z3Amore si scrive con il pianto

 

La profondità delle radici. Un valore che affonda nella terra anche quando spesso è proprio la terra a far avvizzire i suoi germogli. E la solidità del legame si fa materia. Astratta perché non tangibile, ma estremamente concreta. E si riflette nel cuore. Nelle varie declinazioni di un amore che mostra mille volti e mille pieghe. Ma si scrive con le lacrime. Ogni scelta si rivela sorgente di tragedia. Genera abbandoni. Riunisce per dividere. E sottolinea il tratto del carattere che fa di un uomo lo schiavo. Di esistenze o di altri uomini. Forse perfino di se stesso. E della propria incapacità a ribellarsi perché, in fondo, stanno sempre quelle sospirate radici. Invisibili. Fortissime.

z4Il mondo all’ombra delle canne da zucchero non ha colore, se non quello della polvere e della cenere che intossica. Uccide polmoni e vite. Soffoca desideri e ambizioni. Strozza i sorrisi. Affoga la comprensione. Campi sui quali grava l’ombra di una dominazione, non sempre razziale, sono il teatro di una morte distillata. Lacrima per lacrima. Ora per ora. Lentamente. Come lentamente scorrono giorni fatti di oppressione e silenzi. Prevaricazioni. Torture sottili, travestite – anche qui – da forme di strangolamento. La paga lasciata sospirare. Promessa e mai distribuita. Il sapore della fame e della povertà. L’odore del nulla da dire né da dare. Il disinteresse verso chi soffre per malattia. Cloaca sociale. Umanità da discarica.

z5Un mondo fragile di Cesar Augusto Acevedo è facilmente sintetizzabile perché non è l’intreccio a costituire l’asse del film, ma ciò che sta dietro quello che viene mostrato. E’ il significato, ma non solo. Le parole non dette. Mai scritte. Non pronunciate. Sono gli sguardi e i vuoti. E soprattutto gli stati d’animo, nei quali – volta a volta – seppur con inclinazioni diverse o sfumature da colori tenui o foschi, emergono nitidamente tanti risvolti di noi stessi. Dopo un viaggio estenuante, l’anziano Alfonso torna nella casa di famiglia per assistere il figlio in fin di vita e, nell’occasione, conoscere la nuora e il nipotino, mai visti prima. Rivede così anche la moglie, mai diventata ex, nonostante l’abbandono di molti anni prima, quando l’uomo lasciò la sua terra per poter sopravvivere. Il confronto del vecchio con il suo passato, che diventa il suo presente, sarà l’opportunità per affrontare il tema della sopravvivenza in circostanze estreme, non dal punto di vista biologico, ma dall’aspetto psicologico e sentimentale.

z1Il film – non lungo, ma intensissimo – racconta per immagini. Spesso, senza parlare. I dialoghi – essenziali, quotidiani, spesso tutt’altro che memorabili – cedono la precedenza ai volti. Alle espressioni. Al tempo. Alle attese. Cibi che diventano freddi. Caporali del lavoro nero che mostrano brutale freddezza. Medici incapaci di curare. Ineluttabilità di destini. E’ la fissità di luoghi che paralizza le emozioni. Non è un caso se l’unico sussulto viene dai raccoglitori dei campi. Sono l’esercito che non c’è. La coscienza collettiva. Un cuore che pulsa. Rifiutano di lavorare per ottenere la paga. Promessa e sottratta. Vi riescono. Incrociano le braccia per reclamare e la cura del compagno, precipitato tra la vita e la morte, che il padrone non vuol curare perché ha un costo. Non è una chiave politica, ma un’assenza di valori. E’ ciò che si riflette in una terra da bruciare per guadagnare qualcosa. Ma il fuoco avvelena. L’esterno come l’interno. Respinge. Allontana.

z2L’esilio e la fuga non sono un abbandono ma una ricerca di salvezza. Alfonso lascia la famiglia per andare a vivere con due cani. Fugge da una moglie che sceglie la sua terra e la loro morte. E da un figlio, incapace di separarsi dalla madre, deciso a morire con lei. Il ritorno di Alfonso sarà il tentativo di spiegare che la vita non sempre si coniuga con le radici. E rischia di estinguersi se non si è capaci di trasformare quel vincolo verso la propria terra con qualcosa di radicato nel profondo dell’animo, invece che in una realtà sterile. Un mondo fragile, titolo centrato e pertinente, si spiega forse meglio con quello della versione originale, La tierra y la sombra, che allude al rapporto diretto fra la casa avita, protetta dall’ombra del grande albero che la sovrasta. Un’ombra che diventa palpabile quando, a tornare, è il vecchio. Vuol soccorrere l’esistenza in pericolo dei suoi famigliari. Essere la sua protezione avvolgente. Metaforicamente, questo cono ha la forma di un grande cappello che ripara. Allontana le insidie. Offre un approdo in un’apocalisse, fatto di tutto e di niente. Il cammino del vecchio che torna sui suoi passi è la salvezza e il salvagente. Esistenze riconquistate. Un futuro possibile. Cuori che continueranno a battere e a portare dentro di loro quell’ombra salvifica di luoghi lontani. Cuori in contrasto. Fra chi si attacca alla vita e chi si attacca alla terra. Che non sempre è vita. Ma spesso è il valore di una lotta.

IL RETROSCENALa tierra y la sombra - premiato a Cannes con la “Camera d’or” – nasce come una tesi universitaria. Nell’ateneo di Calì, la sceneggiatura è valsa una laurea con lode in Comunicazione sociale al suo autore, ovvero il regista del film. Acevedo vi ha riversato un’esperienza personale attraverso il tentativo di recuperare, per una volta ancora, le radici della propria famiglia, ormai disintegrata da lutti e abbandoni. L’impresa è solo in parte riuscita perché il ventottenne cineasta si è reso conto di non potervi introdurre quanto dei propri genitori avrebbe voluto. Intelligentemente, si è così “rassegnato” a portarli ancora nel proprio intimo, senza doverli obbligatoriamente inserire in una cornice plasmata ad arte. Il film si è così trasformato in qualcos’altro che tuttavia ne eredita e recepisce temi, spunti e sviluppo. Il padre di Acevedo abbandonò la famiglia senza mai più riapparire, mentre la madre è morta dopo averlo allevato fino a costruirne un uomo. Un mondo fragile quindi non rinuncia a un debito comune con la vita di Acevedo, ma fortunatamente la supera. L’occasione è quella di descrivere uno scorcio di Colombia, sconosciuto e crudele. E’ quello delle piantagioni di canna da zucchero della Valle del Cauca dove la pellicola è stata girata. E dove la schiavitù è ancora realtà. Luoghi originali, nei quali recitano e sono immersi attori non professionisti, scelti fra i contadini e gli agricoltori della regione, perché ritenuti gli unici a testimoniare – attraverso il loro stesso corpo, le mani, i volti, le rughe e le espressioni – quanto la geografia fisica si rifletta su quella psicologica.

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