UnknownE’ il gioco delle parti. Vogliono che tu sia un’imbecille sottomessa, il tuo scopo è far credere loro che sia così. E pilotarli a loro insaputa.

Maschere di vita. E di finzione. Sul piccolo schermo che plasma sogni a buon mercato e sul palcoscenico di un teatro. Dove la risata è possibile e la genuinità umana, fatta di bastoni buffi e costumi variopinti, ha il sapore ruspante di un sogno che non costa nulla. Un miraggio impossibile nelle mille possibilità di un mondo travolto dal fatuo e dal vuoto. Io Arlecchino di Matteo Bini e Giorgio Pasotti è una commedia in cui ben poco si ride ma nemmeno si piange. E’ l’atmosfera dell’ultima spiaggia. Il bivio che costringe a scelte drammatiche. L’approdo inatteso. La voce potente e austera della montagna contro il clamore effimero della città e delle sue luci, spesso più pallide di un tramonto fra le cime.

imagesArlecchino (Roberto Herlitzka) è un uomo che nasconde tra i rombi colorati del suo abito la tristezza di una sorte segnata da un male implacabile. Arlecchino è la qualità della vita che nessun farmaco sa garantire. Chimica bugiarda. Ma Arlecchino è anche il sapore di questa esistenza a misura d’uomo che ben poco in comune ha con il destino di Paolo Milesi (Giorgio Pasotti), figlio di quell’Arlecchino e, a differenza del padre, affermato e acclamato presentatore di un formato di successo del piccolo schermo. Miserie umane nelle quali si scava con le mani. Tutto ciò che fa spettacolo. Tra lacrime vere e dolori da svendere su una bancarella illuminata. L’attore e il divo. Lo sconosciuto e la ribalta della notorietà. Povertà e ricchezza. Dignitosa modestia e arrogante prevaricazione, fatta di stelline in polvere. L’anchor man ha tutto e non ha niente. Un fidanzata attenta al trucco e al successo. Una che prende e lascia. Sedotta dalle luci della ribalta e da gambe chilometriche e tacchi vertiginosi. Un produttore alla milanese, pigmalione da strapazzo, che sogna il soldo e si ritrova lontano dall’umanità più vera e vicino al mondo di plastica della tv.

Unknown-1Ben presto il conduttore televisivo si scopre al sospirato bivio che non è tanto l’obbligo di scegliere fra i cuori di due ragazze quanto decidere se la propria esistenza meriti la finzione del ricco o la genuinità del povero. E sarà la malattia del padre a metterlo faccia a faccia con i giorni. Il loro valore. La loro durata. Il peso e la leggerezza degli ultimi passi. Quell’Arlecchino al tramonto ha pur sempre un viso allegro perché, in fondo, la morte è “comoda e la si accoglie distesi in un letto, senza fatica“. Il film ha il chiaroscuro del senso della vita, così spesso perso dietro le chimere effimere della celebrità. I due modi di recitare evocano due stili di vita. La televisione ammaliante e seducente. La vita di montagna, salubre quanto eremita. Lontana, non solo chilometricamente, dall’orbita dell’effimero. Galassie inconciliabili. Senza mediazione. E il fallimento in cui s’imbatte il popolare conduttore è la resa ufficiale a ciò che amalgamabile non è e non risulta.

images-2Così non resterà altro che portare Arlecchino sotto i riflettori di uno studio televisivo. Uccidere le speculazione mediatica delle tristezze. Rinascere, sotto forma di una nuova creatura, in un mondo nuovo, che abbia fatto a pezzi i rimasugli del precedente. Il film è la rappresentazione per immagini di un tema non nuovo, ma meritevole di sottolineatura perché importante e troppo spesso sottovalutato e disatteso. Costruita sui due binari paralleli di esistenze opposte, la pellicola crea l’illusione di una fusione – o di un incontro – di due strade che invece portano a una precisa scelta di campo. Arlecchino prende a mazzate la televisione. Non per ciò che rappresenta, ma per lo stile di vita che invece personifica. Il panorama di una valle. Un cuore che vibra. Un sentimento. Un bacio. Il bastone di Arlecchino manda in frantumi il tubo catodico.. Non è guerra di media. Teatro vs piccolo schermo. E’ questione di sensazioni. Sguardi. Parole. Una danza buffa intorno a una panchina. Quello che nessun assegno può ripagare.

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