images-1“Per un canarino, un gatto è un mostro. Ma noi siamo abituati a essere il gatto”.

 

 

 

 

Rincorrere su un tacco dodici a spillo l’uscita di un parco infestato da mostri preistorici è impresa al confine. O al crocevia. Tra follia e fantasia. Irrealtà e ridicolo. L’impossibile e l’allucinazione. Il tacco supersexy di Claire, madrina e tutrice del mondo ai tempi di un Giurassico ricreato nel terzo millennio, è l’emblema dell’effimero che travolge un mondo in cui l’uomo si è incoronato come il padrone assoluto. Quel tacco è dominazione che ha il sapore del grottesco. E, a suo modo, rende risibile l’onnipotenza presunta e pretesa degli umani sulle specie animali.


images-2Jurassic world
, film diretto da Colin Trevorrow tenuto per manina da Steven Spielberg, mostro sacro – lui sì – del cinema mondiale e di quello fantascientifico, è – soltanto all’apparenza – la solita pellicola del panico rivenduto a buon mercato sul grande schermo. Esile e forse scontato nella trama, per chi si ostinasse a guardarlo con la superficialità del distratto, l’ultimo parto di Trevorrow-Spielberg ha l’unico difetto di essere un po’ troppo simile nell’intreccio alle opere della stessa serie che lo hanno preceduto. Ciò premesso, risulta totalmente inutile soffermarsi sulla trama e privilegiare invece i molti temi trattati con sapiente maestria da un testo cinematografico che di superficiale non ha nulla. Al punto da legarsi a doppio filo a una realtà, che quei tacchi a spillo fra i dinosauri sembrano voler dissolvere. E far impallidire. Rappresentano invece la vacuità dell’uomo, incapace di sentirsi davvero colpevole di un’alterazione degli equilibri da lui stesso messi in crisi.

images-5L’umano che si compiange e si sente in pericolo davanti a una sciagura come l’invasione di creature mostruose si rivela un essere miope. Arrogante. Ignora la dimensione della relatività. Tutto, in fondo, è in rapporto con qualcos’altro, ma non comprende l’equazione. Privilegia il valore assoluto. La posizione di predominanza. Ma non sempre vi si trova. L’uomo la contempla. E la pretende. Non ammette di sentirsi canarino, ma gatto. Come in quel parallelo con cui il ricercatore giustifica al tutore le ragioni per le quali talvolta ha senso vedere quale colore ha la paura. Perché anche gli esseri più voraci hanno diritto a vivere. A nutrirsi. Ed essere in pericolo – o soltanto più deboli – non è un dramma, ma può essere una condizione di vita. Forse non permanente. E non assoluta. Certo non iniqua. Un’incidentale circostanza, che tuttavia va stretta all’umano, convinto della propria indiscussa e indiscutibile superiorità. Ne conseguono due risvolti non secondari. L’uomo, pilota dei destini universali, scopre che le armi non bastano. La conflittualità è una forma in cui la natura tende a manifestarsi. E per conseguenza la reclusione non fa che aumentare il desiderio di libertà. L’anelito a sciogliere i vincoli, costi quel che costi. E a soddisfare quell’istinto che l’uomo, animale inconsapevole di esserlo, non accetta nell’altro nella stessa misura in cui ritiene legittimo il proprio.

images-7In questo caso, l’altro – tema che attraversa non casualmente quasi tutta la produzione di Spielberg da Lo squalo a Et, da Schindler’s list a Lincoln – è un reduce dal passato che l’uomo stesso ha plasmato per il proprio divertimento. Il parco del Giurassico che si trasforma nel mondo del Giurassico è un’oasi dove far divertire i bambini con mostri addomesticati e al guinzaglio. Ma la tracotanza spinge l’uomo ad andare oltre. Ad aggiungere voracità e violenza al mostro, costruito per il proprio piacere. Nasce sotto questi auspici l’Indominus Rex, animale mai esistito che racchiude in sé i tratti del tirannosauro e quelli del triceratopo, dando vita a un pachiderma esplosivo per l’insaziabile voglia di sangue. Il nuovo venuto è figlio del laboratorio. Nasce in provetta. Il collegamento con la pericolosità degli organismi geneticamente modificati è molto di più che una semplice citazione. E’ invece una chiave di lettura. E diventa denuncia. Tanto appare distruttivo l’uso del laboratorio per creare queste minacciose creature ibride, figlie di incroci letali, quanto appare devastante la vita che ad esso è riservata. Un recinto.

