Unknown-4“Ogni nuova vita comporta la perdita di un’altra vita. L’equilibrio  del mondo dev’essere mantenuto”.

Barocchismi rinascimentali. O forse, semplicemente, finzione, storia e fantasia con quel sapore granguignolesco che fa tanto attualità anche nell’astrazione. E nella sfera dell’irrealtà. Perché la cifra che distingue Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, in concorso a Cannes, sta tutto in questo versante interpretativo. Tempo e mescolanza di due opposti. Mondo reale e mondo fantastico. Fino a plasmare un intreccio che sa tanto – tantissimo – di vicenda che possa accadere anche oggi. E forse accade, puntualmente, anche oggi. Terzo millennio. Dietro ogni angolo. Anche se spesso l’occhio non si sofferma su ciò che scorre tanto vicino a vite quotidiane. Soprattutto se proviene dalla letteratura. E, per spontanea associazione, dalla mente fervida di un genio.

Il film nasce da una selezione brutale delle favole di Giambattista Basile e – da Lo cunto del cunti – vengono tratte solo “La cerva fatata” che nel film diventa “La regina”, “La pulce” e “La vecchia scorticata” che la pellicola trasforma ne “Le due vecchie”. Tre tappe di una via crucis al femminile, in corrispondenza di altrettanti momenti cruciali nella vita di una donna. Rispettivamente: l’aspirazione alla maternità, il matrimonio, la bellezza. A farcire le trame c’è la tematica del doppio che torna, con insistenza e puntualità, a scandire passaggi e significati. Tra contrapposizioni. Opposizioni. Similitudini. Dissonanze. Identità. E affetti.

Unknown“La regina” affronta il tema dell’anelito a generare un figlio che invece non arriva. A indicarle la via è un veggente. La sua gravidanza sorgerà quando mangerà le interiora di un drago. Il re muore per uccidere il mostro ed estrarne le viscere ma durante la cottura che precede il pasto, a restare incinta – oltre alla sovrana – è anche la cuoca. Nasceranno due gemelli da madri diverse, legati da un profondo amore, insidiato dalla reggente che dovrà arrendersi al potere del sentimento.

Unknown-5“La pulce” tratta invece il motivo del matrimonio. Un re deve trovare malvolentieri un marito alla figlia e per rendere arduo il compito e tenere per sé la principessa, promette di dare la giovane in sposa a chi individuerà a quale animale appartiene la pelle che egli conserva nel castello. Il quesito sfiora l’impossibile perché la risposta esatta è fuori dal prevedibile. Egli aveva infatti allevato una pulce facendola crescere a dismisura e donandole il suo affetto. A risolvere il quesito è un primitivo dall’aspetto truculento e mostruoso del quale la giovane si sbarazzerà con grande fatica.

Unknown-2“Le due vecchie” approfondisce l’argomento bellezza attraverso un nuovo maldestro regnante che s’innamora alla cieca di una donna in realtà avvizzita e anziana. Quando lo scopre la fa gettare nella foresta dove viene trasformata in una splendida creatura che attira il sovrano, dal quale si fa sposare. La sorella, rimasta invece decrepita e rugosa, ma decisa a emulare la nuova regina si convince di trovare il suo stesso fascino estetico facendosi scorticare.

Tre tappe cruciali nelle aspirazioni femminili dominano i contenuti e le novelle appaiono intimamente legate da tematiche concatenate. L’aspirazione delusa di diventare madre inquina il matrimonio della regina che appare perfino abulica e insensibile alla morte dell’uomo che perde la propria vita pur di donarle l’incantesimo che le donerà la gravidanza. E’ un legame sofferto fin dall’inizio e l’infruttuosità ne ostacola l’esistenza e forse perfino la sopravvivenza, al punto che infatti la vita del nuovo figlio costerà la perdita di un marito mai rimpianto purché generoso fino al sacrificio più alto. L’attesa di un bambino sembra perfino cancellare il ricordo del re scomparso. Debolezza di un matrimonio che trova una radice più profonda nella “Pulce” dove le nozze vengono accomodate grazie all’intervento del caso più che alla forza dell’amore.

La principessa, costretta a vivere di stenti nelle caverne di un primitivo dall’aspetto mostruoso, dovrà trasformarsi in belva a suo volta per sciogliere vincoli ai quali ha dovuto adattarsi per costrizione. E’ la lettura del matrimonio come forma di vita indissolubile, pur tuttavia vicina a una forma di prigionia. L’inaccessibilità dei luoghi. L’impossibilità di fuga delimitano i confini di un istituto al quale non c’è via d’uscita né di fuga se non a costo della morte. E solo quando la principessa si trasformerà in assassina, assaporerà veramente il gusto della libertà e dell’affrancamento dalla schiavitù, prima paterna poi maritale.

