images-1Faccio quello che voglio

Adolescenza nella banlieu. E neri anni verdi. Fatti di scuole abortite. Violenze. E identità esteriori, costruite davanti a uno specchio. Marième ha 16 anni e tanta voglia di apparire. Un grande desiderio di riscatto sociale. Voglia di affermazione. Mangiare il mondo a morsi. Divorarlo fino alle viscere.

imagesStoria di straordinaria emarginazione in una periferia che può essere ovunque. In qualsiasi città. Così come, in fondo, Marième a sua volta può essere qualsiasi sedicenne. Così uguale a tanti coetanei. Così diversa, a suo modo, per quel colore della pelle che – al di là di tutto – è simbologia più che razzismo. E’, appunto, diversità. Una parola che negli ultimi anni ha assunto significati specifici e implacabili. Omosessualità da un lato. Handicap, dall’altro. In Diamante nero di Céline Sciamma invece la diversità è quella di chi non vuole arrendersi. Si oppone. Reagisce. Rompe gli schemi. Altera gli equilibri. Arriva sulle soglie di una vita perbene. E si arresta davanti alla mano di quel ragazzo, nero come lei, che le offre una famiglia. Lavoro. E sacrifici.

images-2Diamante nero non è un film d’evasione per come propriamente si intende il termine, ma lo diventa se si considera l’anelito che spinge la protagonista a staccarsi da tutto. A combattere. In un certo senso, a evadere da un mondo che si regge su regole consolidate e criticabili, soprattutto da un’adolescente. Pellicola dalle intense atmosfere suburbane, fatte di tensioni e statuti non scritti. Da codici di comportamento che l’inopinata legge delle tradizioni consolida e fortifica, ma ai quali esiste un margine di libertà nell’attenervisi. Avvolta da suggestioni spesso respingenti, quella della Sciamma – già nota per Tomboy – è opera ricca di simbolismi e metafore. Il colore della pelle dei protagonisti rappresenta al tempo stesso la già accennata diversità diversa che si somma alla scelta di un dramma visto al femminile.

UnknownMarième è una ragazza che dà corpo alle sue ambizioni di rivolta entrando in una banda di strada, formata di sole donne. Baby gang in gonnella. Poca delinquenza, ma tanta aggressività caratteriale. Attraverso l’affermazione del fisico. La colluttazione. Il trofeo di ridurre all’impotenza l’avversaria di turno. Il rispetto, catturato a suon di colpi, da parte di un corpo che non si muove sinuoso e sensuale, ma s’impone violento e brutale. Deciso e forzuto. Vigoroso e tutt’altro che titubante. Pur con i suoi risvolti aggraziati. Insomma è un tutt’uno. Eterogeneo. Danza e lotta. Glutei e pugni. Mariéme si ribattezza. Non a caso sceglie Vic, diminutivo di Vittoria, evocativo del risultato cui aspira la sua missione di affermazione sociale. Una scalata non motivata dalla conquista di un ceto economico e sociale altolocato, ma una conquista di libertà.

Una strategia che si sposa con quell’amour fou che la porta a respingere le buone maniere di consolidate usanze. Mariéme non è fatta per la famigliola classicamente intesa. E rifiuta quel ragazzo, nero anch’egli, che le promette un domani nella banlieu. Come madre di famiglia. Casa, lavoro e supermercato. La ragazza non ci sta. Non è la sua vita. Ma soprattutto sarebbe come perdere quella scommessa di un riscatto. E accettare supinamente la sconfitta. Diamante nero è un film che ricorre a mezzi tecnici lontanissimi dalle grandi produzioni. E’ molto più vicino alla Nouvelle vague, alla quale si riaggancia nei mezzi tecnici e nei linguaggi utilizzati. I lunghi piani-sequenza e l’uso della camera fissa, soprattutto, anch’essi lontanissimi dall’uso della macchina a mano, tanto familiare a molti film indipendenti e a tanti documentari a sfondo sociale del sottobosco cinematografico attuale.

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