Prigioni diverse. Passato e presente dietro celle senza sbarre. Inferriate virtuali che segregano. Isolano. Separano. Colpe presunte. Attribuite. Mai accertate. E un denominatore comune. In questa geografia cronologica, ieri e oggi si assomigliano sorprendentemente. E poco importa se vien fatto notare che l’auto, come il cellulare e internet segnano un abisso fra il XVII secolo e il terzo millennio. Una voragine molto più ampia dei quattrocento anni che li dividono. Ebbene, quel passato e questo presente sono ancora terribilmente simili nella ricerca della verità. E nel constatare, quasi pirandellianamente, che non ce n’è una sola. Ma ognuno offre la propria, con risvolti esatti. Talvolta solo frammenti, ma veri. Reali. Altrui punti di osservazione che rivelano prospettive genuine.

Unknown-4 L’ultimo lavoro di Marco Bellocchio, Sangue del mio sangue, ha un titolo esatto nelle sue infinite sfaccettature. I legami di parentela. E non solo. La vicenda è ambientata a Bobbio, dove risiedono le radici di famiglia del regista e trae origine da una storia al crocevia tra un radicato interesse storico del regista da molti anni e una scoperta recente. Il primo riguarda il caso di suor Benedetta, murata viva nel 1630, dopo aver sedotto il sacerdote del suo convento e aver indotto all’alcova anche il fratello gemello del prete. Il ritrovamento, invece, risale al 2009, anno in cui Bellocchio individua un’ala segreta del monastero di San Colombano, dove avevano sede le antiche carceri. E dove il fattaccio ebbe luogo. E’ un braccio di ferro tra verità e bugia che si alimenta di maldicenze e supposizioni. Suor Benedetta (Lidiya Liberman) è accusata di essere possesso del demonio e di esserne esecutrice. Suor Benedetta è forzata alla confessione. Suor Benedetta è sottoposta a prove divine. Sorta di ordalia. Suor Benedetta è condannata nonostante i segnali positivi. Languirà in cella. Murata viva. Nonostante le acque. Nonostante le lacrime.

Unknown-3 Il tarlo del sospetto, più che del dubbio. La volontà di accertare una verità decisa dagli uomini, prima ancora di essere suffragata dai fatti. Il prete sepolto in terra sconsacrata perché suicida dopo aver tradito l’abito talare può essere riscattato dalle ammissioni della strega. Anche se false. Serve un pretesto. Occorre un pretesto, che neanche la costrizione riesce a procurare. I cupi corridoi dell’ala della clausura monastica sono il tetro sottofondo di questo incubo in forma umana e clericale che nulla vuol togliere alla religione e alla Chiesa, ma tutto vuol aggiungere sulla ricerca della verità. Inafferrabile, quando diventa la conseguenza di  pregiudizi. Come, in definitiva, lo è il perdono. Facilmente attribuibile al sacerdote, purché siano fatte salve le apparenze. E non assimilabile alla suora, dai sensi più fragili rispetto alla contrizione della preghiera. In una cornice dal bigottismo esasperato, nella quale le consorelle appaiono curiose e superficiali scimmiette. Quella che non vede  sostiene quella che non sente, nel dedalo di un tempo che spazia dalla giovinezza all’anzianità di vite gentilmente offerte e altrettanto gentilmente gettate alle ortiche. All’ombra di una penetrabile clausura

Unknown-1Un balzo secolare catapulta lo spettatore all’improvviso oltre il Duemila. Carriole di rubli sono pronte a partire, per acquistare quell’ex convento ormai in rovina che tuttavia nasconde segreti. E’ abitato. E’ fatiscente solo dall’esterno. Chi vi risiede ha ed è il volto oscuro della notte dell’umanità. Si rinnova il tema della truffa e dell’imbroglio. Un vampiresco conte vi si nasconde, dopo essersi fatto credere morto da otto anni. In realtà è l’eminenza grigia di una comunità prospera, ma è dilaniata fra i segni del progresso e quelli del passato. Tra le Ferrari e Internet. Fra le radiografie e i cellulari. Tra il signorotto e il borgo. Confluenza di realtà sociali opposte, dove l’inganno è la moneta spendibile, allora come oggi. E il nobile, dark come tante sciacquette di provincia, è il grande burattinaio di una comunità che attende il magnate russo per svoltare verso il domani. Il futuro tuttavia cela insidie e il conte le smaschera con il più vecchio degli stratagemmi. La contrattazione e il denaro. In una parola, la corruzione. Le trame. Accordi sottocoperta. Il marcio. Liquida il furfantello e le apparenze sono salve, anche se il prezzo da pagare è il dover abdicare dal trono delle tenebre che lo ha tenuto avvolto. Sottraendolo alla vista e innalzandolo nel mito.

