Unknown-4“Vorrei che sapeste che non ha senso la parola fine, ma è solo il punto in cui si lascia la storia. Perché non esiste dono grande come il tempo”.

 

In fondo, la vita è una collezione di anni. Mesi, talvolta. O decenni. Una galleria di immagini l’una affiancata all’altra. Una dopo l’altra. E la morte è soltanto un muro ormai completo di ritratti. Privo di nuovi spazi. Dove ospitare nuovi quadri e, forse, nuove fotografie. I ricordi. Talora accade che quelle pareti bianche siano in diretta contiguità – oltre che continuità – con altre già adornate e ricche. E il desiderio di appendere si confronti con chi ha già appeso. Ambizione e speranza fissano il volto della contemplazione. Ma accade anche che chiodi e martello, macchina fotografica e nuove stampe, siano tra le mani di chi non ha più spazio dove accumulare altri scatti. Altri volti. Altri sorrisi. Altre lacrime.

Unknown-2Ritorno al Marigold hotel di John Madden tratta un tema delicato con la sostenibile leggerezza dell’essere. Nato sulle ceneri di Marigold hotel (2012) dello stesso autore, indaga lo scorrere implacabile del tempo e i diversi orizzonti delle differenti età della vita. Con un unico denominatore, tuttavia. La voglia mai sopita di sognare. La fame mai saziata di nuove avventure. Attese. Perché la vita, altro non è se non un continuo succedersi di avventure. Piccole e grandi. Spesso puramente casuali, altre volte volute  e determinate dagli stessi protagonisti. Ma il gusto di esserci ha lo stesso sapore e lo stesso profumo. A venti come a ottant’anni. E allora, se la trama è di per sé esile e lo scanzonato ottimismo intraprendente del giovane indiano Sonny si coniuga all’esperienza della sbrigativa e spiccia anziana Muriel (Maggie Smith) ecco che il Marigold sveste i panni dell’ospizio di lusso per vestire quelli di un albergo a tutti gli effetti. Dove si vive. E ci si diverte.

imagesCosì, accanto a coppie da tempo scoppiate e fuori sintonia, si siedono uomini e donne provate dal tempo e dai sentimenti, ma che – nonostante l’età – continuano a nutrire la voglia di amare e costruire nuovi percorsi. Stralci di esistenze. Sorrisi e soddisfazioni. E poco importa se i compleanni procedono nella loro marcia inarrestabile. Smettono di essere motivo di rallegramenti e iniziano ad essere un fardello sempre più pesante. La storia non s’interrompe. E può capitare di ricevere offerte di cuore e lavoro ben oltre la soglia ottuagenaria. Stupore anziano. Ma realtà di un tempo sconfitto da un “altro” se stesso. Un tempo che elimina il tempo stesso. Insospettabile prolungamento naturale. Ebbene Marigold hotel è il tempio dove tutto questo avviene. E perfino la vecchiaia è battuta dai sorrisi e dal cipiglio. Acida simpatia. Spigoli buffi di un mondo che profuma di futuro. E ha smesso da lunga pezza di contare il passato.

UnknownNell’insolito ospizio si mescolano così fiori d’arancio di lungo corso, ormai un po’ appassiti e fors’anche poco profumati, ma pur sempre desiderosi di specchiarsi l’un l’altro in ciò che i decenni hanno trasformato in qualcos’altro. Ciò che si era e non si è più. Ciò che inevitabilmente si è. Qui e ora. Un “hic et nunc” che cancella forme di lealtà dimenticata. E con la moda si sposa l’adulterio frenetico. La convivenza virtuale. Pur sempre con un’innaffiata di sentimento. Anziane (Judi Dench) dimesse e rassegnate. Raffinate oggetto di un desiderio di purezza e stima. Una forma di amore. Diverso e uguale all’amore. Qualsiasi amore. L’ispettrice sotto mentite spoglie che cerca un posto per l’anziana madre ma scopre che quell’ospizio può essere adatto anche ai minori. E uomini che il tempo ha reso ricchi di fascino oltre che di capelli un po’ più bianchi (Richard Gere). E di una guida un po’ svanita (Bill Nighy) che usa un suggeritore a distanza e in cuffia – sia benedetto il bluetooth – per esorcizzare le amnesia della terza età. Si viaggia tra 65 e ottanta primavere, insomma. E ci si diverte come bambini davanti a una giostra.

Ritorno al Marigold Hotel è un innovativo esame del tempo. Un tema su cui il cinema si è abbondantemente speso attraverso la rimodulazione e la rimanipolazione di ogni forma di esso. Sia esso il tempo storico, interpretato in chiave fantascientifica come in Timeline (2003) di Richard Donner. Sia esso quello individuale come in Questione di tempo (2013) di Richard Curtis dove la possibilità di un riavvolgimento del nastro della vita consente di correggere errori incidentali. A dispetto di un’esistenza che si allunga e procede con il contagocce. Per la gioia di chi è in perenne ricerca dell’elisir di eternità. O in Ritorno al futuro (1985) di Robert Zemeckis e infiniti altri titoli si potrebbero ancora elencare. Quello del film di John Madden è un tempo diverso da tutti gli altri. E’ l’essenza stessa di esso. In una parola, il suo valore. La consapevolezza e la preziosità di un dono che non ha eguali. Non il tentativo di protrarne la durata. Artificialmente. Artificiosamente. O macchinalmente. Ma la capacità di saperne godere e di capire che a ottant’anni, in fondo, si può essere ancora ragazzi. E volersi sposare come l’indiano Sonny che impalma la fidanzata Sunaina, mentre cerca di leggere nei suoi domani i colori dei molti ieri di quegli ospiti del Marigold hotel. Tutti rivolti verso il futuro.

Unknown-1IL RETROSCENA - Interamente girato in India, il Marigold dello schermo è il Ravla Khempur, il film tratta il tema della famiglia nel suo duplice ruolo di saper fornire ai propri figli le radici e le ali. E’ quanto avviene per Sonny e Sunaina che, dopo aver ricevuto solide basi e origini, sono liberi di spiccare il loro volo d’amore. Ma quella del Marigold è una famiglia anche considerato che fra il primo e secondo Marigold Hotel solo due attori non fanno parte del nucleo originale. Si tratta di Richard Gere che interpreta un misterioso ospite e Tamsin Greig che veste i panni dell’ispettrice alberghiera. Si tratta di due sorprese perché Marigold Hotel non avrebbe dovuto avere un seguito e la decisione di un sviluppo è stata determinata dal successo del primo dei due film. L’intento però è stato quello di scorporarli, facendo in modo che non fosse necessario averne visto uno per capire il successivo. Per ottenere questo scopo è stata scelta la stessa squadra del primo Marigold con l’aggiunta di due nuovi personaggi per dare sale a un’avventura, condita anche dalle coloriture indiane con i balli che fanno tanto Bollywood in un film inglese. Bisticci tra ex colonie e colonizzatori. Il coreografo è lo stesso che lavorò con Danny Boyle, anch’egli britannico, per il capolavoro The milionaire.

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