ba1“La prima cosa che ho fatto quando è morto mio papà è stata mandargli un messaggio sul cellulare”

 

Amore. Lavoro. Futuro. Omosessualità. Intolleranza e violenza. Paure. Speranze. A parlare sono i bambini con la loro spontanea ingenuità. E quella sincerità che così spesso sfiora il paradosso. I bambini sanno è il secondo film di Walter Veltroni, dopo il documentario Quando c’era Berlinguer. Anche questo, a suo modo, è un documentario. Ma al tempo stesso è tutt’altro. Un film fatto di parole. Costruito sui sorrisi. Cementato da quella sorpresa che le parole dei più piccoli sanno provocare. Ne esce un film che si fa amare. Strappa risate. Lascia pensare.

ba4Walter Veltroni fa il giornalista. Assembla un’infinità di interviste parlando la lingua dei bambini. Stuzzicandoli senza innervosirli. Usa l’allegria e l’ironia. Non eccede nel patetismo. Non si concede alla retorica stereotipata di tanti, troppi, luoghi comuni. E questi suoi inoppugnabili pregi rendono l’opera gradevole e divertente. Resta un dubbio, tuttavia. O meglio, un quesito. Il destinatario. A chi si rivolta una pellicola di questo tipo. Ma la risposta la darà il mercato. Il pubblico. Non tanto per le cifre che usciranno dal botteghino, quanto per la platea che entrerà in sala. Saranno quindi i cinema a dire chi ha visto I bambini sanno. E perché.

ba2Negli occhi resta il disincanto, tipico dell’età, di tante parole regalate dai piccoli al regista-intervistatore. Così sorprende il bimbo che si ritrova con due fidanzate a nove anni. A una ha detto dell’esistenza della concorrente mentre l’altra è all’oscuro. E, stuzzicato a mettersi nei panni opposti, giura che le lascerebbe. Chiudere la pratica sotto la voce “incoerenza” sembra superfluo ed eccessivo.  Il candore del ragazzino la dice lunga quanto i prolungati silenzi del piccolo nomade che non ha mai visto il mare, al quale viene chiesto di indicare il nome di una persona buona del campo rom. O gli occhi gonfi di dolore del ragazzo che dichiara di non voler abbandonare Lampedusa. E di conoscere la disperazione di tanti barconi. Sia che arrivino o non arrivino in porto.

ba3Resta la maggioranza dei tanti che dichiarano di non avere nulla contro le coppie gay. E tanto meno le adozioni. Ma resta soprattutto la ragazzina nera che non va per il sottile. “Mi fanno schifo”. O la spontaneità di quella che ha due mamme e considera normale non avere un papà. E non sapere che cosa voglia dire questa parola. Poi la morte. Quella verbale di tante litigate che scorre come acqua sulla pietra e non lascia traccia fin quando quel padre – così spesso amato e con il quale si è tanto frequentemente scontrata – è morto davvero. E allora l’addio ha i colori foschi dell’irreversibilità. Qualcosa che non si aggiusta. E lo spessore insignificante di tante frasi di circostanza. Una comunanza pretesa di un’angoscia in realtà assente. Perché non tutto – fortunatamente – hanno la disgrazia di perdere un papà giovane. Quando si è ancora bimbe. Quando se ne ha bisogno.

ba5Restano le preoccupazioni per il lavoro dei genitori. Restano i racconti su tanti divorzi e separazioni. Restano i ricordi di viaggi interminabili. Dalle Filippine all’Italia per raggiungere papà e mamma. Per ricongiungersi a loro dopo anni in baracche fangose e finire in seminterrati umidi e squallidi. In monolocali dove si è obbligati a fare tutto. Tranne invitare un amico.Ma ogni stanza è un piccolo mondo che ritrae sogni e ambizioni. Caratteri e aspirazione. E Veltroni offre la sua carrellata finale proprio a questo. Nomi e cognomi. Provenienze. E le sequenze di quel mondo chiuso. Davanti all’universo infinito.

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