z6“E’ un dramma perdere chi ami”

Chi non ha incrociato gli occhi di un cane non potrà mai aver idea di cosa significhi davvero amare. Nessun razzismo al contrario. Ma questione di gratitudine. Quella che un cuore a quattro zampe conosce e il suo amico fedele su due piedi invece ignora. E, se l’uomo spesso è un cane, in senso spregiativo ma senza offesa a Fido, quest’ultimo è natura piena. Può accadere che si ribelli. E, spesso, che questo diritto non gli sia riconosciuto. Anzi paghi l’ardire con la vita stessa. Perché l’uomo si ritiene un essere superiore e, come tale, pretenda di essere privilegiato. Il termine chiave è un verbo. Pretendere.

z1Non analizzeremo la trama di White God – Sinfonia per Hagen di Kornel Mundruczò, premiato a Cannes come miglior film nella categoria “Un certain regard” e davvero la perla che mancava a un cinema deciso a non essere solo intrattenimento. Ma insegnamento. A chi gli occhi di un cane non li ha mai incontrati. A chi li ha incontrati e non ci ha capito nulla. A chi li vorrebbe incontrare e non sa come avvicinarsi. A chi non ha intenzione di incontrarli, ma vuol capire in che cosa consista esattamente il rispetto. Per chi li ha fissati e ha capito tutto, invece, questa pellicola è conferma e dolore. Ma lieto fine. Sia detto solo questo, perché la violenza sugli animali allontana tutti. I parolai. E i cinofili. Mentre per i primi è un vanto, per i secondi è ragione di vita. E allora, a qualsiasi categoria si appartenga, è giusto sapere che White God pretende tanto. Tantissimo. Ha un prezzo alto. E il sapore del dramma. L’odore della brutalità. Ma un finale che lascia aperta la porta alla speranza di un mondo in cui l’uomo possa tornare a essere il miglior amico del cane. Finora, è il contrario. Il cane è il miglior amico dell’uomo. Non reversibile. La scommessa è di darsi finalmente la zampa. Tutti e due.

z4Hagen ha la sfortuna di nascere meticcio. Ha la fortuna di incontrare Lili. Ha la iella di vivere in Ungheria. E di conoscere in ordine di apparizione, un amore intenso. Ma di breve durata. L’abbandono. L’insidia della cattura. Lo sfruttamento. La vendita. L’addestramento a fini di lotta. La voglia di reagire. E di vincere. Il coraggio di mettersi a cuccia davanti a chi suona una sinfonia di amore ritrovato. Basterebbe soltanto imporre queste tappe a un uomo qualsiasi, per risvegliare il coro di demagoghi che invece si lascia impaurire da una dentatura digrignata per difesa. E nasconde dietro un siringa la propria incapacità.

z2Ebbene White God fa chiudere gli occhi più di una volta, tifare, esultare e disperare, ma fa riflettere su ciò che a un animale va risparmiato. Perché a chiunque va evitato. Primo. Non venderlo e non comprarlo. Mai. Non si vende il cuore. Né l’affetto. Non si vende un amore. Non si vende l’amore. E un cane è amore. Ogni prezzo è assurdo. Anche un piatto di minestra a un lurido pezzente pulcioso.

Secondo. Non abbandonarlo. E’ perfidia. Perché nessuno va abbandonato. A maggior ragione chi vive di calore umano. Chi nasce pensando che l’uomo abbia un cuore. Lasciarlo significa deluderlo. E raccontargli che, in fondo, tutti gli uomini sono così. Ovvero delinquenti. E offendere, per la via più subdola, coloro che invece non abbandonano. E hanno un cuore anche senza avere una coda.

Terzo. Non odiare. Addestrare un essere vivente al combattimento significa odiare. E un cane non lo capisce. Perché nutre rancore nella stessa misura in cui gli viene insegnato a portare rancore. Se quindi azzanna, morde o aggredisce è perché qualcuno gli ha detto che la società è costruita sull’odio. E che per l’affetto non c’è campo.

z3Quarto. Non ignorare i suoi diritti. E le sue necessità. E spesso non sono le tue. Lui si adegua costantemente alla tua vita. Alla tua volontà. Raramente eccepisce. Chiede solo che tu ogni tanto tenga conto che su questo bislacco pianeta c’è anche chi guarda il mondo da 50 centimetri di altezza. E la prospettiva è diversa. Tutti sono più grandi. Hanno manone. Vocioni. Piedoni. Usano armi o oggetti per offendere. E’ come se l’omino vivesse tra i giganti e loro lo calpestassero regolarmente. E quando fosse di troppo lo legassero a un guard rail. O prendessero una siringa.

Quinto. Non uccidere. Il cane è un animale e ciò non rende il gesto meno grave. Soprattutto quando dovesse far rima con tortura. Chi pretende di non essere toccato, non si arroghi il diritto di ammazzare.

Sesto. Non drogarlo. L’eroina a un figlio è grave quanto la sostanza che rende riottoso e aggressivo  un animale. Se lo stupefacente è dannoso per il cucciolo d’uomo perché dovrebbe essere un bene per un cucciolo a quattro zampe.

White god è tutto questo. Gettato in faccia a chi guarda senza timore di urtare sensibilità. White god è la speranza di un tifo per due. Hagen e Lili. Il meticcio e la ragazza. E’ il sogno che una sinfonia metta uomini e cani stesi per terra. A guardarsi negli occhi. Perché, in fondo, amore è ascoltare i tuoni nella stessa cuccia. Uno sulla schiena dell’altro.

z5IL RETROSCENA – Il film di Kornel Mundruczò che ha all’attivo poche pellicole, mostra due successivi livelli interpretativi. Uno di carattere sociale, il secondo puramente allegorico. Nella prima chiave, l’opera è da considerarsi una forma di protesta contro una legislazione – quella ungherese – che privilegia i cani di razza, imponendo imposte altissime per i meticci. La conseguenza è l’abbandono degli animali incrociati e il loro triste destino, prima in mano ai canili e successivamente alla soppressione. White God è il paradosso di una ribellione, appannaggio di un esercito di cani con più razze nel sangue. Una sorta di rivolta di massa contro un’elite che decide, indirettamente la loro soppressione. L’altra prospettiva di esame riguarda l’ampliamento tematico. I cani, in buona sostanza, non sarebbero altro che il paradigma di una delle tante diversità costrette a sottostare alla prevaricazione dei propri diritti, da parte di una classe dirigente. Non si tratta di una morale marxista, quanto invece dell’attacco a un governo guidato da un’esigua minoranza ai danni della maggioranza della popolazione. E di ogni diversità in rapporto alla maggioranza di chi non si riconosce in essa. Tuttavia, in generale, il teorema è applicabile a qualsiasi contesto in cui essere al di fuori dell’omologazione preponderante porta a un’inevitabile sofferenza legata ad altrui soverchierie. Tutti questi livelli tematici sono stati sottolineati dal regista al momento dell’analisi di un film, tanto utile quanto respingente.

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