UnknownAmore e morte, storia di un binomio celebre. Dall’antichità, attraverso i secoli. Letteratura in versi. Concetti e idee. Sensazioni. Incroci che spesso intersecano le loro strade metaforicamente o realmente. In Padri e figlie di Gabriele Muccino il legame torna a mostrarsi, in connessione con un altro elemento che ne è  di fatto il tessuto connettivo. Ovvero, la paura. Paura di amare e di morire. Il terrore di ciò che la morte realmente evoca e consiste. Una perdita di valori cullati nel cuore.

imagesKatie è una bambina che rimane senza mamma in un incidente stradale e si lega profondamente al padre, scrittore e uomo difficile, e da lui ricambiata di un bene intimo e radicato. Il tracollo del genitore – proprio all’apice del suo successo letterario, a causa di crisi di epilessia legate al dolore per l’inattesa vedovanza e origine anche di abusi alcolici – apre nella piccola una voragine dalla quale fatica a riprendersi. Le sue ferite squarciano il cuore con solchi non rimarginabili. E’ l’angoscia che sospinge Katie, ormai diventata donna, a fuggire da ogni legame sentimentale per la paura di veder sfuggire un amore inseguito. Sognato.  E cullato. Preferisce così rapporti casuali. Passeggeri. Temporanei. Pur di non vivere il timore della perdita. Travestita dietro i panni oscuri di una piccola o grande morte.

images-2Il film di Muccino è racchiuso in questo bozzolo. Ambizioso, forse. Scontato, certamente. E tradisce le attese. Mai emozionante, si rivela un frullatore di immagini che si accavallano e si intersecano senza ordine né disciplina. Il tentativo è quello di mostrare i parallelismi che si riflettono. Esperienze della fanciullezza che finiscono per accompagnare, come angeli custodi, l’adolescenza e l’età adulta. La morte della madre, la lontananza del papà, ricoverato in una clinica per guarire dall’alcolismo e da mali psicologici, fino alla scomparsa dello stesso genitore rendono Katie una bambina fragile che si nasconde dietro se stessa. Da adulti si tende insomma ad essere un frutto che recepisce i sapori ideologici ed educativi nei quali si è cresciuti e si è stati allevati. Tuttavia, il film non spiega. Si traggono conclusioni in seguito a premesse mal poste o solo accennate. Il difetto maggiore di Padri e figlie, come in generale dei vari film di Muccino – eccettuato Sette anime – è quello di non saper dare alcuna profondità ai personaggi che sembrano invece decalcomanie sullo schermo.

images-1Katie paga con una stima da donnaccia la sua scelta di non legarsi a nessun uomo, ma avere solo occasionali conoscenze. Tuttavia, mai si spiega perché arrivi a questo stato di natura e perché mai una donna, seppur provata dal dolore di una duplice morte, possa arrivare a una simile abiezione e “svendita” di se stessa. Ne esce così una folla di immagini e sensazioni che riducono il film a una serie di sequenze terremotate dove lo spettatore può perdere l’orientamento. Un risultato tanto più sgradevole e inspiegabile in considerazione del cast prestigioso. Diane Kruger è la zia di Katie (Amanda Seyfried). Russell Crowe è il padre. Aaron Paul è il fidanzato che s’innamora di lei e viene tradito. La bimba prodigio Kuvenzhané Wallis (Re della terra selvaggia, 12 anni schiavo e Annie) è la bambina curata dalla psicologa Katie. Ai quali si aggiungono un’affascinante Jane Fonda e Octavia Spencer. Una parata di stelle che non riesce a far brillare un film dal fiato corto.

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