images“Tutti credono che io sia capace di interpretare la realtà, ma io non ci capisco niente”.

 

 

I turbamenti e l’angoscia. Il dolore e le perplessità. Le ancore fragili. Ormeggi fluttuanti e insicuri nel turbolento mare dell’esistenza. Oscillazioni tra il sonno e la veglia. Incubo e realtà. Soprassalto. Vite che si accavallano. Si attorcigliano. Si confondono. Sfumano. La famiglia. La professione. La figlia. L’amore. E un addio. Una morte. La morte più diversa da quella di tutti gli altri. La mamma.

images-4Mia madre di Nanni Moretti è un film fortemente e interamente autobiografico. Il regista si racconta trasferendosi nei panni femminili. A interpretare la sua anima è Margherita Buy, mentre egli resta il suo rigido e quasi estraneo alter ego. La fusione è perfetta e Moretti compie un’azzimatissima operazione, assimilando e quasi fondendo i due sessi, arrivando a sottolineare ciò che di mascolino si annida in una femmina e ciò che di femminile si cela in un maschio. Esce un’eredità dolce e amara, affidata al mondo delle emozioni che Nanni Moretti ci affida come il suo piccolo grande tesoro, regalo confessione. La figura di una mamma adorata. I confini di una donna andata oltre la sua natura di madre e insegnante, che è riuscito a essere madre per decine di suoi allievi e allieve. Usciti dalla maturità con una prof in meno e una madre in più. Il risvolto di una nonna che conosce la nipote meglio di quanto essa sia nota a sua figlia e madre. “Livia faticava a studiare perché ha avuto quella malattia. Ma ora è guarita, sai. Si era innamorata”. Il dolore psicologico di un male fantasma. Un logoramento. Tappe lente di un addio annunciato. Organi che si sfilacciano fino al tramonto. Una professione che deve procedere. E l’occhio distratto dei passanti non legge. Non incontra. Non sa.

images-1Nanni Moretti ha perso la sua mamma, Agata Apicella, che comparve nelle prime sequenze di Aprile, forse il suo film più scadente, mentre era in fase di montaggio Habemus papam, pellicola di successo e clamore che si è sovrapposta con opportuna casualità alle dimissioni di Benedetto XVI. Quegli spasimi sono ora la via crucis di Mia madre in cui Margherita deve far convivere quel cruccio che sta aprendo una ferita sempre più profonda, mentre dirige le riprese su un set verso il quale perde progressivamente interesse per il sopravvento dell’angoscia di una mamma che se ne sta andando e una figlia restia a volersene rendere conto. Margherita è insomma Nanni. Con le sue paure e le sue titubanze. Con la necessità di un apporto che le viene da quel fratello che le offre una sponda, ma è anch’egli ormeggio oscillante. Ha lasciato il lavoro per gestire il dolore e un’anziana. Giulia Lazzarini interpreta questa figura con l’amore e il candore che si deve a una figura che passa, non soltanto sotto il ruolo di una madre.

images-5“Ci ha insegnato la vita, più delle altre materie. Non ti offendere”.

E’ l’elaborazione di un lutto anticipato. I due fratelli accusano il vuoto della scomparsa prima ancora che il genitore sia morto, tuttavia affrontano le paure e i discorsi che spesso affollano menti e parole di chi resta. Ammutolito davanti alla tragedia di un familiare che se ne va. E sbigottito davanti allo spessore di quella donna che non ha avuto solo i suoi due figli biologici. Ma ha considerato tali, tutti gli alunni che la vita le ha offerto. E a loro ha regalato consigli. Condivisione. Affetto. Bene. Sostegno. Sfogo. Gli stessi che accorrono casualmente a un capezzale, in cui ogni lembo del lenzuolo e ogni piega del racconto corrispondono fedelmente allo specchio di casa Moretti. “Al funerale di mia madre – ha spiegato il regista – c’erano generazioni e generazioni di ex alunni che continuavano a frequentarla e a parlare di un po’ di tutto con lei. Un rapporto che io non ho avuto la fortuna di avere con nessuno dei miei professori. Ed è stata una rivelazione dopo la sua morte”.

images-3Mia madre è una testimonianza da accogliere e conservare come un piccolo scrigno che Nanni Moretti dona ai suoi spettatori. E va custodita con il rispetto che ad essa si deve. Tuttavia, cinematograficamente, si presta a più di una critica. Da un punto di vista tematico l’elaborazione del lutto era stato motivo di scandaglio ne La stanza del figlio, decisamente più riuscito e intenso di quest’ultima fatica. Lo spunto delle difficoltà di un regista che fatica a dirigere i suoi attori è stato motivo ricorrente nell’autoreferenzialità del cinema. Il caso più celebre è quello di Otto e mezzo di Fellini, il più trascurato A luci spente di Maurizio Ponzi. Benché, in entrambi i casi, per differenti ragioni. La crisi autoriale nel primo, le turbolenze di una critica forse impietosa nel secondo. In buona sostanza, tutti temi già visti e indagati dallo stesso cinema di Moretti e da quello altrui. E proprio la sensazione di non trovarsi davanti nulla di nuovo colpisce e appesantisce lo spettatore che pesa in maniera diretta la difficoltà creativa di quella regista nei panni, perfino attuali, di Moretti. Invece si tratta di altro. Una confidenza. Una confessione. Intimità. L’addio di Nanni alla sua mamma.

IL RETROSCENAMia madre è una coproduzione italo-francese. L’auspicio è che il binomio delle due cinematografie continui nell’utilità di entrambe per qualsiasi futura pellicola. Nella fattispecie, il film uscirà lo stesso giorno in cui si conoscerà il cartellone del Festival di Cannes ed è quasi sicuro che quest’opera di Moretti ne farà parte. La stanza del figlio, di cui si sono viste le analogie, valse al regista la Palma d’oro nel 2001.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , , ,