images-1Piccola. Nera. Molto femminile. E decisamente intelligente. Lei è Annie, una delle “piccole donne” stile terzo millennio. Diseredate. Orfane. Abbandonate. Ma non sole. Annie, con un manipolo di disgraziate bambine della stessa età, riceve asilo da una sorta di Crudelia De Mon, ubriaca e dissoluta, che sembra trattarle con la stessa cattiveria con cui la celebre diva del fumetto usava i teneri dalmata. Voleva guadagnarci, insomma. Ma la bimba, incapace pure di leggere e scrivere, tenta le sue ricerche e non perde la speranza di ritrovare i genitori, al punto da tornare periodicamente all’appuntamento con loro davanti al locale dove è stata lasciata. Perché, a differenza delle altre coetanee, Annie non si sente dimenticata  ed è propensa a credere di essere stata solo “parcheggiata”. Naturalmente le ricerche non vanno a buon fine, ma casualmente la ragazzina s’imbatte – per disavventura – nel candidato sindaco di New York che la sottrae all’investimento di un’auto guadagnando popolarità nella corsa alla poltrona.

images-7Affermato industriale della telefonia mobile, il tycoon è affiancato dal gatto e la volpe, nelle strane vesti di un’intelligente e sensibile agente che tenta di non farsi coinvolgere sentimentalmente e da un dozzinale e spregiudicato spin doctor che si dimostra incapace nel “vendere” l’immagine di personaggi pubblici. L’unione tra la piccola Annie e l’aspirante politico si apre così su un binario di umanità che coincide con l’adozione, poi manipolata dal maldestro stratega della comunicazione in maniera controproducente. Come in ogni favola, tutto è bene quel che finisce bene e il destino di Annie è molto più che roseo. A dispetto delle apparenze e delle asperità. I cattivi naturalmente hanno la peggio e i buoni trionfano. Il sogno e il desiderio di donare la felicità trionfano sulle vite che rincorrono i successi dettati dall’avidità e non dall’amore.

images-2Annie di Will Gluck è un film derivato da un musical di grande successo a Broadway e vincitore di ben sette Tony awards. Ora arriva sul grande schermo con volti celebri, da un’avvinazzata Cameron Diaz a un Jamie Foxx industriale rampante. Da Rose Byrne innamorata ma composta al bislacco e pasticcione Bobby Cannavale già conosciuto in Fast food nation di Richard Linklater e Romance & cigarettes di John Turturro. Annie è l’esame del tema della famiglia nelle sue più diverse e differenti declinazioni. Uno spunto cui l’America è da sempre molto sensibile che ora viene sottoposto ai nostri animi. Non solo gioie e tenerezze, tuttavia. In fin dei conti, va sotto questo argomento la drammatica chiave dell’abbandono dei figli. La piccola Annie viene lasciata davanti a un negozio con una medaglietta e una lettera. Promesse di un ritorno mai avvenuto. Fiammelle di una speranza eternamente delusa.

La mancata conoscenza e consapevolezza delle proprie origini accende nella bambina il desiderio di conoscere  i genitori. Inizialmente, almeno, da un punto di vista anagrafico. Ma chi fugge non lascia tracce e – anche in questa chiave – la famiglia si rivela fonte di disillusione e di angosce. A suo modo, è una famiglia l’eterogeneo e bizzarro contesto nel quale si trova la piccola. A contatto con altre bambine, altrettanto sfortunate e in preda a una donna più in preda ai fumi dell’alcol che padrona di responsabilità sociali precise. E’ la famiglia che Annie non vorrebbe, in stridente contrapposizione con la famiglia che non ha voluto Annie. I due volti del rifiuto. I due aspetti dell’abbandono. Trascuratezza meditata. E trascuratezza della sorte.