imagesPer l’uomo, come per l’animale, la reclusione è non vita. Il mostro divora il suo simile con il quale era stato creato affinché potesse vivere in compagnia. Ancora una volta l’affermazione dell’io traspare nitidamente fra le pieghe delle riprese, dove il coraggio si nasconde dietro il tacco a spillo. E il cannibalismo diventa qualcosa di normale. Come normale è l’asservimento. La bestia, tanto più se assetata di sangue, è strumento dello stupore e del divertimento umano. Come il Mosasauro del film – altra creatura d’invenzione – che sorge dalle acque della piscina, per donare meraviglia ai presenti sulle tribune, con le sue fauci spalancate a divorare uno squalo già ucciso. Siamo in un mondo che è uno zoo. Rinchiusi. E divisi. Tra chi offre spettacolo e chi ne gode. Ma viene da domandarsi se poi questo zoo altro non sia se non una forma diversa di prigione e prigionia. Dove nessun cattivo è rinchiuso, se non in virtù dell’essere cattivo per natura.

images-6Tuttavia l’asservimento non è soltanto la strumentalizzazione di un essere vivente ai fini della soddisfazione umana, ma si riflette anche nel desiderio di trasformare tanta forza bruta in un’arma. “Gli animali estinti non hanno diritti” si sente dire. Ma chiunque respiri, invece, ne ha. Perfino chi esce dal laboratorio. Geneticamente ricostruito. Come l’Indominus Rex. Come i velociraptor, addomesticati nelle retrovie del parco. E anch’essi blindati. In cella. Immobilizzati. “Se avessimo avuto questi giocattoli a Tora Bora…” commenta l’ufficiale dell’esercito con il pensiero rivolto al loro arruolamento. Il riferimento è duplice. Da un lato sta la battaglia in Afghanistan, combattuta tra il 12 e il 17 dicembre 2001 contro Bin Laden, dall’altro una citazione antica. In fin dei conti già Annibale utilizzò gli elefanti, giocando il fattore sorpresa. I velociraptor, più aggressivi, sono come armi. Le stesse mitragliatrici utilizzate per abbattere quei brontosauri, ormai irrefrenabili. Fucili ed esplosivi non bastano. La pace e l’equilibrio non si guadagnano con la guerra e, come un essere che vive non può essere utilizzato alla stregua di uno strumento di offesa, le cartucce e i proiettili non sono sufficienti a scongiurare i pericoli. Ma possono in qualche caso solo limitarli. In fondo, il vero pacifismo è il rispetto. E davanti ad esso le armi crollano. Come tanti dinosauri. Come gli uomini costretti alla fuga. Come le armi che cadono. Come questo Jurassic world della finzione, troppo simile al mondo reale dei nostri giorni nella metafora di una lotta. Fra l’uomo e la bestia preistorica. E, in un certo senso, anche fra l’uomo e se stesso.

IL RETROSCENA - Dietro i dinosauri che entrano in scena ci sono attori. Tuttavia, le fattezze dei mostri sono state ricreate con procedimenti totalmente diversi da quelli che determinarono la costruzione dei mostri di Jurassic park nel 1993. Troppo obsolete le tecniche di allora rispetto a quelle di oggi. Ma quello che stupisce è stata la necessità di corsi da domatore cui Chris Pratt – l’Owen Grady del film – si è sottoposto. Le lezioni si sono svolte al ranch di Randy Miller, stuntman di Russell Crowe nel Gladiatore. Al Big bear Mountain in California, Miller ha fondato la compagnia “Predators in action” che comprende grizzly, tigri, leoni, puma, leopardi e lupi. A Miller la scommessa, già ripetutamente vinta, di far recitare anche questi “primattori”. Per quanto riguarda le creature preistoriche Miller  ha sostenuto che la tecnica da usarsi con un velociraptor sarebbe molto simile a quella usata con gli orsi. Entrambi hanno in comune la caratteristica della versatilità e della capacità di essere, per così dire, multitasking.

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