Unknown-2Il viale delle rimembranze mostra più insidie di quante ne nasconda. Il ricordo ha un sapore amaro che non si tinge di sola malinconia. O nostalgia. E’ l’ora di una verità scomoda. Non clandestina. Tanto meno imbarazzante. Piuttosto, riservata. Perché affonda le radici nel tempo e non solo. Negli animi. Nelle viscere. Nei cuori. In fondo, forse, lo spessore della clessidra non sta in quei granelli di sabbia che scendono con serafica regolarità, ma in quelli che sono già scesi. E formano un’invisibile coltre spessa che non copre soltanto fatti ed eventi, ma soprattutto sensazioni. In una precisa istantanea, cristallizzata – appunto – negli anni. Quel sentimento, indecifrabile ai più e persino a una figlia. Subliminale legame di un amore tra una donna e un uomo. Mamma e papà. Storie di sofferenze. E di intensità rosicchiate da calendari implacabili.

YUnknown-1outh di Paolo Sorrentino è una retrospettiva sulla vita che non si ferma a guardare il tempo che fu con l’occhio del rimpianto. Osserva invece i meccanismi. Una giovinezza in divenire. Quella del direttore d’orchestra Fred (Michael Caine) e del regista Mick (Harvey Keitel). Quella dell’ex attrice Brenda (Jane Fonda), ma anche della figlia del maestro, Lena (Rachel Weisz) e dell’intraprendente futura stella di Hollywood, Jimmy (Paul Dano). E se il confronto-chiarimento si svolge in un albergo fin troppo simile a una casa di ricovero di lusso per anziani famosi, la tristezza ne viene annacquata proprio da quelle esistenze giovani che tuttavia hanno più di un motivo per volgersi indietro. Guardarsi alle spalle. Il volto beffardo del preterito. Un presente storico che addenta prede. E non le lascia. Il matrimonio che si disfa così presto e così brutalmente tra i figli dei protagonisti è già un transito. Ieri di gioia accanto un oggi di tristezza. Eppur così ravvicinati.

images-1Più articolato l’excursus che conduce il regista in disarmo per volontà del destino e quello del musicista, stabilito invece in prima persona. Il rifiuto di tornare sul podio non è una concessione a una forma slavata di egocentrismo. Né la pigrizia di sfidare se stessi. Tanto meno la fame dell’oro. L’imposizione di un’attesa che alimenta il desiderio. E’ la storia di un amore. Una sinfonia dedicata a una moglie che non c’è più. Cantata da una moglie che non c’è più. Legata indissolubilmente a un cuore. A una vita. Passata. Trascorsi. Irrecuperabili, come – a quel punto – diventa irrecuperabile e non replicabile quella stessa composizione. La misura del tempo non è costituita da soli rintocchi. Da lancette che scattano. Dai versi di cucù che affollano goffi negozi. Ma da eventi. Come nella Storia, quella vera. Quella con la esse maiuscola. Nella quale, prima delle date, sono i fatti a scandire la periodicità. Così, perfino un pentagramma porta fra le note lo spessore di un’esistenza e mille esistenze. Chi canta. Chi compone, Chi dirige. Chi ascolta. A chi viene dedicata. E perfino chi non sa nulla.

UnknownIl luogo della rimembranza, come detto, è un albergo. Senza fisionomia, né stelle. Solo stelline di un firmamento che la volta celeste ha già rivoluzionato. Astri cadenti e oscillanti. Astri sorgenti. Parabole nuove che hanno qualcosa di vecchio. Perché in fondo tutti hanno qualcosa di vecchio, dentro e fuori di sé. E quell’hotel senza età giustifica il suo isolamento e la sua splendida lontananza da un mondo che appare soltanto nei ricordi dei protagonisti. E non arriva ai confini delle montagne. Un mondo deserto che spinge il regista a girare un film nel nulla. Un mondo deserto che obbliga il direttore d’orchestra a dirigere un concerto di campanacci fingendo che le mucche al pascolo siano i virtuosi. In questa prospettiva che traspone la realtà in una dimensione onirica, a metà strada fra sogno e immaginazione, fra suggestione ed emozione stanno i riflessi felliniani di cui Youth abbonda. Non si tratta di citazioni vere e proprie ma di sensazioni di sensorialità che riportano lo spettatore a quanto si avverte dai fotogrammi del regista riminese.

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Dopo La grande bellezza, vagamente ispirato a La dolce vita, Youth sembra voler continuare il percorso di immedesimazione nella poetica felliniana attraverso un itinerario vagamente cronologico, non tanto nella successione dei film, quanto nella maturazione delle esperienze. L’effimera vanità vuota di un’Italia ricalcata sul più deteriore modello degli anni Sessanta viene superata con l’esame del tempo sotto una lente di ingrandimento che sveglia emozioni, grazie ai suggerimenti di un maestro del passato. E il limite di Sorrentino sta appunto in questo. La scarsa originalità direttamente proporzionale al grande debito verso il padre di Amarcord. Una scelta perdonabile e forse comprensibile se il cineasta napoletano non avesse già dato ampiamente prova della creatività della sua vena artistica. Il divo e Le conseguenze dell’amore avevano fatto di lui un ritratto di autonomia nell’allestimento dei soggetti. Una carica andata affievolendosi nelle due ultime prove.

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