??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Chi mendica non ha diritto alla scelta

 

Quello di scegliere è un diritto di tanti, ma non di tutti. Per poterlo esigere occorre un requisito. Avere priorità. E ciò non significa il preferire, che già sarebbe di per se stesso una scelta. Bensì possedere un orientamento. Sapere insomma dove si vuole andare. E con chi. Una direzione e un senso che non sia solo quello di marcia. Il senso delle cose. E soprattutto delle persone. Amate. O i semplici parvenu dell’esistenza. Ne sono esclusi i questuanti, insomma. Tuttavia, intendere con questo termine poveri e miseri sarebbe ridurre l’equazione a una miseria appunto. Anche i ricchi mendicano, quindi. E su questo non v’è dubbio.

Z3Allora, quesito delle cento pistole. A chi mai andranno i favori della bella ereditiera (Carey Mulligan) tra un pastore intelligente e innamorato (Mathias Schoenaerts), un latifondista triste (Michael Sheen) e un soldato allegro e spregiudicato (Tom Sturridge)… Ogni fanciulla avrà le idee chiare, mentre i maschietti saranno forse un po’ confusi. Poco importa. La donna è alle prese con tre tipologie diverse di uomini. Un giovane dalle umili origini, perspicace e intuitivo, profondo conoscitore dell’arte del fare. Un attempato possidente, dal cospicuo conto in banca, ma assai mesto per una ferita d’amore mai rimarginatasi, in seguito al rifiuto della promessa sposa alla sua offerta di matrimonio. E’ persona di raffinata educazione, con l’unico passatempo di cantare nel coro della chiesa e sorvegliare i suoi affari girando in carrozza per i campi. Infine un militare. Si promette in marito a una contadinella (Juno Temple) che il giorno delle nozze sbaglia chiesa. Il soldato pensa di essere stato lasciato e non si sottrae a improvvisarsi un dongiovanni ubriacone spendaccione.

Z5Alla bella ereditiera, poco interessata alle gioie dell’alcova, l’arduo quesito. In ogni caso sbaglierà partito, benché avvisata. Finché comparirà una mendicante con le fattezze dell’innamorata del soldato. E il sistema di fiori d’arancio, realizzati e mancati, andrà in crisi. In realtà il vero intoppo – disastroso peraltro – è l’incapacità della protagonista di operare una scelta. Su questo tema si aggroviglia Via dalla pazza folla di Thomas Vinterberg. La donna sa chiedere, ma non sa scegliere. E rivela la propria incapacità e inadeguatezza, di fronte a un bivio in cui sia possibile prendere un’unica direzione. E non è il domandare a tenerla sotto scacco, ma l’indecisione nel dover  esprimere i propri desideri. L’irrequieta natura poco c’entra con questa tara, compromessa al punto da trasformare perfino l’atto affascinante di chiedere. Quando infatti esprimere un desiderio diventa una supplica si abdica automaticamente dal diritto di scegliere. E alla fine saranno gli eventi a determinare e condizionare le sue decisioni, lasciandola in balìa del caso. Sconfitta. Scornata. Ma, alla fine, felice. Paradosso di tutti i paradossi.

Z4Via dalla pazza folla è il più scontato dei polpettoni romantici e sentimentali. Ambientato nell’Inghilterra ottocentesca e tratto da un romanzo di Thomas Hardy dal quale eredita fedelmente il titolo, il film è il secondo rifacimento del testo letterario che risale al 1874. Il primo a cimentarsi con la prosa del romanziere inglese fu John Schlesinger nel 1967 che reclutò Julie Christie e Terence Stamp per trasporre per immagini l’avventura che esce dalle pagine del libro. Ora ci si mette Vinterberg, al quale va riconosciuta la critica di aver fatto un enorme passo indietro rispetto alla sua precedente pellicola, Il sospetto, che sfiorò l’Oscar come miglior film straniero e lo perse a vantaggio de La grande bellezza. Se in quel caso era eccellente la trama come la trattazione e dotto si era rivelato anche il linguaggio cinematografico usato, stavolta il compitino è di quelli piatti, se si esclude una fotografia davvero seducente.

Z2L’ultimo aspetto che conferma il legame tra argomenti all’apparenza inconciliabili come appunto i due ultimi lavori del regista danese è il rapporto tra uomo e animale. Anche in Via dalla pazza folla il tratto esce a tinte forti, in maniera distintiva. L’obiettivo non è mai quello della crudeltà gratuita e della cattiveria, ma è indubbio ricondurre il legame tra i due a una subordinazione, priva di forme di affettività, dove l’uno è al servizio dell’altro al punto da esserne causa e conseguenza quanto a fortune e colpi avversi della malasorte. Le bestie sono una ricchezza finché si rendono utili e perfino le cure per salvar loro la vita sono subordinate alla loro utilità.

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