreto, di salvare il bebè, ma ha paura di gesti sconsiderati della moglie che minaccia il suicidio qualora il figlio le sia sottratto. Così Andreas non trova miglior rimedio che scambiare il trascurato fantolino di una coppia di eroinomani e violenti con il cadavere del proprio bambino e tornare a casa da Anne, alla quale racconta la verità. Il trucco riesce, ma l’incanto è di breve durata. Anne s’incammina con il piccolo su un ponte e nel gelo dell’inverno viene soccorsa da un camionista che le offre riparo e un passaggio a casa. La donna gli consegna il neonato e, mentre l’uomo si avvia per metterlo al caldo dell’abitacolo, si butta dal ponte nelle acque scure.

images-3Inizia a questo punto un altro film che, in realtà, è il seguito di una prima parte, già ricca di interrogativi nell’azzardo di suscitare risposte. La “seconda possibilità” è qui offerta a un innocente, inconsapevole della propria situazione. E, di riflesso, al gesto di chi gli porge quella vita di riserva. O, addirittura, alternativa. Il bimbo è meno importante di una dose per due. E’ lasciato nell’indiscriminata sporcizia. Piange sul pavimento del bagno mentre il padre, orinando, lo osserva distrattamente. Il poliziotto è l’immagine del Bene. La famiglia ideale alla quale affidare un neonato. Eppure la sorte è capovolta. Il figlio della perfezione ideale muore e quello della maledizione sopravvive agli stenti. Tuttavia, a ribaltarsi sono anche i piani umani. La famiglia esemplare diventa l’immagine dell’arroganza. Il ritenersi giustificata a scambiare il proprio neonato senza vita con l’altrui bambino, nella sicurezza di offrirgli la vita che due sbandati non saprebbero garantirgli, appare un paradosso. E una convenzionale acquiescenza delle autorità.

UnknownLo stravolgimento delle proporzioni è la premessa di una seconda parte in cui il poliziotto vive l’ambigua circostanza in cui egli è al tempo stesso la vittima di una sciagura familiare per il suicidio dell’amata moglie, una sorta di ragazzo padre e un truffatore di vite umane appena nate. E la giustizia indaga. Il drogato abbandona il cadavere del bambino e finge un’inesistente rapimento del proprio figlio di fronte a una scuola. A occuparsi del caso, con un collega, è lo stesso Andreas che, tuttavia, occasionalmente si smaschera, confondendo i nomi dei due neonati. Ammetterà le sue colpe, dopo aver tentato di infliggere una punizione sostanzialmente ingiusta alla coppia di eroinomani. La “seconda possibilità”, tolta al piccolo che viene restituito alla mamma, stavolta è offerta alla madre stessa e ad Andreas. A entrambi viene resa l’intera loro esistenza, seppur diversa. Migliorata per la donna che dà l’idea di essersi affrancata dalla schiavitù della tossicodipendenza, pur restando una figura evanescente. Inedita per l’ex poliziotto ora commesso in un grande magazzino di ferramenta.

images-2Ognuno, di fatto, si allontana con la sua doppia tragedia. L’uomo ha perso la moglie e il figlio. Ha perso anche la faccia di fronte alla società e agli scampoli della sua famiglia. La donna è il fantasma di se stessa. Mai creduta, in virtù di quei trascorsi di malaffare che l’hanno spinta sulla via sbagliata è di fatto priva di ogni status umano. Derisa e maltrattata. Subisce situazioni senza avere la credibilità e lo spessore umano per far valere una parola, alla quale non è dato alcun credito.  Nondimeno, entrambi sono chiamati alla prova d’appello. Non è permesso sbagliare. E anche se quella in culla non si rivelerà una “morte bianca”, ma un’accidentale scossa che provoca un’emorragia e quindi comporta responsabilità, la diffusa comprensione umana offre il perdono. Tuttavia espelle. A suo modo. Non transige sul male inflitto ad altri. Anche se maledetti. E costretti a pagare una colpa mai reale per l’assai discutibile moralità della loro esistenza. Infine, il tentativo di imporre al Male un pedaggio. Pur eticamente condivisibile, si rivela un’ingiusta proporzione. Un gesto compiuto in nome dell’amore per una moglie, in preda al delirio per aver perso il suo bambino, non può donare felicità per la colpa dell’inganno attuato. La salvezza dell’uno è morte per gli altri. Ed anche questo piano è totalmente ribaltato. Un inferno capovolto nel quale si trova anche lo spettatore, precipitato in un film cupo. Drammatico. Paradossale. Tuttavia ricco di quesiti al limiti della comprensibilità. E forse della realtà. A second chance lascia riflettere davanti a tragedie frutto di fantasia fortunatamente solo al limite della sua corrispondenza nei fatti. Fino a prova contraria.

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