Marco Bellocchio - Pardo d' onote Swisscom“Forse non è oro, ma ci assomiglia. Dopo una raffica di secondi posti, questo pardo alla carriera ha il giallo brillante del metallo più prezioso. L’importante è partecipare, ma vincere non è male”. Tra I pugni in tasca in concorso nel ’65 a oggi ballano cinquant’anni. Mezzo secolo di cinema e successi. Denominatore comune è Locarno. Allora vinse la Vela d’argento dopo la sorprendente esclusione dalla Mostra di Venezia. Sulla laguna ritorna con Sangue del mio sangue. Un tabù. “Sono stato imbavagliato dall’ufficio stampa. Mi hanno imposto il silenzio, altrimenti tutti avrebbero parlato solo del nuovo film. Invece sono qui con la stessa pellicola di allora, restaurata e rimasterizzata in 4k”. Marco Bellocchio, allora esordiente di talento e oggi presidente della Cineteca di Bologna, sorride di quello ieri lontano, quando si presentò sulle rive del lago con 26 anni sulle spalle. Un fardello di ambizioni. Un manipolo di debuttanti allo sbaraglio. E una storia di follia.

I pugni in tasca costò venti milioni di lire grazie a un fido della Banca Commerciale, che ora non esiste più. Ci lavorava mio padre, ecco la verità. Bastò, ma risparmiammo su tutto. Girammo a Bobbio, il mio paese. Gli attori erano compagni della scuola di cinematografia. Come i tecnici”. Tranne Paola Pitagora, erano tutti alla prima prova. “Era un film fatto in casa. Da allora mi è rimasta l’allergia ai provini. Non amo farne e li ritengo brutali e disumani. Anche se gli attori li accettano perché in America sono prassi consolidata. Non amo neppure ripetere le riprese all’infinito. C’è chi lo fa, portando gli interpreti allo sfinimento perché poi, esausti, danno il meglio di loro stessi”.  Infine, la colonna sonora di un musicista, ora acclamato in tutto il mondo, ma all’epoca molto meno famoso. Ennio Morricone. “Avevamo amici in comune, ma non ci conoscevamo. Attraverso di loro vide una copia muta del film e se ne innamorò. Decise autonomamente di scrivere le musiche e commentò, con note struggenti, quel dramma di un giovane”.

Adesso arriva anche il restauro. Forse in anticipo rispetto all’anagrafe del film. Cinquant’anni sono pochi per ricorrere già a questi lavori. “Sempre per risparmiare, consegnammo la pellicola a un laboratorio che sbagliò tutti i bagni di sviluppo. Lo ammisero e rifecero il lavoro, ma il danno era fatto. Per questo il film è invecchiato precocemente e i neri si sono improvvisamente ingrigiti”. Da I pugni in tasca in gara a I pugni in tasca in passerella. Cinque decenni di film d’autore sui temi più diversi. “Al debutto, parlai di pazzia, ma anche di famiglia. E del suo sfaldamento. Era in voga all’epoca. Nel ’71 Ken Loach ci sarebbe tornato con Family life, ispirato alle teorie antipsichiatriche di Ronald Laing. Se oggi il mio film ha ancora successo lo deve all’essere slegato dal contesto sociale. Ed è vivo tuttora”.

Simile evoluzione per i media. Nel ’72 uscì Sbatti il mostro in prima pagina. Vi compariva il Giornale, borghese e di destra, che nulla aveva in comune con il quotidiano fondato da Montanelli due anni dopo. Le riprese si svolsero nella redazione dell’Unità, organo del Pci. Opposti inconciliabili. E buffi. Molto diversi dai giornali che appaiono in Buongiorno notte.

Marco Bellocchio - Pardo d'onore Swisscom“Mi interessava l’aspetto claustrofobico. Lo spunto della prigione nella prigione. Non era ostaggio soltanto Moro, ma anche i sequestratori. Condannati in quelle stanze. Chiusi in una chimera. La loro utopia della dittatura del proletariato. Il ribaltamento dello Stato di diritto. Il mondo esterno visto dall’interno di una cella sui generis. Ma pur sempre una cella. I rapitori hanno contatti con la realtà attraverso la tv. Le dichiarazioni dei politici. Il discorso di Lama che si scagliò contro le Br. La follia di fuori e la follia di dentro”. E una ricostruzione storica che lascia a desiderare. “Ho falsificato, ma non volevo dare una versione dei fatti secondo una cronaca storica. Mi dispiace solo di non aver inserito la confessione che fu concessa a Moro prigioniero. La svelò Cossiga dopo il film. Se l’avessi saputa prima… Peccato, era il ritratto delle contraddizioni nostrane. E la avrei certamente inserita”.

Cinema italiano. Spesso così maltrattato da finire sempre sotto scacco. Ostaggio anch’esso, ma di se stesso. Non vince quasi mai. Ma poi “stravince” negli elogi, sempre con quella punta di amaro… Odore funebre. “È caoticamente vitale. Tutt’altro che morto. È ricco di sperimentazione. Avrà quattro film al Lido e tre ne sono sfilati a Cannes. Tutti eccellenti. In corsa per i David di Donatello ci sono 49 esordi”. Eppure, subisce il cliché ingrato di pellicole spesso troppo banali. Si tende a rinchiuderlo nei suoi circuiti. Senza riconoscergli internazionalità. Pur meritandola. Locarno ha proiettato tre perle. Bella e perduta di Pietro Marcello, Pastorale Cilentana di Mario Martone e Asino vola di Marcello Fonte e Paolo Tripodi. Solo il primo era in gara, ma è stato condannato sull’altare dei modaioli film dagli occhi a mandorla. Il secondo sarà proiettato a Expo, negli ultimi due mesi al padiglione zero. Il terzo è una favola struggente. Nata dal cuore e al cuore diretta. Parte degli incassi – dalla prima mondiale a Locarno – sarà destinata a sostenere la lotta contro il retinoblastoma, il cancro della vista che colpisce per lo più i bambini. Poesia per immagini, insomma. E solidarietà per gli occhi.

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