UnknownLa prima regola dell’outback è non fermarsi mai.

 

Australia profonda. Dove nessuna voce raggiunge la salvezza. Nessun grido può riscattare un’anima nel labirinto. Nessun anelito alla libertà può essere soddisfatto. E negli spazi infiniti si può essere prigionieri come dietro le sbarre di una cella. Wolf Creek è un cratere. Sperduto in quel nulla infinito che è l’outback australiano. Dove tutto e niente possono accadere con la medesima facilità. Ed è anche un film di Greg McLean. Un sequel, come si dice, con lo stesso titolo e l’aggiunta esemplificativa de La preda sei tu, per differenziarlo dall’edizione del 2005. Perché, sembrerà strano, ma anche le schifezze più ardite si arrogano il diritto di un’appendice. Purché qualcuno paghi. Nella fattispecie, il pubblico. Eccome, se paga. In un doppio senso. Paga chi va al cinema a vedere questa porcheria e spende pure i suoi soldi. E paga chi, in buona fede, è convinto di vedere tutt’altro e si trova di fronte una macelleria a cielo aperto per soli umani.

images-1Sangue a fiotti, insomma. Coltelli. Squartamenti. E cattivo gusto da peggior horror. Mick Taylor è un pendaglio da forca che vive per scannare gli altri. Ma non si limita a uccidere. Troppo “nobile” anche l’arte dell’omicidio per i suoi gusti sadici. Infatti abbonda nelle torture con intere scene che nulla lasciano all’immaginazione dello spettatore. Il disgusto regna sovrano come la boria di chi manda in sala una pellicola del genere, nascosto dietro il pretesto che l’edizione numero 1 era stata applaudita al Sundance film festival del cinema indipendente americano. Senza però mai domandarsi perché in questi otto anni – il film esce nel 2013 e solo ora approda in Italia – nessuno ne abbia sentito nostalgia. E nemmeno basta a dare elementari giustificazioni il fatto che rievochi un caso realmente avvenuto. Ben altre mani e ben altri occhi ne avrebbero raccontato gli eventi se non si trattasse solo del “piacere” di gettare in faccia alla platea secchiate di sangue.

Unknown-1Scomparirebbe dunque perfino la ragione di dedicargli un minimo spazio, giacché ciò che è infimo non è neppur degno di menzione, ma solo di indifferenza. Esiste però un limite anche all’obbrobrio e allora è giusto almeno avvertire che quegli otto euro non solo possono essere utilizzati molto meglio, ma sono addirittura buttati nella spazzatura. Morte. Crudeltà. Disgusto. Ribrezzo. Ripugnanza. Brutalità. Impunità. Rabbia. Wolf creek è tutto questo. O meglio, solo questo. Ma basta e avanza per turbare serenità. Guastare sonni. E sarebbe il meno, se non fosse che un film del genere non serve davvero a nulla. E a nessuno. E’ tortura e corpi dilaniati senza utilità né giustificazione. Dietro l’apparente e non ammissibile paravento di una xenofobia che spiega tutto – il film – e non spiega nulla. Chiamatelo pure horror, se volete. Ma anche l’horror può avere una dignità e un pregio. Oltre a ben precisi codici di gusto Wolf creek – La preda sei tu è solo la pattumiera della celluloide di registi che non hanno alcunché da dire e o da fare sul grande schermo. Non guardatelo.

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