Paure d’argento. Un corridoio buio con tante porte che vi si affacciano minacciose. I misteri di un rumore. Uno sbattere improvviso. Piccoli brividi che corrono lungo una schiena nobile. Quel del re dell’horror, che in tanti casi può essere un thriller. Oppure un giallo. E per chi ama il francese un noir. Insomma, questione di categorie, opinabili come qualunque etichetta appiccicata addosso all’arte. In questo casi il cinema. Perché a raccontare le proprie paure in un libro a carattere autobiografico è Dario Argento, l’uomo e il regista che ha fatto accapponare la pelle a milioni di italiani e ha turbato i sogni placidi anche al di là dell’oceano dove è tutt’altro che nome, pardon un cognome, poco conosciuto.

E allora ecco Paura (Einaudi, pp. 354, euro 19,50), una sorta di romanzo – e come tale si legge – in cui l’autore racconta se stesso e il lettore stenta a credere che il padre di tanti efficaci effetti horror sia stato e sia tuttora anch’egli vittima delle sue… paure. Eppure nessuno è insensibile neppure a se stesso. Così Dario Argento, un uomo che conosce i segreti più nascosti per generare il terrore e provarci gusto, parlare dei propri brividi. D’amore. Da genitore. Da giornalista appassionato di cinema. E, improvvisamente, da giovane che si trova dietro una macchina da presa. Con le difficoltà dovute e le sorprese in agguato. Sorrisi di soddisfazione e l’angoscia di chi non vuol deludere.

Il personaggio che esce dalle pagine di Paura è un uomo che non indulge su se stesso. Non si auto commisera. Non chiede assoluzioni. Racconta e si racconta. Con onestà assoluta e incondizionata come nel toccare il capitolo droga da entrambi i versanti, quello di modesto consumatore occasionale di hashish e quello di imputato di traffico di stupefacenti. E poi assolto per evidente errore giudiziario. Nulla viene nascosto o addomesticato. Dario Argento si mostra estremamente corretto e sincero nei confronti del lettore come nella sua vita si è mostrato tale anche sul set. Uomo che non fa mistero dei suoi screzi e difficoltà di comprensione. Con la prima come con la seconda moglie. Con la figlia Asia, avuta da Daria Nicolodi, e con la quale recentemente i rapporti si sarebbero un po’ incrinati. Questo è il doppio rimpianto che emerge a fine libro. Quasi una dicitura. Certo un inciso. La sostanza di quello che avrebbe voluto ancora dire ma che si riserva di spiegare in un nuovo sguardo su di sé.

L’amarezza di tanti rapporti umani difficili, poi appianati. Il dolore per la perdita di un padre che era al tempo stesso amico. Confessore. Sponda. Incoraggiamento. Fratello. Pigmalione. Quasi figlio d’arte – madre fotografa di alta moda e del raffinato mondo della celluloide romana e padre che si occupa di cinema dal punto di vista imprenditoriale – Dario Argento trova una strada percorribile davanti a sé, ma spesso il cammino non è agevole nemmeno per chi ha un orizzonte chiaro. Il profilo che emerge è quello di un uomo che all’alba dei 74 anni è soddisfatto di se stesso. Di due figlie – Fiore e Asia – avute da due donne differenti, dalle quali ha avuto enormi soddisfazioni. Un uomo che ha superato una crisi depressiva pericolosissima. E anche qui emergono paure. Insondabili pungoli che spingono verso un terrazzo con l’insopprimibile desiderio di lanciarsi nel vuoto. Oggi quell’uomo è in pace con se stesso e con gli altri e offre il proprio ritratto a un lettore-spettatore.

Una vita vissuta e snocciolata che filtra attraverso il racconto della propria attività di regia. L’idea e la genesi che sta dietro ogni film. La meticolosa ricerca dell’ambientazione e degli effetti speciali. La scelta degli attori e il rapporto con loro. Dall’incontro scontro con Tony Musante per L’uccello dalle piume di cristallo all’amicizia con David Hemmings, nata sul set di Profondo rosso. E persino la ponderata meditazione sulle musiche, nel primo Argento affidate a Ennio Moricone e poi ai Goblin, resuscitati dalla loro stessa divisione. Gli incontri e le collaborazioni eccellenti come quella con Carlo Rambaldi per gli effetti speciali di Profondo rosso o con Vittorio Storaro per la fotografia dell’Uccello dalle piume di cristallo. Entrambi nel tempo si sarebbero affermati a Hollywood regalando all’Italia la prestigiose statuette dell’Oscar.

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