Unknown-3I poli opposti della bellezza virginale della donna e l’orrenda mostruosità del compagno sono l’anello di congiunzione con “Le due vecchie” dove una bellezza vagheggiata dal re spinge a un desiderio senza radice. Ma lo stesso fascino rincorso è ciò che, inizialmente, una delle due donne cerca di raggiungere individualmente per stregare il suo spasimante. Sarà un miracolo a trasformarla in splendore. E la sorella cercherà di seguirne le orme con la consapevolezza di non poter aspirare alla sessa sorte di un benevolo incantesimo. E si illuderà della bontà di un intervento umano che solo potrà restituirle la gioventù perduta. E’ una sorta di teorizzazione ante litteram della chirurgia estetica. La scienza e la capacità manuale di uno specialista per intervenire laddove il caso e la sorte non hanno messo mano.

Unknown-1A tutti questi motivi, come si vede, decisamente attuali, si lega il tema del doppio. Due sono i gemelli disgiunti che la regina cerca di allontanare, ma si rivelano irrimediabilmente attratti da un forza oscura quanto potente. E’ un amore viscerale, di cui la natura è sorgente. La stessa naturalità cui si deve la loro nascita. E doppie sono anche le sorelle, forse anch’esse gemelle, in cerca di un elisir di eterna giovinezza e incontaminato splendore. Come due, in definitiva, sono i partner della principessa ne “La pulce”. Il padre che si mostra come il vero sposo. E il mostro, dietro il quale si nasconde la sventura di chi ignora il cuore nello scegliere il compagno di vita. Come due sono le coppie alternative che si formano strada facendo. La principessa e il figlio. La cuoca e il figlio. Il re e la vergine trovata nella foresta. Quasi a voler indicare che un essere umano – maschile o femminile – da solo non può vivere. Ma a decretare unioni e aspirazioni non può essere la violenza, né quando ostacola nuovi legami, né quando impone cuori forzati. E’ natura. Naturalità. Biologia. Non manipolazioni di chirurgia estetica.

IL RETROSCENA - Lo hanno chiamato anche “Pentamerone”. Ma lo hanno dimenticato. Eppure, Gianbattista Basile, al secolo Gian Alesio Abbattutis da cui si ricava lo pseudonimo anagrammatico, autore napoletano, vissuto fra il 1566 e il 1632, è stato il primo a servirsi della fiaba come genere letterario. Se ne ricava che il collegamento spontaneo che nasce fra il “Pentamerone” di cui sopra e il Decameron boccaccesco è in realtà un po’ forzato. In primo luogo per le differenze nei contenuti. Benché esistano tracce del narratore toscano in Basile per ragione culturali e non sussista invece la relazione inversa per chiare ragioni cronologiche, il capolavoro partenopeo mescola toni e colori che vanno dal fantastico all’horror, quasi naturalmente. Sfumature completamente assenti dall’opera di Boccaccio, fortemente legata al Medioevo cui appartiene come frutto dell’intelligenza e tematiche proposte. Lo cunto de li cunti, composto in vernacolo da Basile – altra differenza rispetto al Decameron, pur senza addentrarci in questa sede nella questione della lingua che porterebbe assai lontano – è quindi in frequenti edizioni affiancato da una traduzione. E in realtà non narra novelle, come avveniva nella raccolta trecentesca, bensì favole. Al “Pentamerone”, come è stato soprannominato Lo cunto de li cunti, hanno dunque guardato i fratelli Grimm, Charles Perrault e Hans Christian Andersen che non passano per essere dei novellieri, ma degli autori di fiabe per bambini. Se a questo punto si definisse il “Pentamerone” una miscellanea di fiabe per adulti si scadrebbe in un’altra sfera, poco letteraria e molto boccaccesca, in senso non letterario ma traslato. E non è il caso. Quella di Basile è opera che cede alla scurrilità nei punti in cui l’estrazione popolare di personaggi e contesti lo rendono necessario e inevitabile. “Un gusto dell’immagine lambiccata e grottesca in cui il sublime si mischia col volgare e il sozzo” per prendere in prestito le parole di Italo Calvino. Errato sarebbe dunque credere nell’intento evocativo di erotismo o simili. Non è infatti casuale se da Lo cunto de li cunti derivano  – opportunamente rielaborate e rimaneggiate – Cenerentola, La bella addormentata nel bosco e Il gatto con gli stivali. Si tratta di nuclei, beninteso, comunque lontanissimi dai protagonisti del Decameron con cui il testo di Basile ha un indubbio richiamo e collegamento formale. Se i novellatori del Boccaccio sono dieci e per dieci giornate si alternano al racconto, nell’opera di Basile il tempo si dimezza. E di conseguenza, con esso, le favole. Cinquanta in tutto, intervallate da egloghe, non presenti nella prosa dell’autore di Certaldo. Crediamo che tutto questo sia sufficiente a dimostrare come – di riflesso – non siano paragonabili fra loro il film di Garrone e il recente Maraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani.

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