z2“Non amo nessuno. Sono un mostro”.

E se Cupido, in realtà, fosse cieco…. Se avesse zero diottrie e scagliasse saette nel mucchio… Appunto, alla cieca… Il quesito è ricorrente. Nella mente degli innamorati si affaccia spesso. A più riprese. Ossessionante. E nei momenti più strani si tornano a domandare se quella o quello sia davvero la persona giusta. Naturalmente, la risposta non c’è mai. Almeno nell’immediato. Occorrono mesi – talvolta anni – per scoprire un verdetto del quale peraltro non si è mai sicuri al cento per cento.

z6E’ sicuro invece al cento per cento che Sarà il mio tipo? di Lucas Belvaux – domanda delle cento pistole per i cuori infranti che dà il titolo al film – è l’ennesima pellicola francese dalla raffinata delicatezza in tema di amore e dintorni. Paga dazio a un titolo che non le rende giustizia e lo fa assomigliare alle banali commediole di casa nostra, dove si entra per ridere e ci si accorge che, dopo due ore di equivoci, amanti nell’armadio, colpi di fulmine, forme di prostituzione non retribuita al maschile e al femminile e delusioni da caricare con il rimorchio, in realtà non si è riso mai. In compenso è stata overdose di volgarità e banalità tanto inutili quanto sciatte e scontate. Ebbene la pellicola di Belvaux non c’entra nulla con tutto questo e, se il titolo appare fuorviante oltre che penalizzante, il prestigioso merito appartiene ai traduttori che, come spesso accaduto in passato, in molti film hanno accoltellato il senso della vicenda, oltre al titolo in lingua originale, decisamente più pertinente e specifico. Nella fattispecie è Pas son genre, cioè “non il suo tipo”. Il contrario esatto. Complimenti vivissimi.

z3Pur con la zavorra di questa penalità, Sarà il mio tipo? è seduzione e fascino. Vibrazione pura. Che cosa potrebbe accadere se un sopravvalutato professore di filosofia, spedito in provincia a far lezione, ci arriva demotivato e s’innamora di una parrucchiera nelle mani della quale capita per pura casualità… Ebbene, accade che scocca una scintilla e la povera fanciulla – già perseguitata in passato da sessuomani, imbroglioni o Casanova da strapazzo – finisce tra le mani di un prof continuando a sognare il principe azzurro fuori dalla favola. E’ unione verbalmente burrascosa perché Kant poco ci azzecca con tagli e shampoo, ma ognuno ha la sua morale. Lei ha alle spalle un matrimonio finito male con un bambino che adora. Lui, un libro in cui teorizza l’amore, non conoscendolo. Si definisce un mostro. Incapace di amare. Un freddo. Un gelido. Che per una volta sembra sciogliersi. E stupirsene lui per primo.

z4Jennifer cerca perfino congiunzioni astrali. E’ una bilancia e “sarò sempre un po’ sognatrice”, al punto da aspettare un cavaliere. Una che quando è felice vorrebbe “morire subito perché questo non finisca mai” oppure “non viverla per non dover soffrire dopo. Perché tutto finisce”. Il prezzo di molti sogni, secondo la Bilancia. “Ecco, è così, ho la felicità triste”. Il filosofo si accoda. Trova un punto di contatto. Si riconosce in quella gioia a metà, tratto distintivo del suo essere filosofo. Ma la sua felicità triste è legata alle costellazioni, secondo lei. “Tu sei Gemelli. E i Gemelli non sanno essere felici. E’ così”. Se sia vero, domandare ai Gemelli. Teneroni… Vero è che il film è dialogo e musica. Entra nel profondo dell’anima. Proietta nella cronosfera delle farfalle nello stomaco. E si contano i minuti perché quel gelido scrittore di dinamiche a lui ignote trovi una sua dimensione terrena con una Jennifer che ha i tratti belli ma semplici di Emilie Dequenne, non per nulla davanti a un “mostro” della Comédie Française che recita al cinema come su un palcoscenico teatrale. E finisce trascinato in discoteca, luogo lontanissimo dalla ragion pura, dove tuttavia la coiffeuse, cantante a tempo perso, gli dedica due canzoni. Idillio e addio.

z1L’epilogo è insito nel titolo francese che toglie ogni attesa allo spettatore, ma in fondo poco importa se le strade di Jennifer e Clèment si divaricheranno misteriosamente. Quello che resta sono le sensazioni e le immagini uniche che questo film riesce a suscitare. Le emozioni che sa creare. Quando il sentimento è al grado di maggior intensità. E lo scoramento di corde tanto tirate da saltare. Il mazzo di rose davanti a un negozio chiuso. Le lacrime delle colleghe. La desolante sensazione dell’addio senza lasciare traccia. Eclissi del cuore e dell’anima. Due ore di vibrazioni diverse. Opposte. Due ore di amore. Fisico. Mentale. Sensoriale. Poi tutto torna come prima. Restano tracce di un vissuto rispolverato. E sorrisi malinconici. Come certi amori sofferti.

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