z1Cinema e malattia è un binomio dei nostri tempi. Assaggio del dolore da varie prospettive sensoriali. Perché la Settima Arte non implica solo la vista. E’ ascolto. E soprattutto emozione. Una percezione che non rientra nei cinque sensi, tuttavia scuote il morale. L’intimo. Mette angoscia. Suscita timore. Commuove. Fino a lasciar sgorgare lacrime. E rappresenta l’incubo. Quello che in questo terzo millennio monopolizza le paure generalizzate. Sofferenza fisica. Inabilità. Dipendenza. Ciò che insomma rende invalidante e ipoteca il futuro nel modo peggiore.

Qualcosa di buono di George Wolfe si inserisce in questo filone tematico – prima ancora che cinematografico – e mostra la caratteristica più propria di questo genere. Cinema e malattia difficilmente si sorreggono da sole. Occorre un altro elemento per completare un terzetto finalmente stabile. Nella fattispecie, la musica. Kate (Hillary Swank) è una pianista che scopre di essere affetta da Sla e assume come badante Bec (Emmy Rossum), una universitaria sopra le righe che si diletta a strimpellare nella band universitaria in cui è la monella, in fuga da tutte le regole. Studentesche e familiari. La prima offre lavoro, la seconda lo cerca. E’ questo il crocevia tra due vite perdute. Una per colpa di una malattia invalidante, l’altra per aver gettato al vento l’ambizione giovanile e le prospettive universitarie e professionali.

z2Sorprendentemente, sarà Kate, avviata verso la morte, a rendere il servizio migliore, aiutando la sua “infermiera” a comprendere i reali valori dell’esistenza che lei stessa sta perdendo. Nel disastroso frangente della sofferenza sarà sempre Kate a scoprire i tradimenti fisici di un marito che, davanti al male, perde la testa. E, con essa, l’orientamento tra le infinite difficoltà quotidiane. La musica è la cornice all’interno della quale il dramma prende corpo, ma si rivela al tempo stesso l’ancora di salvezza per chi è al tramonto. Non smette mai di essere l’approdo per l’ammalata. Non cessa di offrirsi come sfogo per quella ragazza irrequieta. Profili antitetici. E confronti stridenti. I genitori di Kate si specchiano in quelli di Bec. Superficiali gli uni, scioccamente severi gli altri. La classe degli educatori si trova bocciata alla prova dei fatti proprio nel momento in cui due vite si stanno perdendo.

Qualcosa di buono è la vittima dell’ennesimo scriteriato assassinio di un titolo originale stravolto fino a farne perdere il senso. E sarebbe bastato tradurlo pedissequamente per rispecchiare l’intreccio ispirato al romanzo di Michelle Widgen, You’re not you, adottato anche nella versione originale americana da Wolfe. Se infatti in italiano si tende a individuare un lato positivo – indubbiamente esistente – all’interno della relazione fra le due donne, si perde però l’elemento più importante costituito dalla perdita della personalità determinato da due malesseri opposti. Quello fisico di Kate – la Sla – e quello morale e psicologico di Bec, senza fissa dimora nel mondo e nella sua stessa vita. You’re not you, quindi, è il riflesso di ciò che accade nei giorni. You’re not you nel deteriorarsi e nel perdersi del corpo. You’re not you nel finire travolti dai marosi dell’esistenza fino alla deriva  più inconcludente. You’re not you perfino nel tradimento di quel marito sconvolto nei suoi ritmi fisico-sensuali. Quando l’amore si trova improvvisamente orfano del battito assaporato nella persona che ama. Corpo e anima si fondono così in un tutt’uno in cui non si è più se stessi. Dissociazione involontaria. Il risultato è l’indagine impossibile su quel qualcosa di buono difficile da identificare.

z3Il film si collega direttamente a Million dollar baby, il capolavoro di Clint Eastwood, cui non è tuttavia paragonabile perché è impossibile il parallelo fra un geniale autore nella sua maturità e un cineasta alla sua seconda prova. Al di là di questo aspetto, Qualcosa di buono è intimamente allusivo in molti punti. Hillary Swank, aspirante campionessa di pugilato per il regista californiano, recita nello stesso ruolo di protagonista anche per Wolfe. La malattia invalidante è la causa della morte, intesa non soltanto come evento naturale, ma anche come la fine di un sogno. Diventare la regina della nobile arte o eccellere nel virtuosismo musicale. In entrambi i casi il male irreversibile si rivela la cesura delle aspirazioni. Una morte che non è soltanto la fine della vita, ma il capolinea di un anelito.

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