images-4“Ho fatto migliaia di chilometri nel deserto per venire a farmi arrestare alla gare de Lyon”

 

Chiamarsi come un ballo – fra i più allegri e sensuali – e scoprire che il proprio destino è appunto quello di ballare. Lontano da tutto. Perfino da se stessi. E dalla realtà. Il ritmo zoppicante della speranza. La ricerca di un riconoscimento sospeso. Il sapore amaro della regolarità quando si è neri. Anche in una Francia, pur avvezza a questo colore della pelle.

imagesSamba non è un ballo, ma un nome proprio. E di cognome fa Cissè. Il Bianchi dei… neri. Africani. E cerca di ottenere da Parigi ciò che dovrebbe appartenergli di diritto. Lo status sociale di cuoco, perché da più di un anno lavora con profitto in un ristorante del centro. E, da una decina, si arrangia a raccattare lavoretti provvisori per sbarcare il lunario. Così, tuttavia, non è. La Francia mette alla porta, più che accogliere. Respinge più che abbracciare. E per un senegalese, per quanto da dieci anni in quei confini, è dura uscire dalla clandestinità onesta di chi non ruba. Rispetta la legge. E la conquista di un documento diventa un traguardo irraggiungibile. Al contempo è la svolta verso una terra di nessuno fatta di identità sbagliate. Talvolta rubate. In una parola, inesistenti.

images-3Truffe di nome si trasformano in imbrogli di fatto. Si è chi non si è. Ma non essere talvolta pesa più del peggior essere che sia possibile. E dopo le infinite vicissitudini di un nero costretto a ballare la samba su tetti e cornicioni, pur soffrendo di vertigini. Assistere alle bugie spese per un brivido di passione e immergervisi per necessità di calore umano. Ecco, dopo. Quando scocca la scintilla, discreta ma insistente, di un’assistente sociale diversa dal mondo intero. E, a suo modo, divisa dal mondo intero. Due cuori si incontrano, ma semplificare l’equazione a un dramma d’amore sarebbe un errore. Samba di Éric Toledano e Olivier Nakache è un film di diritti, non di affetti anche se le due strade s’incrociano e s’intersecano. E se la donna (un’affascinante Charlotte Gainsbourg) non si arrende mai all’onestà di un uomo giusto (l’attore feticcio dei due registi, Omar Sy) che merita di uscire dalla terra di nessuno dei sans papier.

UnknownE proprio qui sta il punto. La coppia Toledano-Nakache, attenta al problema immigrazione già nelle due pellicole precedenti – Troppo amici (2009) e Quasi amici (2011) – torna su un tema di stringente attualità. E segna un ulteriore passo avanti nel curriculum qualitativo dei due cineasti francesi, un po’ sottotono nella pellicola del 2009 uscita in Italia solo nel 2012, dopo il successo del film seguente, falsando l’iter cronologico. In realtà i miglioramenti sono progressivi. E se Quasi amici era più riuscito e innovativo rispetto al precedente, ma colpiva la grande forza ironica di una situazione al limite del paradosso, in cui il badante nero spinge la carrozzina di un disabile bianco, in Samba il ruolo della risata è dosato e distillato. Lo scopo è di non farle mai prendere un deciso sopravvento sull’intreccio che pone al centro delle inquietudini il rebus e il mistero di un’anagrafe perduta nei meandri della necessità quotidiana. Per un impiego provvisorio servono generalità all’apparenza riconosciute, ma il documento falso stinge nomi e cognomi veri. La samba di un’identità fittizia per un nero a caccia di un lavoro nero, che intanto sogna la regolarizzazione. Come un bianco.

images-2Nessuna tristezza, insomma. Nessuna angoscia come nello stile ormai consolidato della coppia di registi. Nemmeno quando a farne le spese è un altro disperato che, una volta beffato dal protagonista, tenta di vendicarsi. Tuttavia, lo spunto comico – come ci hanno ormai abituato Toledano e Nakache – è soltanto un artificio grazie al quale rendere più evidente l’ingiustizia. In un certo qual modo si ride dell’iniquità, ma un senso di amarezza resta sul fondo di storie di disagio globale che non abbandonano mai lo sguardo anche più scanzonato. “Non posso restare, in fondo non so più chi sono” si domanda Samba in una delle ultime scene. E l’ombra tematica di una consapevolezza che il proprio essere e il proprio ruolo all’interno di una collettività è legata alla propria identità, riconquista e restituisce il vero valore e spessore della pellicola, dando allo stesso tempo un orientamento ai tanti sorrisi. Non più vanamente spesi in un’impennata più o meno originale, ma funzionali a un dramma, cui forse quell’ironia dà un peso maggiore oltre a una chiave di lettura diversa. Di certi errori, in fondo, si può anche riderne, se tutti avessimo il coraggio di provare a correggerli.

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