Unknown“Il passato è il passato. Dobbiamo lasciarlo andare”.

 

Tesi e antitesi. Tra acquiescenza, come consapevolezza di ciò che è stato, e l’implacabile sete di una giustizia truffata. Come la Storia. Quella vera. E un dipinto famosissimo, a metà strada fra una dittatura che morde, un saccheggio vandalo, un frammento di collezionismo e l’Olocausto. Woman in gold di Simon Curtis è il racconto di vicende di vita vissuta dove nulla è romanzato. E anche se il tema può apparire una rivisitazione – in fondo, le opere d’arte trafugate dai nazisti sono l’asse portante anche di altri film come il recente Monuments men di George Clooney – ebbene, la pellicola di Curtis propone spunti aggiuntivi importanti pur in un tessuto già frequentato. Non si dimentichi il particolare della renitenza a parlare la lingua tedesca da parte degli esuli, che si ritrova anche ne Il segreto del suo volto di Christian Petzold. Qui come altrove, il consiglio sarebbe quello di assistere a una versione in lingua originale per poter apprezzare il calibrato uso del tedesco e dell’inglese in alternanza, a seconda delle occorrenze e delle situazioni, che altrimenti si perde nella stesura doppiata.

imagesWoman in gold è la storia de “La dama in oro” dipinta da Gustav Klimt nel 1907 e donata a Adele Bloch Bauer, ritratta nel quadro alla stregua di una regina egizia con un collier vistoso, contornata dall’oro. La donna, moglie di Ferdinand Bloch, animava un vivace salotto culturale dell’epoca dove erano di casa il compositore Arnold Schoenberg, il drammaturgo Arthur Schnitzler, il compositore Gustav Mahler e – tra gli altri – anche lo stesso Klimt. Famiglia di origini ebree e amante del collezionismo, abitava nella centralissima Elizabethstrasse, e finì nel mirino nazista subito dopo l’Anschluss nel 1938. All’epoca, Adele era già morta – tredici anni prima di meningite – e il marito aveva lasciato la capitale austriaca, intuendo il precipitare degli eventi. A Vienna era rimasto il fratello con moglie e figlie. Una di esse, Maria Altman, riuscì a fuggire negli Stati Uniti da dove – al crepuscolo di un millennio e all’alba del successivo  – si adoperò per riconquistare il diritto al possesso della “Dama in oro”.

images-2Nel frattempo, l’opera d’arte era stata saccheggiata dalla casa dei Bloch Bauer e, negli anni, era finita al museo come bene patrio. Una testimonianza che falsificava la storia oltre agli eventi. Il quadro, insieme a tanti gioielli – tra i quali il girocollo ritratto, andato ad adornare Emmy Goering – e altre tele furono rubati. Ma ai turisti in visita veniva invece raccontata la falsa versione di un quadro che apparteneva alla nazione austriaca. A tanti anni dalla fine del conflitto, Maria Altmann (Helen Mirren) stabilisce di voler rientrare in possesso del suo patrimonio. Parte decisa, ma si arena davanti alle difficoltà procedurali. Al denaro necessario per far causa allo stato austriaco. All’intransigenza delle istituzioni. Il merito del recupero va attribuito a un giovane avvocato, nipote del compositore Schoenberg, interpretato da Ryan Reynolds, che non si è dato per vinto. E ha sconfitto perfino la remissività con cui la vegliarda sembrava aver deposto le speranze. L’arbitrato finale ha premiato l’erede che è tornata padrona dei beni della sua famiglia.

imagesWoman in gold è un film eccellente che aggiunge, agli anticipati temi in comune con altre pellicole, uno spunto importante e, nel suo genere, unico. L’appartenenza. Non soltanto quella di un capolavoro artistico sottratto e spacciato per patrimonio nazionale, ma soprattutto quello degli esseri umani. Maria Altman, ad esempio, cessa di essere austriaca al momento in cui è costretta a scappare. Le parole del padre al momento del saluto sono  simboliche. “D’ora in poi parleremo nella lingua del tuo futuro”. E si rivolge alla figlia in inglese. Sessant’anni di vita oltreoceano snaturano Maria dalle sue origini. La strappano alla sua nazionalità. Le creano una vita fatta di pace e di tolleranza. Indietro non si torna. E’ lo stadio di una nuova appartenenza. Non più al passato. Non più alla nascita. Radici sradicate dalla violenza della dittatura e della Storia. La Altman è una donna combattuta e imbarazzata quando le capita di tornare sui luoghi della fanciullezza. Quando ripensa. Quando rivede. Con l’occhio del distacco di chi è ormai straniera in casa. Estranea in patria. E non è un caso, ma un’appartenenza corretta, che entrambi i ricorrenti – la Altman e il suo avvocato – siano austriaci ed ebrei, espatriati per aver salva la vita. E facciano ormai parte di un mondo e una cultura diversa.

images-3L’alternanza di lingua e cittadinanza adottiva sottolineano questo confine. Il passato dal presente. Il Male dal Bene. La truffa dalla giustizia. Anche in nome di questo appartenere ad altro, il dipinto – riconsegnato alla proprietaria – attraversa l’oceano dopo un ultimo tentativo del governo austriaco di trattenerlo a Vienna. Oggi è alla Neue Galerie di New York. Maria Altman, morta nel 2011 a 94 anni, lo ha ceduto a Ronald Lauder, l’industriale della cosmetica, a patto che fosse visibile a tutti. Venne venduto per 135 milioni di dollari ai quali si sommarono gli importi degli altri beni trafugati dai nazisti e poi restituiti. Un’asta assicurò ricavi vertiginosi che hanno permesso la costruzione di un mausoleo dell’Olocausto a Los Angeles e l’apertura di uno studio legale per il recupero dei tesori d’arte perduti, gestito dallo stesso Schoenberg. L’appartenenza ha varcato ogni confine. L’arte diventa di tutti. Tranne dei ladri. E dell’inganno. Come gli esseri umani.

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