z4Janis Joplin: Sono brava, sai. E sogno di diventare famosa come te…

Bob Dylan: Non sono famoso, ma un giorno lo diventeremo tutti

 

Sette anni di ricerche. Foto inedite. Come tanti filmati. Rari. Unici. Testimonianze della sorella Laura e del fratello Michael, minori di lei. Interviste a chi suonò con lei. Chi ne accompagnò la voce. E ne scoprì il talento. Janis – Little girl blue, il documentario su Janis Joplin, uccisa dalla droga e dagli eccessi il 4 ottobre 1970, rende giustizia alla cultura musicale. Perché qualcosa che non c’era oggi c’è. Sulla celebre cantante rock e blues, negli anni, qualcosa è stato detto ma molto è rimasto nei cassetti delle coscienze di chi la conobbe. Troppo per riuscire a delineare il profilo di una donna che non voleva morire. Ed è morta giovane. Schiava di una droga che non è mai stata la sua droga. Perché l’eroina era una via di fuga. Come l’alcol. Come il sesso disinibito al quale spesso la Joplin ricorreva per esorcizzare e allontanare le sue paure. La solitudine e il silenzio. L’assenza.

zJanis ha dovuto assaggiare fin da bambina l’isolamento e l’esclusione. Nella sua Port Arthur, una città texana più famosa per averle dato i natali che per altri meriti, era discriminata a scuola e al liceo per colpa della sua inclinazione al pacifismo che si scontrava con un Ku Klux Klan,a ancora forte. La lotta contro ogni guerra, piccola o grande, aveva sconfitto per prima lei stessa. Derisa da compagni e coetanei. Sbeffeggiata. Ignorata. Janis aveva sofferto. Aveva anche capito che non era il suo posto. E chi l’amava non condivideva la sua passione per la musica quando suonava come amore per la ribellione. Erano le avvisaglie della sua vera malattia. La solitudine. Essere condannata alla sola compagnia di se stessa quando si desidera un cuore. Vicino.

z2Anche il sentimento aveva tradito Janis. Il primo amore, Peter De Blanc, era uno spacciatore metodista. Il giorno in cui si era riproposto di chiedere al padre la sua mano in sposa, non si presentò. Scappò dopo averla rimessa sul pullman per Port Arthur. E sposò un’altra donna. Con Joe McDonald non fu mai vero amore. Ma solo una grande intesa musicale. Johnny Winter fu una meteora. Kris Kristofferson la amò e le regalò una canzone. Il suo capolavoro. “Me and Bobby Mc Ghee”. Ma ormai era troppo tardi e il successo sarebbe arrivato postumo. Tra la Joplin e David Niehaus ci si mise il destino. Lui era un insegnante, un po’ vagabondo ma nemico dell’eroina. Lei smise per il suo amore. Per avere il suo cuore. Si scrissero lettere reciproche, ma la sorte decise che nessuno dei due ricevesse quelle dell’altro. Per fortuite circostanze. Se non quando era troppo tardi. Si persero. E Janis Joplin si imbatte in Peggy Caserta, un tossico che conosceva da tempo. Riprese la siringa. E morì sola. In un motel. Uno dei tanti che costellano le strade d’America.

z1Aveva ventisette anni, come tanti altri cantanti celebri che se ne andarono a quell’età. Jimi Hendrix due settimane prima di lei. Lo “Stones” Brian Jones, Jim Morrison dei Doors. Alan Wilson dei Canned Heat. Ron McKernan dei Grateful Dead che lei conobbe da vicino. Kurt Cobain. Amy Winehouse. E l’elenco può continuare. Aveva ventisette anni e in quattro soltanto di carriera divenne Janis Joplin. Ma restò sempre sola. E la sua unica vera droga fu il palcoscenico. L’unico punto del mondo. L’unico punto di un mondo. In cui non fosse sola. In cui non sentirsi sola. Se non con l’abbraccio del pubblico, il suo calore. L’affetto inseguito era lì, di fronte agli occhi. A portata di cuore. Anche per questo, mai ricorreva a stupefacenti prima di salire alla ribalta e sempre ne faceva uso ogni volta che ne scendeva. E, guardacaso, restava sola con se stessa. In qualche angolo delle quinte. La vera droga era il bagno di folla. Il concerto. L’esibizione. L’eroina era la via di fuga dalla solitudine. Come se un’allucinazione potesse riscattare una spiacevole realtà. La triste assenza di un cuore che battesse e palpitasse accanto al suo.

z3Il Monterey pop festival e Woodstock furono questo nelle serate sbandate e maledette della Joplin, anima in fuga dalla solitudine. Anima perennemente respinta dove fosse sola con i suoi capelli lunghi. Dietro i quali nascondere le ferite di un volto mesto su cui spesso si cuciva un sorriso presentabile. E in una di queste fughe dalla realtà e da se stessa, Janis Joplin è sparita per sempre. L’ha rapita una morte che forse mai è stata tale, spedendola in un luogo dove forse non è più sola. Mai sola. Forse. Questi ventisette anni di vita Amy Berg li ha raccontati e fatti raccontare da chi li visse in presa diretta. Bob Weir, il leader dei Grateful dead che conobbe la Joplin. Come Dick Cavett che in tv la intervistò a più riprese. O da Pennebacker che la filmò. E David Niehaus che spiega quelle lettere che a entrambi hanno proibito l’amore. Come tanti, infiniti, altri. Tutto questo materiale, Amy Berg lo ha accarezzato con cura, riscoprendo ciò che il tempo ha occultato con uno strato di polvere e oblio. La creatività abdica a favore dello storicismo, della documentazione, del biografismo e della storia. Ma qualcosa che non c’era e non c’è mai stato, ora c’è. E forse un frammento di Janis Joplin torna a vivere. Ma non più da solo.

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