images-1Saranno i tempi. Sarà il clima. Saranno le psicosi diffuse. Ma 007 licenziato in tronco è difficile da accettare a livello di concetto. E se la manfrina fa capolino all’inizio di quasi tutte le puntate delle avventure dell’agente segreto più celebre del mondo, stavolta sembra che si faccia sul serio. Anche perché si comincia dove si era finito. Addio a Judi Dench e, con essa, alla mitica figura di MI5, ovvero il referente di Bond. Anche stavolta il suo fantasma aleggia, presente in foto e richiami dal suggestivo omaggio. Sia come sia, la sua morte provocata dal perfido di Skyfall, un Javier Bardem niente affatto credibile nelle inclinazioni omosessuali, lascia mano libera all’Fbi di tagliare l’intero ramo delle spie. E con esso anche 007 che da qualche anno a questa parte sembra aver perso il carisma inarrivabile di Sean Connery e Roger Moore per diventare un compagno di giochi da prendere in giro all’occorrenza.

images-5Daniel Craig, poco espansivo ma con tanta grinta, la butta in rissa. Con intelligenza. Beffato. Burlato. E preso in castagna più di una volta sembra riuscire a farcela per quei poteri soprannaturali ma invisibili. connaturati nei cromosomi di James Bond. Ma tant’è. Anche per lui, in questi anni Dieci del terzo millennio, il vero Spectre si chiama disoccupazione. Problema che 007 risolve in un batter d’occhi, facendo finta che nessuno lo abbia mai licenziato. Licenza di non essere licenziato, insomma. O licenza di ignorare che i guai peggiori non spettano a chi è senza lavoro ma a chi non offre impiego. La ricetta di Bond, come detto, è semplicissima. Fregatevene e lavorate, qualcuno si adeguerà. E l’agente – che non è uomo da starsene a riposare nemmeno avendo per le mani Monica Bellucci e Lea Seydoux, due tipette che inviterebbero a ben più di una dolce siesta – si dà un gran daffare. La Spectre è un’organizzazione criminale da sgominare. Terrorismo. Pane per i denti di uno 007, perfettamente diventato figlio del tempo suo.

images-4Le indagini via computer non sono però materia da agente segreto, dinamico combattente più che sedentario hacker di bit e di giga con la bandana del pirata e gli occhi incollati alla videata di un Mac. Si combatte, signori. In giacca e cravatta, ma con le mani. Come nel costume della creatura di Ian Fleming. Si lotta e si soffre. Su un elicottero in pericolosi volteggi. Su un treno in corsa. In un inseguimento in auto sul lungo Tevere, per una volta nella storia senza una sola doppietta di innamorati, a sbaciucchiarsi guardando la luna e temendo che Roma decida di fare la stupida. Si soffre nel deserto dove, sorprendentemente, dal nulla e nel nulla, compare una Rolls Royce con autista. E nel supplizio del povero Bond, sotto scacco del cattivo di turno, un Christoph Waltz che nel ruolo aveva già fatto prove da Oscar con il Jack Landa di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. E con l’inseguimento in barca sul Tamigi, un altro fiume sulle strade sterminate della giustizia, percorse in lungo e in largo dall’insaziabile Bond.

images-2Spectre di Sam Mendes è il volto appariscente del cinema. Quello fatto di scontri e battaglie impossibili. Scenografie ammalianti e fotografia suggestiva. E’ azione, nel senso puro del termine. Ma vivaddio non ci sono mostri e mostriciattoli. Eroi. Supereroi. Microeroi. Ci sono invece personaggi di fantasia, tra i quali l’universo di Bond e azioni al di là del credibile e del probabile. Ma anche questo è il cinema. Ciò che non si vedrebbe mai. Neppure con gli occhi dell’immaginazione. E una volta tanto diventa realtà virtuale. Alla faccia delle accuse di déjà vu e dei motivi ricorrenti nell’antologia bondiana. Tra il gatto bianco e la stessa Spectre, il nemico che viene dal passato. Dal 1961 di Operazione tuono in versione romanzo al 1962 di Licenza di uccidere, primo film in cui l’organizzazione approda sul grande schermo, per continuare con Una cascata di diamanti nel 1971. C’è sempre Moneypenny ad aiutare Bond dietro le quinte. Aston Martin e Rolls Royce. E una citazione buffa a un recente film di Alex de la Iglesia, Le streghe son tornate, che si avvale di un primo tempo straordinario ed eccezionale in cui un gruppo di banditi, vestiti da artisti di strada o figure canevalesche, danno l’assalto a un compro oro. Una falsariga che si ripete nel preambolo del nuovo Spectre, benché non ci sia più di mezzo una rapina ma festeggiamenti collettivi. Poi 007 comincerà a dare la caccia al suo implacabile rivale.

imagesFrancamente, la ripetitività conta poco. Togliere l’auto dei miracoli a Bond sarebbe come cancellare la zeta di Zorro a don Diego de la Vega, rubargli la nera mantella, vendergli il cavallo e trasformare il mite Bernardo in un opprimente chiacchierone ciarlatano. Magari trasformando il sergente Garcia in un acuto Sherlock Holmes che avesse traslocato da Baker street alle rive della Senna dove abitava Maigret, prima di giungere in Messico. 007 ha le sue “debolezze”. E vanno accettate. Belle donne. Auto sprint. Impassibile eleganza. Il gatto bianco. E tanto, tanto altro. E se lo ritroveremo anche nel prossimo episodio, pressoché inalterato, chi se ne importa. In fin dei conti sono particolari rassicuranti. Insomma, è un po’ come sentirsi a casa. Ritrovare qualcosa della nostra adolescenza. E confrontarlo con il nostro presente. Ripensare a quanti titoli di quell’agente segreto hanno scandito la nostra vita. E il desiderio di tante fanciulle o ex fanciulle che continuano a disprezzare il personaggio ma a guardare l’uomo. E a mettere in fila la loro classifica ideale. Meglio Daniel Craig o Pierce Brosnan. Roger Moore o Timothy Dalton. Sean Connery o George Lazenby. Di solito vince lo scozzese, ma poco importa. Il mio nome è Bond. James Bond.

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