Dalla povertà, che non è soltanto assenza di denaro ma anche di valori e ideali, si passa alla ricchezza, spesso talvolta più misera dell’indigenza. E’ l’aureo benessere di un mondo in cui la famiglia non è mai esistita. Lo spazio per il sentimento è sconosciuto. L’unico traguardo ottenibile è un bene materiale – un telefonino – status symbol di una generazione. Emblema di una conquistata elvazione sociale. Icona di ricchezza per un uomo che aspira al successo politico. Sono realtà speculari. Un mondo dove sono assenti soldi, ma è ricco di sentimenti e un altro dove abbondano ricchezze ma manca l’amore.

images-4Annie attraversa prima l’una, poi l’altra. E non è questione di decidere quale sia la migliore. Una famiglia che si decompone. Una non famiglia. Una famiglia non contemplata. Il candidato sindaco non si è mai posto il dubbio del cuore finché non si imbatte in Annie. E successivamente nel cagnolino che la ragazzina gli fa adottare. Due randagi senza prezzo, se non quello della consapevolezza di una dimensione affettiva mai conosciuta. E, curiosamente, proprio la costruzione di una famiglia fittizia, acquistata dietro pagamento di somme di denaro, per dare due genitori non biologici a una bambina farà esplodere il vuoto di un sentimento snobbato. Il lieto fine per compiacere la piccola e far salire l’indice del gradimento politico a favore del rampante industriale pone le premesse per la costruzione di una famiglia – stavolta vera – in cui il tycoon torna a fare l’imprenditore rinunciando alla scalata alla sindacatura. Una svolta che coincide con la conquista di un doppio cuore, la timida collaboratrice e la tessitrice bambina.

Il lieto fine confezionato per grandi e piccini racchiude in se stesso le diversità dell’essere umani. Dalla solitudine alla disperazione. Dalla speranza a un domani di sorrisi. Un quadro che non è soltanto uomo ma anche animale. Sandy è il diverso che cementa cuori umani. Il cane dalla preponderante e ingenua carica di un amore spontaneo quanto gratuito. A suo modo tornano i soldi come valore – non valore. L’amore, insegnano Annie e Sandy, non ha prezzo.

images-8IL RETROSCENA – La piccola protagonista femminile è un volto noto ai cinefili e poco dice al grande pubblico. Quvenzhané Wallis ha 12 anni ed è originaria della Louisiana, terra cui si legano le due celeberrime pellicole in cui è comparsa. Fu Hushpuppy in Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin ed ebbe una piccola parte in 12 anni schiavo di Steve Mc Queen. Americana di Houma deve il nome, nella prima parte alla fusione di quelli dei suoi genitori – Qulyndreia la madre insegnante e Venjie il padre camionista –  e nella seconda al termine swahili “zhané” che significa fata. Questo è il primo film che la vede recitare al di fuori di contesti che richiamano alla sua terra natia. La Wallis, intraprendente bambina, ottenne infatti il primo ruolo in Re della terra selvaggia grazie a un imbroglio. Si presentò ai provini sostenendo di avere più di sei anni – il minimo richiesto per regolamento – mentre ne aveva solo cinque e riuscì ad essere così convincente da sbaragliare la concorrenza di 4mila bambine, tutte maggiori di lei per età. Candidata a un Oscar non vinto, torna ora a recitare un ruolo a lei congeniale in accoppiata con un cane, Sandy, esemplare di taglia grossa e dal pelo arruffato per il quale la produzione ha assoldato William Berloni, l’addestratore che ha trovato ed educato tutti i cani – di volta in volta – attori nel ruolo di Sandy, sia a Broadway sia ora al cinema. Nella fattispecie, la scelta è caduta su Marti, un meticcio rossiccio trovato in un rifugio a New York, incrocio tra un golden retriever e un chow. A convincere Berloni è stata la personalità, oltre all’aspetto, dell’animale, “ribattezzato” in onore di Martin Charmin, ovvero l’uomo al quale Berloni deve l’ingresso nel mondo dello spettacolo come tutor degli animali. Sandy è… un nome d’arte.

Tag: , , , ,