UnknownBugia. Verità. Esteriorità. Da ieri a oggi il percorso del tempo non ne ha cambiato l’indole e la natura. Ma ne ha trasformato la dinamica. Suor Benedetta esce nuda dalla sua prigione. Bella come sola lo è una splendida verità. Al cospetto del fratello dell’uomo che si è ucciso a causa sua. E, nel frattempo, è divenuto cardinale. “L’amore lo facciamo domani” le promise al momento della tentazione. E l’amore assume le forme di una realtà finalmente riconsegnata alla sua dignità. Tuttavia. Il convento restava la prigionia di suor Benedetta in quel remoto 1630 e il carcere del conte nell’attualità. Ma un nuovo anello sembra congiungere quelle due ere ed è insito nella cronologia, che presta il braccio e l’opera alla funzionalità della spasmodica ricerca del vero. Difficoltosa. Impegnativa. E spesso ambigua. Quattrocento anni fa come oggi. E sono i cognomi dei due protagonisti a rivelarne la prospettiva. L’uomo d’armi che cerca di riscattare la memoria e la sepoltura del fratello prete, suicida per essersi intrufolato sotto le lenzuola di Benedetta, si chiama Mai e il torbido conte (Roberto Herlitzka) fa di cognome Basta. Non sono date, ma concetti temporali che evocano sensazioni ed emozioni. Cesure. Dal tempo infinito a quello concluso. Irreversibilità. Mai e Basta indicano il non ritorno. Il non ripensamento. La non revisione. Come certi dettagli di Sangue del mio sangue che ha il sapore di un “testamento” cinematografico, fatto da Bellocchio, ancora nel pieno della sua attività.

IL RETROSCENA – “Credo di aver chiuso i conti con quel tempo e con quel luogo” ha commentato Bellocchio. E, in un certo senso, è quanto accaduto. Una carriera iniziata proprio a Bobbio con I pugni in tasca, torna di nuovo in quel paese dopo molti decenni con una storia… fatta in casa. Perché Sangue del mio sangue, oltre alla dotta citazione letteraria della suora – murata viva – che ricorda da vicino il caso della monaca di Monza, permette al regista di ricollegarsi a un caso personale. La morte del fratello gemello. Di questa sciagura, già apparsa infelicemente in Gli occhi, la bocca, trova una sua dimensione più libera e spontanea nel caso dei due fratelli Mai, il sacerdote e il cardinale, con il primo che muore suicida e il secondo che si sforza di riabilitarne memoria e sepoltura. Un dramma che ferì profondamente Bellocchio, da sempre rammaricatosi di non aver potuto intuire in anticipo le difficoltà psicologiche di quel fratello che troppo presto se ne andò. Un sentore, più che una sensazione, a sua detta, possibili nella gemellarità e in nessun altro caso.

Unknown-2Ma Sangue del mio sangue è anche da intendersi come un film… di famiglia. E sono due i nuclei contrapposti tra i protagonisti. Da un lato i congiunti del regista. La figlia Elena (la commessa del bar). Il figlio Pier Giorgio nei panni di Federico Mai. Il fratello Alberto, ex sindacalista, nelle vesti del cardinale. Dall’altro lato, la famiglia artistica di Bellocchio. Herlitzka, cioè l’Aldo Moro di Buongiorno notte. Alba Rohrwacher (una delle due sorelle) spesso sul set con il maestro piacentino. Bruno Cariello (il maggiordomo) al quarto film con Bellocchio. Filippo Timi (il pazzo) fu protagonista di Vincere con Fausto Russo Alesi (l’inquisitore). E la stessa Liberman, reclutata a teatro per farla poi debuttare al cinema. Famiglia biologica e famiglia artistica, insomma. Sangue del suo sangue in senso affettivo. E di gratitudine. Comunque la si legga.

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